La costituzione dogmatica sulla Chiesa conclude la trattazione di questo stupendo mistero volgendo lo sguardo a Colei che è icona radiosa, modello perfetto e membro eccellente: la beatissima Vergine Maria, presentata e considerata nella sua duplice e costituita relazionalità col mistero di Cristo e con quello della Chiesa stessa
Dopo una breve introduzione in cui la Lumen Gentium situa la santa Vergine nella storia della salvezza, passa subito a presentare la sua maternità anzitutto nei confronti delle membra della Chiesa, quella maternità che proprio da quest’anno, per volontà del Pontefice Francesco, deve essere obbligatoriamente celebrata il Lunedì dopo la Pentecoste. La Madonna viene definita “veramente madre delle membra (di Cristo)... perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra” (LG 53). Subito dopo viene riconosciuta come membro sovreminente e del tutto singolare della Chiesa, nonché sua figura (typus) ed eccellentissimo modello (exemplar) in ordine alla fede e alla carità.
Il termine “typus”, applicato in chiave mariana, si differenzia dall’ordinaria tipologia biblica. Mentre, infatti, in quest’ultima il tipo ha qualche cosa in meno rispetto all’antitipo (che gli succede nel tempo) e di cui costituisce un prodromo o prefigurazione (si pensi per esempio ad Adamo come tipo di Cristo, ad Eva come tipo di Maria, ad Israele come tipo della Chiesa, alla Pasqua ebraica come tipo della Pasqua cristiana, etc.), dire che Maria è “tipo” della Chiesa significa affermare che ciò che la Chiesa è (ed è chiamata ad essere) Maria Santissima lo è già ora, in pienezza e con assoluta perfezione, pur essendo, nello stesso tempo, membro di essa anche se “del tutto singolare e sovreminente. Maria è, in questo senso, il “prototipo” della Chiesa, ovvero la sua primordiale (e personale) perfetta realizzazione e attuazione. È dunque guardando a Maria che la Chiesa può e deve comprendersi. Oltre a questo la Madonna è modello (exemplar) eccellentissimo di fede e di carità. Queste due primordiali e fondamentali virtù teologali, senza le quali la vita della Chiesa non sarebbe nemmeno immaginabile (è per la fede che si crede nella divinità di Cristo e nell’origine divina della Chiesa e la carità è la ragione di essere della Chiesa e il culmine e il distintivo della vita dei credenti), sono presenti in Maria in grado eccellentissimo, per cui è sempre a Lei che occorre guardare per comprendere cosa realmente significa avere fede e cosa significa vivere nella carità.
In effetti la prima cosa che nei paragrafi seguenti troviamo è la descrizione (ed anche l’esaltazione) della Madonna vista nei misteri della sua vita terrena, a cominciare dall’Annunciazione fino a giungere all’Assunzione, passando per la sua sollecitudine durante l’infanzia di Gesù, la sua partecipazione ai misteri della sua vita pubblica, il modo in cui Ella fu chiamata a vivere gli eventi dell’Ascensione e della Pentecoste. Il “pellegrinaggio della fede” (LG 58) che Ella realmente ha vissuto, fa di Lei il modello assolutamente esemplare di vita cristiana. Ella è stata la prima e più perfetta discepola di Gesù e l’unica ad aver vissuto con assoluta perfezione l’essenza e il cuore della santità, che consiste nell’ascoltare e mettere in pratica la Divina Parola, facendo sempre, solo e in tutto la Divina Volontà.
Prima ancora di passare a presentare l’eccellenza di Maria - quella dipendente dalle grazie e dai favori del tutto singolari dei quali Ella è stata insignita dall’Altissimo - il Concilio vuole dunque anzitutto tessere le lodi di Maria Santissima contemplandone l’unica e radiosa santità. Come infatti non pochi autori (anche Padri della Chiesa) hanno avuto modo di sottolineare, Ella non avrebbe mai concepito Cristo nel corpo se non l’avesse prima concepito nel cuore. La sua funzione nella storia della salvezza e nella vita della Chiesa dipende certamente (e anzitutto) dall’elezione divina e dalle scelte imperscrutabili operate su di Lei dall’Altissimo da prima della creazione del mondo. Ma la cooperazione con la Grazia (di cui era pienissima) da parte della beata Vergine è motivo di grande sprone per tutti i fedeli ed anche fonte di attenta riflessione. Ella è Colei che non ha vanificato nemmeno un briciolo degli immensi doni di cui è stata beneficata. Non ne ha sprecato alcuno. Non ne ha lasciato nessuno infruttuoso e inoperoso. Come ha affermato qualche autore è una “ben degna” madre di Dio. Immensamente è stata beneficata e immensamente ha corrisposto a grazie e doni. Gratuitamente è stata eletta e gratuitamente e totalmente si è data. Infinitamente è stata dall’Altissimo innalzata e ancor più infinitamente si è sempre umiliata nel suo nulla e nel suo semplicissimo e innocente candore. Una degna Madre di Dio. Ma anche un grandissimo exemplar per la Chiesa tutta e per ogni singolo fedele in particolare. La Maestra del “come non sprecare e vanificare le grazie di Dio”. Sciagura - questa - da cui è dipesa (e dipende) l’infelicità dell’uomo, la presenza del male nel mondo, il dolore di Dio di vedere malridotti e spesso abbrutiti i figli da Lui creati.
Dopo una sezione dedicata alla presentazione biblica di alcuni misteri della vita terrena della Madonna (cf LG 55-59), la Lumen Gentium traccia la funzione che la Madonna ha nella Chiesa e per la Chiesa ed anche il peculiare tipo di rapporto che intercorre tra la Chiesa e Maria santissima.
La Costituzione evita di usare in modo chiaro ed esplicito il titolo “forte” di Corredentrice e cita, quasi di sfuggita, quelli di Avvocata e Mediatrice, preoccupandosi accuratamente di fornirne i criteri di adeguata interpretazione. Tuttavia, come vedremo, nella dottrina che presenta offre una sintesi nitida del contenuto di tali funzioni, che sono - tuttora - oggetto di studio e approfondimento dottrinale e che potrebbero - come auspica chi scrive - un giorno divenire il contenuto di un possibile quinto (ed ultimo) dogma mariano. A proposito della funzione di mediazione di Maria, il Concilio la collega alla sua maternità spirituale verso gli uomini, che è conseguenza diretta e immediata della maternità divina. Dopo aver debitamente precisato che Gesù è l’unico mediatore e specificato che ogni influsso benefico della Madonna è disposto per divina volontà (e non è quindi assolutamente necessario), dipende totalmente da Cristo e da questi attinge tutta la sua efficacia, il paragrafo 63 afferma: “la funzione materna di Maria verso gli uomini non oscura né in alcun modo sminuisce l’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra piuttosto l’efficacia [...] e nemmeno impedisce il contatto immediato dei credenti con Cristo, ma anzi lo favorisce” (LG 63).
Riguardo la collaborazione di Maria con Cristo all’opera della salvezza, il Concilio rimanda all’eterna predestinazione di Maria ad essere Madre di Dio. In forza di questa doppia predestinazione, Ella, come nuova Eva assunse la funzione di socia e collaboratrice di Cristo - nuovo Adamo - nella sua opera compiuta nel mondo, anzi a questa fu “l’associata a titolo assolutamente unico e più di ogni altra generosa” (LG 64). Il testo prosegue affermando che Maria “concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, coll’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime” (ibidem). Come si vede si ha cura di non adoperare il termine tecnico di “Corredentrice”, ma si dice a chiare lettere che Ella cooperò in modo del tutto speciale all’opera del Salvatore, al fine di restaurare la vita soprannaturale delle anime. Ora, l’opera del Salvatore fu esattamente la redenzione, il cui fine è la riconciliazione tra Dio e l’uomo e la restituzione all’uomo della grazia santificante persa col peccato, ossia la vita soprannaturale. Se la Madonna ha cooperato a ciò “in modo tutto speciale” è evidente che ha una funzione unica e del tutto singolare anche sotto questo aspetto, che la rende, peraltro, vera madre nostra nell’ordine della grazia (ibidem).
La beatissima Vergine, infine, continua ad intercedere dal cielo per noi. Nel paragrafo 62, dove si parla di questa ulteriore funzione di Maria e della sua “molteplice intercessione”, compare - a fianco ad altri titoli - la menzione dei termini di Mediatrice (il cui contenuto è stato spiegato precedentemente) e di Avvocata (titolo strettamente collegato al ministero di intercessione che la Madonna incessantemente esercita presso il trono dell’Altissimo): “Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice. Ciò però va inteso in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore” (LG 62). Come si vede, pur nella doverosa precisazione del primato della Mediazione di Cristo (l’unica strettamente necessaria ed efficace) abbiamo un’importante precisazione che può e deve essere il punto di partenza per ulteriori approfondimenti dogmatico - dottrinali che tendano alla perfetta (e giusta) glorificazione di questa Creatura del tutto singolare e ridondino a beneficio della Chiesa e dell’umanità tutta. Si precisa ulteriormente che ciò non deve destare alcuno stupore, perché l’economia divina si è sempre compiaciuta di partecipare alle creature la dignità degli uffici e delle opere di nostro Signore Gesù Cristo, come appare in modo del tutto evidente riguardo alla varia e diversa partecipazione (a fedeli e membri della gerarchia) del suo unico e sommo sacerdozio. Bellissima la conclusione che recita testualmente: “La Chiesa non dubita di riconoscere questa funzione subordinata [di mediazione] a Maria, non cessa di farne l’esperienza e di raccomandarla al cuore dei fedeli, perché, sostenuti da questa materna protezione, aderiscano più intimamente al Mediatore e Salvatore” (ibidem).
Se Maria è immagine e tipo della Chiesa, vuol dire che la Chiesa deve necessariamente somigliare a questo suo santo e immacolato esemplare. E se da un lato ne attua nel tempo e nella storia le sante funzioni di Vergine e Madre, nel contempo, essendo composta di figli fragili e peccatori, ha come vocazione quello di imitare la santità di Maria. È quanto mirabilmente ricorda il Concilio Vaticano II ai paragrafi 64 e 65 della costituzione dogmatica Lumen Gentium. Si legge nel primo dei due: “La Chiesa contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo; imitando la madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità” (LG 64, i corsivi sono miei). Riguardo la perfetta santità di Maria che può e deve essere imitata dai figli della Chiesa, ossia dai fedeli di Cristo, ecco quanto viene affermato nella prima parte del paragrafo seguente: “Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine quella perfezione, che la rende senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli di Cristo si sforzano ancora di crescere nella santità vincendo il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti” (LG 65).
Per il fatto che la Vergine Santissima è membro del tutto singolare e sovreminente della Chiesa, Madre di Dio e Regina dei santi, la Chiesa tributa a Lei un culto superiore a quello dei santi - tecnicamente denominato di “dulìa” - che è culto di venerazione essenzialmente diverso e inferiore rispetto a quello reso a Cristo - denominato di “latrìa”, che è culto di vera e propria adorazione a Lui dovuto in quanto vero Dio. I teologi concordano nel definire la venerazione e il conseguente culto che la Chiesa tributa alla Madonna con il termine di “iperdulìa”, ossia una venerazione superiore a quella tributata a tutti i santi ma non paragonabile, perché inferiore, a quella da rendere a Cristo: “Maria, perché madre santissima di Dio presente ai misteri di Cristo, per grazia di Dio esaltata, al di sotto del Figlio, sopra tutti gli angeli e gli uomini, viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale. E di fatto, già fin dai tempi più antichi, la beata Vergine è venerata col titolo di «madre di Dio» e i fedeli si rifugiano sotto la sua protezione, implorandola in tutti i loro pericoli e le loro necessità. Soprattutto a partire dal Concilio di Efeso il culto del popolo di Dio verso Maria crebbe mirabilmente in venerazione e amore, in preghiera e imitazione, secondo le sue stesse parole profetiche: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché grandi cose mi ha fatto l’Onnipotente» (Lc 1,48). Questo culto, quale sempre è esistito nella Chiesa sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione reso al Verbo incarnato cosi come al Padre e allo Spirito Santo, ed è eminentemente adatto a promuoverlo” (LG 66, i corsivi sono miei).
Oltre che tramite il culto pubblico e la liturgia, la Chiesa rende onore alla Madonna e la prega anche con “varie forme di pietà rispondenti alle diverse circostanze di tempo e di luogo e all’indole dei fedeli” (ibidem). Tra esse, evidentemente, spicca il santo Rosario, di cui innumerevoli Pontefici hanno declamato le eccellenze e raccomandato alla pietà dei fedeli, fino a san Giovanni Paolo II che ha voluto fare alla Chiesa intera il grande dono di ampliare lo schema tradizionale del Santo Rosario con i misteri della luce, che consentono al fedele di penetrare, con lo sguardo e sotto la guida di Maria, dentro i sublimi arcani dei tre anni del ministero pubblico di Gesù.
È bello concludere quest’ultima parte della trattazione del mistero della Chiesa in relazione al suo tipo perfetto che è Maria, con le stesse parole del Concilio che, mentre raccomanda la devozione alla Madonna - rifuggendo dalle opposte e diversamente perniciose tentazioni del riduzionismo e del massimalismo - ne ricorda anche l’essenza più profonda: “I fedeli si ricordino che la vera devozione [a Maria] non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa qual vana credulità, bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la madre nostra e all’imitazione delle sue virtù” (LG 67).
