Per affrontare correttamente l’argomento della santità della Chiesa è necessario aver ben presente la distinzione tra la Chiesa Corpo Mistico di Cristo e la Chiesa intesa come comunità di singoli membri le cui colpe, contrariamente a quanto si pensa, non inficiano né smentiscono la santità della Chiesa sposa di Cristo.
Oltre che una, la Chiesa di Cristo è anche “santa”. Forse ancor più della nota dell’unità della Chiesa (apparentemente messa sotto scacco dalla divisione tra i cristiani e dal proliferare di “chiese” e “comunità cristiane”), la santità della Chiesa è oggi ben poco creduta, professata e difesa e ciò non solo da parte dei “nemici” della Chiesa ma, purtroppo e a volte non senza molte circostanze attenuanti, anche dai suoi stessi figli. Il dato fenomenologico che sembra inesorabilmente smentire la santità della Chiesa sono le colpe, a volte veri e propri gravi scandali, commesse da alcuni membri di essa. L’uomo della strada, dinanzi a tale constatazione (per la verità assai spesso esacerbata, gonfiata e ingigantita da certa informazione faziosa e tendenziosa) pensa - facendo di tutta l’erba un fascio - che la Chiesa sia tutt’altro che santa. Approfondire la santità della Chiesa significherà, dunque, anzitutto uscire da quest’apparente aporia mostrando e, per quanto possibile in teologia, dimostrando che la presenza del peccato in capo ai suoi figli non mina minimamente né tanto meno smentisce la santità della Chiesa sposa di Cristo e suo mistico corpo.
Prima di addentrarci dentro tale problematica è necessario, per ovvi doveri di completezza anzitutto opporre all’incontestabile dato empirico or ora menzionato quello - parimenti evidente e di gran lunga più importante - della santità eroica di non pochi figli della Chiesa. Specialmente in alcuni santi contemporanei molto popolari (un padre Pio, una madre Teresa, un Giovanni Paolo secondo, solo per fare qualche nome) il medesimo uomo della strada che non esiterebbe a precipitare troppo frettolose e disastrose conclusioni circa la paventata santità della Chiesa, non avrebbe nessun dubbio che queste persone - in modo diverso e del tutto peculiare a ciascuna di esse - siano state rivestite di vera santità, che è rifulsa nei differenti fenomeni “straordinari” (a livello di segni o anche semplicemente di testimonianza) che hanno accompagnato le loro vite. Come vedremo, la santità di alcuni figli della Chiesa è spia e prova della santità della Chiesa tutta, mentre la peccaminosità anche manifesta e pubblica di altri suoi figli attesta il fatto del libero arbitrio e la verità che la santità della Chiesa (rettamente intesa) non significa affatto garanzia a priori della santità individuale di tutti i suoi membri. Occorrerà tuttavia procedere con ordine.
In prima battuta, in queste prime righe che vogliono fungere da ampia introduzione al nostro attuale tema, si può e si deve anzitutto notare un minimo comun denominatore delle due opposte fattispecie summenzionate: il fatto che si parla di individui e singole persone, non della Chiesa in quanto corpo o comunità. Tutti ricorderanno la storica giornata del 12 Marzo del 2000 quando, non senza più di qualche perplessità e resistenza anche dall’interno della Chiesa, san Giovanni Paolo in occasione della “giornata del perdono”, durante la santa Messa di quella memorabile domenica, inserì nella preghiera universale dei fedeli sei specifiche “richieste di perdono”, dopo una prima intenzione diretta ad una “confessione in generale dei peccati” nell’ottica di quella purificazione della memoria che il santo Padre tanto aveva a cuore, in quell’indimenticabile giubileo di transizione dal secondo al terzo millennio. Ebbene proprio il ripercorrere alcune espressioni di queste preghiere contribuirà non poco ad aiutarci a posizionare in modo corretto il tema della santità della Chiesa e della presenza di colpe e peccati tra i suoi membri.
Il Santo Padre Giovanni Paolo II pregò in questo modo il Signore nella prima intenzione: “Signore Dio, la tua Chiesa pellegrina, sempre da te santificata nel sangue del tuo Figlio, in ogni tempo annovera nel suo seno membri che rifulgono per santità ed altri che nella disobbedienza a te contraddicono la fede professata e il santo Vangelo. Tu, che resti fedele anche quando noi diventiamo infedeli, perdona le nostre colpe e concedici di essere tra gli uomini tuoi autentici testimoni. Per Cristo nostro Signore”. Il Papa parla anzitutto di Chiesa pellegrina sempre da Dio santificata nel sangue del suo Figlio. Afferma dunque il fondamento della santità della Chiesa nel “lavacro di rigenerazione e rinnovamento nello Spirito Santo” (Tt 3,5) operato dal Figlio di Dio fatto uomo nel suo stesso sangue, che rende la Chiesa, in quanto tale, indefettibilmente santa; tale santità, tuttavia, rifulgerà perfettamente e universalmente solo quando la Chiesa avrà cessato di essere “pellegrina in questo mondo”, perché, fino a quel momento, la mutevolezza, l’imperfezione e la soggezione alla tentazione dei suoi membri, rendono possibile e sovente attuale la presenza del peccato e quindi obbligano la Chiesa tutta a ricorrere incessantemente alla Divina Misericordia. Ciononostante, come abbiamo già sopra rilevato, assieme a queste miserie che ricordano il suo stato di essere ancora “in via” verso la patria eterna, la Chiesa annovera tra i suoi membri uomini e donne che rifulgono per santità e non sono in contraddizione né col vangelo né con la fede e lungi dal disobbedire a Dio, sono esempi di perfetta obbedienza non solo a Dio ma anche alla Chiesa stessa. Il che equivale esattamente ad affermare che le colpe dei membri della Chiesa sono segni del suo essere ancora “in via”, mentre la santità dei suoi membri è espressione viva del suo essere già stata perfettamente purificata nel sangue di Cristo e quindi in condizione di apparire, fin d’ora (almeno, appunto, in alcuni suoi illustri membri), come sua vera sposa. Proseguendo l’attenta lettura di queste splendide orazioni, avremo un quadro sempre più chiaro della problematica in esame, che culminerà nella formulazione dottrinale dei corretti princìpi di comprensione del grande e consolante mistero della santità della Chiesa.
La seconda intenzione di preghiera della “giornata del perdono” concerneva la “confessione delle colpe nel servizio della verità”. Il servizio alla verità è, in se stesso, la prima e più alta forma di carità che la Chiesa esercita nei confronti del mondo a cui è inviata e il fatto di custodirla indefettibilmente e trasmetterla fedelmente è contenuto essenziale, come vedremo, della sua stessa santità. Tuttavia (si badi di nuovo alla precisione delle espressioni) “anche uomini di Chiesa” e “i cristiani in certe epoche della storia” hanno utilizzato metodi di (pur doverosa) comunicazione della verità non in linea con il primo e fondamentale precetto della carità (causando, tra l’altro, la mancata accoglienza della verità medesima). Il Papa chiese a Dio di “accogliere il proposito di cercare e promuovere la verità nella dolcezza della carità, ben sapendo che la verità non si impone che in virtù della stessa verità”. Parole assolutamente splendide, che sarebbe assai opportuno ricordare e custodire nel cuore, dato che in certi contesti - anche ecclesiali - sembrano talora piuttosto dimenticate. La santità della Chiesa, dunque, risplende nello splendore della verità che custodisce, ma i modi antievangelici di diffonderla da parte di alcuni suoi membri ne offuscano, accidentalmente, tale lucentezza. Di nuovo appare evidente la netta distinzione tra la santità della Chiesa e la possibile non santità dei suoi membri, non esclusi gli stessi “uomini di Chiesa”.
Seguono le richieste di perdono a Dio per le colpe commesse contro l’unità dei cristiani e nei rapporti con il popolo dell’alleanza.
Anche qui si tratta di riconoscere i peccati commessi “da non pochi cristiani” contro Israele nonché il grave affronto alla volontà di Gesù, manifestata dalla sua accorata preghiera prima della Passione, di mantenere l’unità tra i suoi discepoli, la cui rottura (che, come si ricorderà, agisce sul piano fenomenologico, non su quello ontologico, nel senso che non incrina l’unità ed unicità della Chiesa di Cristo) ricade su tutti coloro che si sono opposti, divisi e reciprocamente condannati e combattuti, anziché cercare vie di soluzione e di pacificazione anche dinanzi a seri e reali problemi succedutisi nel corso della storia.
Molto edificante e significativa è la richiesta di perdono per le colpe commesse con parole e comportamenti “a volte suggeriti da orgoglio, odio, volontà di dominio e inimicizia verso gli aderenti ad altre religioni, e verso i gruppi sociali più deboli”. Il Papa afferma senza mezzi termini che i cristiani che si sono macchiati di queste colpe hanno “sconfessato il vangelo, disprezzando culture e tradizioni religiose”, dimenticando il monito di Gesù di amare il nemico, fare del bene a chi ci odia e pregare per i persecutori.
Segue il riconoscimento di responsabilità, sempre da parte di alcuni cristiani, nelle “forme di umiliazione ed emarginazione della donna”, unitamente a ulteriori “forme di discriminazione” dovute “alla razza e alla etnia diversa”. Anche in questo campo, il comportamento dei cristiani ha oggettivamente contraddetto la verità che la Chiesa insegna e la carità che sempre si è obbligati a praticare e seguire. Ma anche in questo caso, si tratta sempre di colpe di singoli, che offuscano certamente la santità visibile della Chiesa senza tuttavia poterla distruggere.
L’ultima richiesta di perdono mantiene, disgraziatamente, tutta la sua forza drammatica e anche il suo valore, dinanzi al perdurante e sciagurato perpetrarsi di gravissimi, ignobili, inammissibili ed inqualificabili scandali commessi da uomini di Chiesa contro innocenti e piccoli. Per la verità il Papa lanciò anche un grido (tutt’altro che ascoltato) in favore dei più indifesi in assoluto, ossia “i non-nati nel grembo materno o utilizzati a fini sperimentali”. Il Papa chiese dunque perdono per quei cristiani che, durante la storia, “non hanno saputo riconoscere Gesù nei più poveri e indifesi” e hanno commesso “ingiustizie confidando nella ricchezza e nel potere”.
Queste parole del santo Pontefice hanno trovato una recentissima eco nel suo attuale successore Francesco che, a fronte dei recenti ulteriori e gravissimi dossier che provano inequivocabilmente l’esistenza di numerosi abusi sessuali, ha ritenuto doveroso scrivere una “lettera al popolo di Dio” (data in Vaticano il 20 Agosto 2018), in cui anzitutto invita tutta la comunità cristiana a farsi carico di questi atti gravissimi anche con la penitenza, in particolare la preghiera e il digiuno: “Invito tutto il santo Popolo fedele di Dio all’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno secondo il comando del Signore, che risveglia la nostra coscienza, la nostra solidarietà e il nostro impegno per una cultura della protezione e del ‘mai più’ verso ogni tipo e forma di abuso”. Questo al fine di ottenere da Dio non solo il perdono dei peccati e la grazia di mai più indulgere a nessuna forma, anche minima, di connivenza o silenzio su tali ignominie, ma anche - bellissima espressione - “la grazia della vergogna”: “La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo”.
Il Pontefice, come è noto, sta compiendo anche dei gesti molto significativi, incontrando regolarmente e di persona le vittime degli abusi e i loro familiari.
È un modo assai eloquente con cui un padre si fa carico delle colpe dei figli, stando vicino a chi è stato scandalizzato e ferito proprio da chi dovrebbe essere il segno sensibile più chiaro e evidente della santità della Chiesa. Che non viene scalfita nemmeno in questi casi gravissimi, ma ne resta certamente orribilmente offuscata e, agli occhi di chi non ne comprende l’origine soprannaturale e lo statuto divino, la rende anche assai poco credibile: “Lo Spirito Santo ci dia la grazia della conversione e l’unzione interiore per poter esprimere, davanti a questi crimini di abuso, il nostro pentimento e la nostra decisione di lottare con coraggio”.
Nelle pagine precedenti abbiamo dettagliatamente e approfonditamente appurato che la santità della Chiesa in quanto Corpo e Sposa di Cristo è cosa distinta dalla santità dei suoi singoli membri. Mentre, infatti, in alcuni di essi rifulge in tutto il suo splendore e in tutta la sua pienezza - ossia nei martiri e in tutti i santi (anzitutto quelli canonizzati dalla Chiesa, ma anche - come ha recentemente ricordato il Papa - nei molti santi sconosciuti e nascosti che non saranno mai pubblicamente dichiarati tali 1), in altri sembra essere oscurata quando non addirittura rinnegata, negata o contraddetta e questi sono i peccatori (pubblici e privati).
La Chiesa sa bene ed insegna da sempre, in forza di ciò, che mentre il suo Sposo e Signore, Cristo Gesù, è santo, innocente e immacolato e, in quanto tale, non conobbe peccato alcuno ma portò su di Sé come vittima di espiazione i peccati di tutti, Essa invece, poiché comprende nel suo seno anche i peccatori è santa ma insieme sempre bisognosa di purificazione e incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento (cf CCC 827; LG 8; UR 3 e 6). Inoltre essa è adornata in terra, di una santità vera anche se imperfetta (LG 48) ed i suoi membri, tutti chiamati alla perfezione della santità, la conseguiranno solo a condizione di cooperare fedelmente e docilmente all’azione della Grazia Santificante. Altrimenti non solo santi non ci diventeranno, ma, come tutti i mortali (anzi, con molte più responsabilità di chi non ha avuto la grazia di conoscere e far parte dell’unico popolo di Dio) rischiano perfino la perdizione e il naufragio della fede, non bastando affatto essere e rimanere membri morti di questo albero di vita che è la Chiesa per conseguire l’eterna salvezza.
La santità della Chiesa, che è comunque indefettibile, consiste in queste due essenziali cose. Anzitutto solo nell’unica Chiesa di Cristo - che, come sappiamo, sussiste soltanto nella Chiesa cattolica - si trova la pienezza di tutti i mezzi di santificazione. Solo nella Chiesa ci sono, integri e perfetti, tutti e sette i sacramenti della nuova alleanza, che sono i canali primi, necessari e privilegiati per vivere in quella Grazia che rende possibile, in chi lo vuole, raggiungere la santità. Insieme ai sacramenti la Chiesa possiede anche numerosissimi sacramentali di vario genere e la potenza della sua preghiera pubblica e ufficiale, che sono ulteriori preziosi mezzi di santificazione che fanno scendere grazie copiose su tutti i suoi figli che abbiano e mantengano le debite disposizioni. La santità della Chiesa rifulge anche nella purezza, integrità e certissima verità di tutte le dottrine che insegna e trasmette in tema di fede e di morale, in cui, per l’assistenza del carisma di verità dello Spirito Santo, promesso dal suo Fondatore, non può errare nel custodire, interpretare e trasmettere la verità tutta intera su ciò che attiene appunto alle verità di fede e di morale. La comunione gerarchica con il successore di Pietro e il riconoscere il suo primato di giurisdizione e il suo compito di custodire la fede e confermare in essa i fratelli è il corollario necessario di questo punto fondamentale.
C’è una creatura nella quale la Chiesa può dire di aver già raggiunto la santità perfetta e quindi la può mostrare in Lei già realizzata e piena, senza macchia e ruga alcuna: si tratta della beatissima e sempre Vergine Maria che è, ad un tempo, sia il membro più eccellente e sovreminente di essa, sia anche la sua perfetta immagine (tipo) e modello a cui la Chiesa deve guardare e ispirarsi per raggiungere, in ciascuno dei suoi membri, la medesima sua perfetta santità (cf CCC 829). La santità della Chiesa, peraltro, come già accennato si manifesta nel fatto che alcuni suoi figli realmente raggiungono un grado oggettivo, certo e verificabile di santità e per questo sono canonizzati, cioè dichiarati santi in quanto vissuti nella perfetta fedeltà alla grazia di Dio ed eroici nella pratica delle virtù cristiane (cf CCC 828). Nelle varie epoche storiche, i santi sono stati sempre la sorgente e la forza propulsiva di ogni autentico rinnovamento nella vita della Chiesa, che solo dalla santità può trarre linfa vitale e slancio convinto per quella continua riforma di se stessa che deve compiere trovandosi a camminare e pellegrinare, per ora, nel mondo dove è sempre incombente il pericolo di sedersi, accomodarsi e perdere quello smalto e quella sempre nuova energia per combattere e vincere la buona battaglia della fede (cf 1Tm 1,18; 6,12; 2Tm 4,7), camminando nel mondo senza lasciarsi da esso travolgere o contaminare.
Fare parte della Chiesa significa avere a disposizione il massimo e più perfetto patrimonio possibile di mezzi di santificazione. L’uso di essi spetta al discernimento e al libero arbitrio dei fedeli, ricordando che, in quanto mezzi di santificazione, hanno certamente una loro efficacia santificatrice intrinseca e indiscutibile, ma, dal punto di vista soggettivo della loro reale fruttuosità, molto è importante anche il modo e la frequenza con cui i membri della Chiesa si accostano ad essi. Non è la stessa cosa, tanto per fare qualche esempio, confessarsi superficialmente e saltuariamente anziché approfonditamente e frequentemente; non è la stessa cosa partecipare alla santa Messa solo quando è obbligo di precetto oppure con frequenza maggiore o addirittura quotidiana; non produce gli stessi effetti una santa comunione ben fatta ed una fatta in modo frettoloso, freddo e distratto; e così via. Il motivo per cui la santità intrinseca e indefettibile della Chiesa non sempre risplende nei suoi membri è da ricercare principalmente qui. E questo costituisce anche una grande responsabilità per chi ha ricevuto un tesoro inestimabile e non ne sfrutta appieno il suo infinito valore. “A chi molto fu dato molto sarà chiesto. A chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12,48).
Nota 1 Papa Francesco li chiama “i santi della porta accanto” (Esortazione apostolica Gaudete et exsultate, 6-10).
