Il sacramento della penitenza: una sorta di "battesimo laborioso", istituito esplicitamente da Cristo stesso e pertanto indispensabile, in via ordinaria, per ottenere la remissione dei peccati
Il sacramento della penitenza, comunemente definito “sacramento della guarigione” (insieme all'unzione degli infermi), è ordinato a cancellare dall’anima le macchie dei peccati mortali e/o veniali commessi dopo il Battesimo. Di questo sacramento, come di tutti i sette sacramenti, si occupò a livello dogmatico e definitorio il Concilio di Trento, puntualizzando e definendo la dottrina cattolica e stigmatizzando gli errori e le eresie ad essa contrarie.
È noto che uno dei punti fondamentali della dottrina dei riformatori protestanti era la negazione dell’esistenza stessa del sacramento della penitenza, che non sarebbe stato istituito da Cristo e che sarebbe dovuta essere sostituito da una sorta di confessione “a tu per tu” tra l’individuo e il Signore, seguita da una “non imputazione delle colpe commesse” concessa da Dio in misura proporzionale alla fede del “penitente”. Volendo esemplificare: Dio non ti imputa i tuoi peccati perché guarda al sacrificio di Cristo che ha pagato per te; tale effetto ti raggiunge se e nella misura in cui tu credi in Lui come tuo Salvatore e nella sua misericordia. Tale “non imputazione” è del tutto gratuita e non deve essere accompagnata né seguita da alcuna opera “penitenziale” o “satisfattoria” in quanto bastano e avanzano i patimenti già sofferti da Cristo. Che le cose stessero così sarebbe forse il desiderio di non pochi uomini, magari con una discreta rappresentanza anche fra i cattolici. La realtà delle cose, tuttavia, è ben diversa e lontana da tutto ciò che ho appena tentato, a grandissime linee, di sintetizzare.
Anzitutto i padri del Concilio di Trento evidenziarono l’origine biblica, chiara ed esplicita, di questo sacramento nelle parole del Signore pronunciate il giorno stesso di Pasqua durante l’apparizione agli apostoli nel Cenacolo: “Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23).
Poi spiegarono la differenza tra questo sacramento ed il Battesimo, richiamando la splendida espressione dei Padri della Chiesa che chiamavano la penitenza “battesimo laborioso”. È vero, infatti, che Cristo ha sofferto ed è morto, soddisfacendo per i peccati di tutti gli uomini presenti, passati e futuri; ma come Cristo è morto una sola volta, così i meriti della sua Passione e Morte vengono applicati ad ogni singola anima nella totalità dei loro effetti una sola volta ed è quanto avviene nel sacramento del Battesimo; se si pecca dopo il Battesimo, le esigenze della divina giustizia richiedono, per ottenere il perdono “gemiti e fatiche”, nonché il presentarsi come rei dinanzi ai ministri della Chiesa istituiti da Cristo per chiedere il perdono e ricevere la debita penitenza.
Importantissima è anche la definizione che il Sacro Concilio tridentino dà degli atti del penitente (contrizione, confessione e soddisfazione), chiamandoli “quasi materia”, mentre la forma è data dalle parole dell’assoluzione e l’effetto consiste nella remissione delle colpe commesse. Questa espressione è importantissima e va spiegata. Ordinariamente la “materia” dei sacramenti è un elemento sensibile, la cui esatta presenza condiziona la validità del sacramento: pane azzimo e vino di vite per l’eucaristia, acqua naturale per il battesimo, olio di oliva per l’unzione, il crisma, l’olio dei catecumeni, etc. Se la materia non è esattamente questa, ognuno dei suddetti sacramenti è totalmente inesistente e invalido. Non si può battezzare una persona col whisky, né celebrare la Messa con biscotti e coca cola! Ora, gli atti del penitente non sono elementi sensibili in senso stretto (per questo vengono chiamati “quasi materia”), ma - a somiglianza degli elementi sensibili, la cui sussistenza condiziona la validità stessa del sacramento - la loro corretta e completa presenza determina la stessa validità del sacramento della penitenza. Pertanto l’inesistenza o l’incompletezza anche di uno solo dei tre atti del penitente rende inesistente, nulla e in certi casi perfino sacrilega la celebrazione del sacramento. Infine il Concilio aggiunge che sovente la buona celebrazione di questo sacramento ha come frutto interiore la pace e la serenità, unite a vivissima consolazione di spirito. Cose che certamente accadono quando la confessione è fatta da “persone pie” (cioè che la preparano e la celebrano bene) e che testimoniano, sia pur indirettamente, quanto grande e importante è questo sacramento.
