Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2021-11-14

La Domenica, giorno del Signore

← Tutti gli articoli
Come santificare il giorno del Signore



1. La lettera Dies Domini di Giovanni Paolo II (1998)
Il Papa Giovanni Paolo II, preoccupato per la crescente diminuzione della partecipazione dei fedeli cattolici alla santa Messa domenicale (dall’80% della prima metà del XX secolo a circa il 20% della fine del XX secolo, ma oggi la percentuale, in alcune zone di Italia, rasenta il 10%), scrisse una stupenda lettera apostolica in cui presentava la meravigliosa visione cristiana della Domenica, “giorno del Signore”, ma anche “giorno della Chiesa” e “dell’uomo”.  Con la consueta puntualità e carità, mise in luce alcuni aspetti salienti di questo giorno, oggi gravemente profanato in molti modi e richiamò tutti i fedeli cattolici a riscoprire, vivere e testimoniare la bellezza e la santità del “giorno che ha fatto il Signore”. Seguiamone con attenzione alcuni passaggi particolarmente importanti.
«Il giorno del Signore ha avuto sempre, nella storia della Chiesa, una considerazione privilegiata per la sua stretta connessione col nucleo stesso del mistero cristiano. La Domenica infatti richiama il giorno della risurrezione di Cristo: è la Pasqua della settimana, in cui si celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Ai nostri tempi si è affermata largamente la pratica del “week-end”, inteso come tempo settimanale di sollievo, da trascorrere magari lontano dalla dimora abituale, caratterizzato dalla partecipazione ad attività culturali, politiche, sportive, il cui svolgimento coincide in genere proprio coi giorni festivi. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale che non manca di elementi positivi, ma quando la Domenica perde il significato originario e si riduce a puro “fine settimana”, può capitare che l’uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il “cielo”. Ai discepoli di Cristo è dunque chiesto di non confondere la celebrazione della Domenica, che dev’essere una vera santificazione del giorno del Signore, col “fine settimana”, inteso fondamentalmente come tempo di semplice riposo o di evasione. Essa è un giorno che sta nel cuore stesso della vita cristiana. Se, fin dall’inizio del mio Pontificato, non mi sono stancato di ripetere: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”, in questa stessa linea vorrei oggi invitare tutti con forza a riscoprire la Domenica: “Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo!”. Sì, apriamo a Cristo il nostro tempo, perché egli lo possa illuminare e indirizzare. Il tempo donato a Cristo non è mai tempo perduto, ma piuttosto tempo guadagnato per l’umanizzazione profonda dei nostri rapporti e della nostra vita.
“Noi celebriamo la Domenica a causa della venerabile risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo, non soltanto a Pasqua, ma anche a ogni ciclo settimanale”: così scriveva, agli inizi del V secolo, Papa Innocenzo I, testimoniando una prassi ormai consolidata. La Domenica appare dunque il giorno della fede per eccellenza. I problemi che, nel nostro tempo, possono rendere più difficile la pratica del dovere domenicale non mancano di trovare la Chiesa sensibile e maternamente attenta alle condizioni dei singoli suoi figli. Tuttavia L’importanza della celebrazione domenicale deve essere, sul piano pastorale, particolarmente sottolineata. Infatti, tra le numerose attività che una Parrocchia svolge, nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la la celebrazione domenicale del giorno del Signore. La Messa infatti è viva ripresentazione del sacrificio della Croce. Sotto le specie del pane e del vino, Cristo si offre al Padre nel medesimo gesto di immolazione con cui si offrì sulla croce: in questo divino Sacrificio che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si offrì una sola volta in modo cruento sull’altare della croce. Al suo sacrificio Cristo unisce quello della Chiesa: la vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo.
Essendo l’Eucaristia il vero cuore della Domenica, si comprende perché, fin dai primi secoli, i Pastori non abbiano cessato di ricordare ai loro fedeli la necessità di partecipare all’assemblea liturgica. “Lasciate tutto nel giorno del Signore — dichiara il trattato del III secolo intitolato Didascalia degli Apostoli — e correte con diligenza alla vostra assemblea, perché è la vostra lode verso Dio. Altrimenti, quale scusa avranno presso Dio quelli che non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la parola di vita e nutrirsi dell’alimento divino che rimane eterno?”. Quando, durante la persecuzione di Diocleziano, le loro assemblee furono interdette con la più grande severità, furono molti i coraggiosi che sfidarono l’editto imperiale e accettarono la morte pur di non mancare alla Eucaristia domenicale. E il caso di quei martiri di Abitine, in Africa proconsolare, che risposero ai loro accusatori: “È senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore, perché non la si può tralasciare; è la nostra legge; noi non possiamo stare senza la cena del Signore”. Quest’obbligo di coscienza, fondato in una esigenza interiore che i cristiani dei primi secoli sentivano con tanta forza, la Chiesa non ha cessato di affermarlo. Di fronte poi alla tiepidezza o alla negligenza di alcuni cristiani, ha dovuto esplicitare il dovere di partecipare alla Messa domenicale. L’attuale Codice di Diritto Canonico, pertanto, afferma che “la Domenica e le altre feste di precetto, i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa”. Una tale legge è stata normalmente intesa come implicante un obbligo grave: è quanto insegna anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, puntualizzando che “coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave” (CCC, n. 2181)».

2. «Ricordati di santificare le feste»
La partecipazione alla santa Messa domenicale e festiva è dunque uno dei due obblighi gravi che scaturiscono dal terzo comandamento. Una partecipazione attiva (essere presenti fin dall’inizio, senza arrivare in ritardo), attenta (unirsi a Gesù che si immola sull’Altare fra le mani del sacerdote), possibilmente piena (partecipando alla Santa Comunione, se si è prima purificata la propria anima con il sacramento della Confessione). Ascoltare la santa Messa per radio o televisione è consentito solo a chi è materialmente impossibilitato ad andare in Chiesa (per malattia o grave impedimento). Fuori di questi casi, trascurare la santa Messa domenicale e festiva costituisce un peccato mortale. L’altro obbligo è quello di astenersi dal lavoro, sia quello finalizzato a scopo di lucro, sia altre attività lavorative che impediscano il culto dovuto a Dio, oppure di godere della letizia propria del giorno del Signore, ovvero la necessaria distensione della mente e del corpo. Ovviamente gravi necessità familiari così come lavori di pubblica utilità o socialmente necessari costituiscono giustificazioni legittime di fronte al precetto del riposo domenicale, fermo però restando l’obbligo della partecipazione alla santa Messa, che può essere soddisfatto anche con la Messa vespertina domenicale o con quella del Sabato sera. Qualche esempio ci aiuterà a capire quali lavori è possibile compiere nei giorni festivi.
1) La pubblica utilità. Si tratta di lavori quali i servizi di trasporto, il funzionamento degli impianti elettrici, idrici, del gas, degli strumenti di comunicazione sociale, i servizi dei medici, infermieri, forze dell’ordine, vigili del fuoco, etc. ;
2) Le necessità di vita. Cucinare, attendere ad alcuni lavori domestici urgenti, etc.;
3) Il pericolo di danni notevoli. È il caso dei lavori urgenti in campagna (la cui mancata esecuzione provocherebbe danni gravi, quali la perdita del raccolto), o delle fabbriche che lavorano a regime di ciclo continuo, lo sgombero di edifici pericolanti, etc.;
4) La carità verso il prossimo. Per esempio i lavori dei familiari o delle badanti che assistono le persone anziane o malate;
5) La pietà.  Sono i lavori finalizzati al culto e al servizio di Dio (giornate di raccolta fondi per le missioni, servizi prestati in Chiesa, etc.);
6) Le consuetudini del luogo. Il lavoro dei servizi di ristorazione o turistici, oppure l’apertura limitata ad alcune ore di alcuni esercizi commerciali necessari alla società, attività sportive o ricreative, etc.
Fuori di questi casi, resta fermo l’obbligo di astenersi dal lavoro festivo ed anche il dovere di testimoniare il proprio dissenso dinanzi alla cultura materialistica ed edonistica del nostro tempo che cerca di trasformare la Domenica nel giorno dello “shopping”. Queste eccezioni, infatti, non possono divenire un alibi per superare i limiti della liceità morale, col risultato di distruggere la Domenica e di ridurla ad un giorno feriale qualsiasi. A ciò ci esorta caldamente la Chiesa, invitandoci a vigilare e a testimoniare, perché il grande dono di Dio, che è il giorno del Signore, venga conservato come fattore insostituibile di civiltà: “Nel rispetto della libertà religiosa e del bene comune di tutti, i cristiani devono adoperarsi per far riconoscere dalle leggi le domeniche e i giorni di festa della Chiesa come giorni festivi. Spetta a loro offrire a tutti un esempio pubblico di preghiera, di rispetto e di gioia e difendere le loro tradizioni come un prezioso contributo alla vita spirituale della società umana. Se la legislazione del paese o altri motivi obbligano a lavorare la Domenica, questo giorno sia tuttavia vissuto come il giorno della nostra liberazione, che ci fa partecipare a questa adunanza festosa, a questa assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli” (CCC n. 2188).

3. La Madonna e il giorno del Signore
Il 19 settembre 1846 la Santissima Vergine apparve a due pastorelli a La Salette (Francia): Massimino Giraud (11 anni) e Melania Calvat (14 anni). La Madonna richiamò il suo popolo per la violazione del II Comandamento (la bestemmia) e soprattutto del III (la profanazione della Domenica). Ella con un pianto dirotto, che lasciò stupiti e addolorati i due bambini che l’ascoltavano, affermò: «Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservata il settimo, e non me lo si vuole concedere. I carrettieri non fanno altro che bestemmiare il nome di mio Figlio. Queste sono le due cose che appesantiscono il braccio di mio Figlio». Prese alla lettera, le parole della Madonna sembrerebbero indicare che Lei stessa, e non Dio, si è riservata il giorno di Domenica. In realtà qui la Santa Vergine si presenta come la Mediatrice fra noi e suo Figlio. Tutto ciò che Cristo dà alla Chiesa, e quindi anche il dono della Domenica, ci viene per mezzo suo e tutto ciò che da noi sale fino a Cristo, passa attraverso di Lei. La Domenica è un giorno che appartiene a Dio, cioè noi dobbiamo consacrarlo a Lui, in particolare, con la partecipazione alla Santa Messa e con l’astensione dal lavoro. Ma noi non vogliamo concedere a Dio questo giorno. La Madonna continuò precisando: «A Messa non vanno che alcune donne già anziane. Gli altri lavorano di Domenica tutta l’estate, e l’inverno, quando non sanno che fare, non vanno alla Messa che per burlarsi della Religione. In Quaresima vanno alla macelleria come dei cani». Questa espressione cruda della Madonna, richiama il termine coniato da san Paolo di “uomo animale”, per indicare un uomo che, dimentico della sua anima e delle cose dello spirito, mangia, beve e lavora come le bestie e vive lontano da Dio. La nostra situazione è simile, anzi più grave, perché maggiori sono le possibilità di destinare il tempo a se stessi e alla propria anima. Dio non tollera questa situazione d’indifferenza e di disprezzo per la sua grazia e il suo amore. Egli nel suo amore ci “castiga”, perché ci decidiamo ad abbandonare il peccato. Quando non bastano più le parole dell’amore, Dio ci richiama sul retto cammino col linguaggio del dolore. La Madonna a La Salette ci rivela che Dio vigila e osserva, scrutando in fondo a ogni cuore, e premia chi gli è fedele e castiga chi si ribella, dimostrando che tutto è nelle sue mani e che la nostra presunzione di fare a meno di Lui ci espone al ridicolo di chi, essendo senza ali, ha la pretesa di volare. La gente si illude che, lavorando di Domenica, crescano il guadagno e la ricchezza. Satana incanta col miraggio del denaro e seduce quelli che in esso hanno posto il loro cuore. Il suo obiettivo è di strappare la Domenica dalle mani di Dio e di privare gli uomini di questo inestimabile dono. La Madre di Dio ci ricorda che con Dio non si scherza: «Se il raccolto va male, è soltanto per colpa vostra. Ve l’ho fatto vedere l’anno scorso con le patate; voi non ne avete fatto caso. Anzi, quando ne trovavate delle guaste, voi imprecavate e intercalavate il Nome di mio Figlio. Esse continueranno a marcire e quest’anno a Natale non ve ne saranno più». Dio governa il mondo con infinita sapienza e giustizia e nulla sfugge alla sua mano. La Madonna ha promesso, a chi accoglie il suo messaggio, benedizione non solo con i beni spirituali, ma anche materiali: «Se si convertiranno, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate si troveranno seminate da loro stesse. Su, bambini miei, fate dunque sapere ciò a tutto il mio popolo». Con queste parole la Madonna si congedò, invitando i bambini a fare conoscere il suo messaggio. Ora che l’abbiamo conosciuto, accogliamo con amore gli inviti della nostra dolcissima Madre del cielo.

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.