Come santificare il giorno del Signore
1. La lettera Dies
Domini di Giovanni Paolo II (1998)
Il Papa Giovanni Paolo II, preoccupato per la
crescente diminuzione della partecipazione dei fedeli cattolici alla santa
Messa domenicale (dall’80% della prima metà del XX secolo a circa il 20% della
fine del XX secolo, ma oggi la percentuale, in alcune zone di Italia, rasenta
il 10%), scrisse una stupenda lettera apostolica in cui presentava la
meravigliosa visione cristiana della Domenica, “giorno del Signore”, ma anche “giorno della Chiesa” e
“dell’uomo”. Con la consueta puntualità
e carità, mise in luce alcuni aspetti salienti di questo giorno, oggi
gravemente profanato in molti modi e richiamò tutti i fedeli cattolici a
riscoprire, vivere e testimoniare la bellezza e la santità del “giorno che ha fatto il Signore”.
Seguiamone con attenzione alcuni passaggi particolarmente importanti.
«Il giorno del Signore ha
avuto sempre, nella storia della Chiesa, una considerazione privilegiata per la
sua stretta connessione col nucleo stesso del mistero cristiano. La Domenica
infatti richiama il giorno della risurrezione di Cristo: è la Pasqua della
settimana, in cui si celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla
morte. Ai nostri tempi si è affermata largamente la pratica del “week-end”, inteso come tempo settimanale
di sollievo, da trascorrere magari lontano dalla dimora abituale,
caratterizzato dalla partecipazione ad attività culturali, politiche, sportive,
il cui svolgimento coincide in genere proprio coi giorni festivi. Si tratta di
un fenomeno sociale e culturale che non manca di elementi positivi, ma quando la Domenica perde il significato
originario e si riduce a puro “fine settimana”, può capitare che l’uomo rimanga
chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il
“cielo”. Ai discepoli di Cristo è dunque chiesto di non confondere la
celebrazione della Domenica, che dev’essere una vera santificazione del giorno del Signore, col “fine settimana”,
inteso fondamentalmente come tempo di semplice riposo o di evasione. Essa è un
giorno che sta nel cuore stesso della vita cristiana. Se, fin dall’inizio del
mio Pontificato, non mi sono stancato di ripetere: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”, in
questa stessa linea vorrei oggi invitare tutti con forza a riscoprire la
Domenica: “Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo!”. Sì,
apriamo a Cristo il nostro tempo, perché egli lo possa illuminare e
indirizzare. Il tempo donato a Cristo non è mai tempo perduto, ma piuttosto
tempo guadagnato per l’umanizzazione profonda dei nostri rapporti e della
nostra vita.
“Noi
celebriamo la Domenica a causa della venerabile risurrezione del nostro Signore
Gesù Cristo, non soltanto a Pasqua, ma anche a ogni ciclo settimanale”: così
scriveva, agli inizi del V secolo, Papa Innocenzo I, testimoniando una prassi
ormai consolidata. La Domenica appare dunque il giorno della fede per
eccellenza. I problemi che, nel nostro tempo, possono rendere più difficile la
pratica del dovere domenicale non mancano di trovare la Chiesa sensibile e
maternamente attenta alle condizioni dei singoli suoi figli. Tuttavia L’importanza della celebrazione domenicale deve
essere, sul piano pastorale, particolarmente sottolineata. Infatti, tra le numerose
attività che una Parrocchia svolge, nessuna è tanto vitale o formativa della
comunità quanto la la celebrazione domenicale del giorno del Signore. La Messa
infatti è viva ripresentazione del sacrificio della Croce. Sotto le
specie del pane e del vino, Cristo si offre al Padre nel medesimo gesto di
immolazione con cui si offrì sulla croce: in questo divino Sacrificio che
si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso
Cristo, che si offrì una sola volta in modo cruento sull’altare della croce. Al
suo sacrificio Cristo unisce quello della Chiesa: la vita dei fedeli, la loro
lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a
quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un
valore nuovo.
Essendo l’Eucaristia il vero cuore della Domenica, si comprende
perché, fin dai primi secoli, i Pastori non abbiano cessato di ricordare ai
loro fedeli la necessità di partecipare all’assemblea liturgica. “Lasciate
tutto nel giorno del Signore — dichiara il trattato del III secolo intitolato Didascalia
degli Apostoli — e correte con diligenza alla vostra assemblea, perché è la
vostra lode verso Dio. Altrimenti, quale scusa avranno presso Dio quelli che
non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la parola di vita e
nutrirsi dell’alimento divino che rimane eterno?”. Quando, durante la
persecuzione di Diocleziano, le loro assemblee furono interdette con la più
grande severità, furono molti i coraggiosi che sfidarono l’editto imperiale e
accettarono la morte pur di non mancare alla Eucaristia domenicale. E il caso
di quei martiri di Abitine, in Africa proconsolare, che risposero ai loro
accusatori: “È senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore,
perché non la si può tralasciare; è la nostra legge; noi non possiamo stare
senza la cena del Signore”. Quest’obbligo di coscienza, fondato in una esigenza
interiore che i cristiani dei primi secoli sentivano con tanta forza, la Chiesa
non ha cessato di affermarlo. Di fronte poi alla tiepidezza o alla negligenza
di alcuni cristiani, ha dovuto esplicitare il dovere di partecipare alla Messa
domenicale. L’attuale Codice di Diritto Canonico, pertanto, afferma che “la Domenica e le altre feste di precetto, i
fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa”. Una tale legge è
stata normalmente intesa come implicante un obbligo
grave: è quanto insegna anche il Catechismo della Chiesa Cattolica,
puntualizzando che “coloro che
deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave”
(CCC, n. 2181)».
2. «Ricordati di santificare le feste»
La partecipazione alla santa Messa domenicale e
festiva è dunque uno dei due obblighi gravi che scaturiscono dal terzo
comandamento. Una partecipazione attiva
(essere presenti fin dall’inizio, senza arrivare in ritardo), attenta (unirsi a Gesù che si immola
sull’Altare fra le mani del sacerdote), possibilmente piena (partecipando alla Santa Comunione, se si è prima purificata
la propria anima con il sacramento della Confessione). Ascoltare la santa Messa
per radio o televisione è consentito solo a chi è materialmente impossibilitato ad andare in Chiesa (per malattia o
grave impedimento). Fuori di questi casi,
trascurare la santa Messa domenicale e festiva costituisce un peccato mortale. L’altro obbligo è quello di
astenersi dal lavoro, sia quello finalizzato a scopo di lucro, sia altre
attività lavorative che impediscano il culto dovuto a Dio, oppure di godere
della letizia propria del giorno del Signore, ovvero la necessaria distensione
della mente e del corpo. Ovviamente gravi necessità familiari così come lavori
di pubblica utilità o socialmente necessari costituiscono giustificazioni
legittime di fronte al precetto del riposo domenicale, fermo però restando
l’obbligo della partecipazione alla santa Messa, che può essere soddisfatto
anche con la Messa vespertina domenicale o con quella
del Sabato sera. Qualche esempio ci aiuterà a capire quali lavori è possibile
compiere nei giorni festivi.
1) La
pubblica utilità. Si tratta di lavori quali i servizi di trasporto, il
funzionamento degli impianti elettrici, idrici, del gas, degli strumenti di
comunicazione sociale, i servizi dei medici, infermieri, forze dell’ordine, vigili
del fuoco, etc. ;
2) Le
necessità di vita. Cucinare, attendere ad alcuni lavori domestici urgenti,
etc.;
3) Il
pericolo di danni notevoli. È il caso dei lavori urgenti in campagna (la cui mancata esecuzione provocherebbe danni
gravi, quali la perdita del raccolto), o delle fabbriche che lavorano a regime
di ciclo continuo, lo sgombero di edifici pericolanti, etc.;
4) La carità
verso il prossimo. Per esempio i lavori dei familiari o delle badanti che
assistono le persone anziane o malate;
5) La pietà. Sono i lavori finalizzati al culto e al
servizio di Dio (giornate di raccolta fondi per le missioni, servizi prestati
in Chiesa, etc.);
6) Le
consuetudini del luogo. Il lavoro dei servizi di ristorazione o turistici,
oppure l’apertura limitata ad alcune ore di alcuni esercizi commerciali
necessari alla società, attività sportive o ricreative, etc.
Fuori di questi casi, resta fermo l’obbligo di
astenersi dal lavoro festivo ed anche il dovere di testimoniare il proprio
dissenso dinanzi alla cultura materialistica ed edonistica del nostro tempo che
cerca di trasformare la Domenica nel giorno dello “shopping”. Queste eccezioni, infatti, non possono divenire un alibi
per superare i limiti della liceità morale, col risultato di distruggere la
Domenica e di ridurla ad un giorno feriale qualsiasi. A ciò ci esorta caldamente
la Chiesa, invitandoci a vigilare e a testimoniare, perché il grande dono di
Dio, che è il giorno del Signore, venga conservato come fattore insostituibile
di civiltà: “Nel rispetto della libertà religiosa e del bene comune di tutti, i cristiani devono adoperarsi per far
riconoscere dalle leggi le domeniche e i giorni di festa della Chiesa come giorni
festivi. Spetta a loro offrire a tutti un esempio pubblico di preghiera, di
rispetto e di gioia e difendere le loro tradizioni come un prezioso
contributo alla vita spirituale della società umana. Se la legislazione del
paese o altri motivi obbligano a lavorare la Domenica, questo giorno sia
tuttavia vissuto come il giorno della nostra liberazione, che ci fa partecipare
a questa adunanza festosa, a questa assemblea dei primogeniti iscritti nei
cieli” (CCC n. 2188).
3. La Madonna e il
giorno del Signore
Il 19
settembre 1846 la Santissima Vergine apparve a due pastorelli a La Salette
(Francia): Massimino Giraud (11 anni) e Melania Calvat (14 anni). La Madonna richiamò
il suo popolo per la violazione del II Comandamento (la bestemmia) e
soprattutto del III (la profanazione della Domenica). Ella con un pianto
dirotto, che lasciò stupiti e addolorati i due bambini che l’ascoltavano,
affermò: «Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservata il settimo, e
non me lo si vuole concedere. I carrettieri non fanno altro che bestemmiare il
nome di mio Figlio. Queste sono le due cose che appesantiscono il braccio di
mio Figlio». Prese alla lettera, le parole della Madonna sembrerebbero indicare
che Lei stessa, e non Dio, si è riservata il giorno di Domenica. In realtà qui
la Santa Vergine si presenta come la Mediatrice fra noi e suo Figlio. Tutto ciò
che Cristo dà alla Chiesa, e quindi anche il dono della Domenica, ci viene per
mezzo suo e tutto ciò che da noi sale fino a Cristo, passa attraverso di Lei.
La Domenica è un giorno che appartiene a Dio, cioè noi dobbiamo consacrarlo a
Lui, in particolare, con la partecipazione alla Santa Messa e con l’astensione
dal lavoro. Ma noi non vogliamo concedere a Dio questo giorno. La Madonna continuò
precisando: «A Messa non vanno che alcune donne già anziane. Gli altri lavorano di Domenica tutta
l’estate, e l’inverno, quando non sanno che fare, non vanno alla Messa che per
burlarsi della Religione. In Quaresima vanno alla macelleria come dei
cani». Questa espressione cruda della Madonna, richiama il termine coniato da
san Paolo di “uomo animale”, per indicare un uomo che, dimentico della sua
anima e delle cose dello spirito, mangia, beve e lavora come le bestie e vive
lontano da Dio. La nostra situazione è simile, anzi più grave, perché maggiori
sono le possibilità di destinare il tempo a se stessi e alla propria anima. Dio
non tollera questa situazione d’indifferenza e di disprezzo per la sua grazia e
il suo amore. Egli nel suo amore ci “castiga”, perché ci decidiamo ad
abbandonare il peccato. Quando non bastano più le parole dell’amore, Dio ci
richiama sul retto cammino col linguaggio del dolore. La Madonna a La Salette
ci rivela che Dio vigila e osserva, scrutando in fondo a ogni cuore, e premia
chi gli è fedele e castiga chi si ribella, dimostrando che tutto è nelle sue
mani e che la nostra presunzione di fare a meno di Lui ci espone al ridicolo di
chi, essendo senza ali, ha la pretesa di volare. La gente si illude che,
lavorando di Domenica, crescano il guadagno e la ricchezza. Satana incanta col
miraggio del denaro e seduce quelli che in esso hanno posto il loro cuore. Il
suo obiettivo è di strappare la Domenica dalle mani di Dio e di privare gli
uomini di questo inestimabile dono. La Madre di Dio ci ricorda che con Dio non
si scherza: «Se il raccolto va male, è soltanto per colpa vostra. Ve l’ho fatto
vedere l’anno scorso con le patate; voi non ne avete fatto caso. Anzi, quando
ne trovavate delle guaste, voi imprecavate e intercalavate il Nome di mio
Figlio. Esse continueranno a marcire e quest’anno a Natale non ve ne saranno
più». Dio governa il mondo con infinita sapienza e giustizia e nulla sfugge
alla sua mano. La Madonna ha promesso, a chi accoglie il suo messaggio,
benedizione non solo con i beni spirituali, ma anche materiali: «Se si
convertiranno, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le
patate si troveranno seminate da loro stesse. Su, bambini miei, fate dunque
sapere ciò a tutto il mio popolo». Con queste parole la Madonna si congedò, invitando
i bambini a fare conoscere il suo messaggio. Ora che l’abbiamo conosciuto,
accogliamo con amore gli inviti della nostra dolcissima Madre del cielo.
