Cosa sono le virtù e in particolare le virtù cristiane? San Tommaso d’Aquino, per dare di esse una descrizione comprensibile, ricorre al concetto aristotelico di “abito” (in latino: “habitus”), da cui deriva, nel nostro linguaggio corrente, la parola “abitudine”. In questo senso, l’abito è molto semplicemente una “disposizione stabile e continua, secondo la quale uno è disposto ad operare il bene (e in questo caso si chiama “virtù”), oppure il male (nel qual caso abbiamo il vizio)”. Volendo estremamente semplificare e generalizzare, rientrano nelle virtù tutte quelle che comunemente chiameremmo “buone abitudini”, nel vizio le “cattive abitudini”. Ovviamente queste “abitudini”, buone o cattive, producono poi, nel concreto, degli “atti” (che sono buoni o cattivi, nel senso visto negli articoli precedenti) e quindi costituiscono il medium tra gli atti che originano e le facoltà superiori (intelletto e volontà) che li ordinano. È molto importante, alla luce di ciò, comprendere il carattere decisivo che vizio e virtù hanno nel condizionare la nostra vita morale: l’intelletto e la volontà, infatti, tendono, ordinariamente, ad assecondare le abitudini e incrementarle ed esse, a loro volta, si traducono in atti conformi alla loro qualità (buona o cattiva) ugualmente con ritmo ordinariamente crescente. Le virtù possono essere “acquisite” (mediante la ripetizione degli atti) oppure infuse, come vedremo, direttamente da Dio, mentre i vizi possono solo solo essere acquisiti, anche se, come sappiamo, sono originati e alimentati dalla grande ferita (“concupiscenza”) del peccato originale, che in questa vita non è purtroppo possibile rimarginare del tutto. Varie sono state nel corso della storia le definizioni proposte della virtù. San Tommaso (in S. Th., I-II, q. 55) ne riporta diverse, tutte ugualmente belle e significative, sia di autori cristiani che di alcun grandi personaggi pagani. Così il medievale maestro delle sentenze Pietro Lombardo definiva la virtù “abito buono della mente umana con cui si vive rettamente e di cui nessuno usa malamente (virtù acquisita) o che Dio produce in noi senza di noi (virtù infusa)”. Sant’Agostino, invece, molto semplicemente definì la virtù come “uso buono di quelle cose di cui potremmo usare male”, oppure altrove, in modo molto significativo, “buon uso del libero arbitrio”. Tra i pagani, Aristotele affermò che la virtù “rende buono chi la possiede e l’azione che compie” e anche che “agire secondo virtù è difficile come colpire il centro di una circonferenza”, mentre Marco Tullio Cicerone affermò, egregiamente, che “la virtù è per l’anima ciò che la salute e la bellezza sono per il corpo”. Nella Summa contra Gentiles, l’Aquinate definì la virtù come “il giusto mezzo tra vizi contrari in base alla debita determinazione delle circostanze”: per esempio, la fortezza è il giusto mezzo tra gli opposti vizi della viltà e della temerarietà. Sono tutte considerazioni molto edificanti, che vanno ritenute nel loro insieme, valorizzando le singole tessere che ciascuna di esse aggiunge al mirabile mosaico della comprensione di cosa sia una virtù. Le virtù, come già abbiamo accennato, si distinguono anzitutto nei due grandi generi delle virtù umane (quando sono acquisite dall’uomo) e infuse (quando sono donate direttamente da Dio senza concorso dell’uomo). Le virtù umane, a loro volta, si specificano ulteriormente in “intellettuali” (quelle finalizzate a ordinare l’intelletto ad una conoscenza sempre maggiore della verità) e “morali” (quelle che orientano la volontà al bene, attraverso la scelta di atti buoni e/o il governo delle passioni). Le principali virtù morali sono le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), mentre quelle teologali sono la fede, la speranza e la carità. In ordine alle virtù morali afferma molto saggiamente Aristotele (citato e seguito da san Tommaso): “Gli abiti delle virtù e dei vizi sono causati dagli atti”; ancora: “Le virtù nascono e muoiono in forza di atti contrari”; infine: “Gli abiti virtuosi decadono e si perdono per mancanza di esercizio”. L’Aquinate dal canto suo puntualizza che “è necessario che l’uomo si eserciti simultaneamente sulla materia di tutte le virtù morali. E se si esercita in tutte col ben operare, acquisterà gli abiti di tutte le virtù morali”. Come vedremo, ordinariamente quando Dio infonde, attraverso la grazia santificante, le tre virtù teologali, con esse infonde anche l’abito di tutte le virtù morali (!). Conseguentemente grandi sono i doni, ma anche grande la responsabilità di tutti i battezzati, che hanno realmente nella propria anima gli abiti di tutte le virtù ma che purtroppo, assai sciaguratamente, trascurando di compierne gli atti, si degradano ad una vita di vizio non diversamente da chi, non di rado senza alcuna propria colpa, non ha avuto la grazia di ricevere tali tesori dal cielo. È dunque bene non dimenticare l’adagio evangelico: “A chi molto fu dato, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12,48).
Blog · 2020-12-17
La dottrina cattolica sulle virtù
Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.
