In questo articolo, è bene spendere qualche parola sulla
cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”, ovvero quel corpo unitario di
insegnamenti magisteriali della Chiesa inerenti questioni di natura economica,
sociale e politica, il cui punto di inizio è tradizionalmente fatto coincidere
con l’enciclica Rerum Novarum (1891)
di Papa Leone XIII e che, passando per altri importanti e sempre più frequenti
interventi, tra cui la Costituzione Gaudium
et spes del Concilio Vaticano II (1965), le lettere encicliche Populorum Progressio (1967) di Paolo VI
e Centesimus annus (1991) del beato
Giovanni Paolo II, ha trovato un’ultima elaborata e compiuta esposizione nella
recente enciclica Caritas in veritate
(2009) di Papa Benedetto XVI.
La motivazione
contingente per cui si è venuto, quasi spontaneamente, generando e articolando
questo peculiare corpus dottrinale, è
da rinvenire nelle mutate circostanze socio-economiche determinatesi dopo
quell’epocale evento del XIX secolo noto come “rivoluzione industriale”, che ha
letteralmente stravolto e cancellato millenni di stili e consuetudini
economiche fino a portarci, come tutti sanno, all’attuale situazione di
economia di mercato globalizzata. È noto che furono, disgraziatamente, i
comunisti, nella seconda metà del 1800, a cavalcare la causa della difesa
contro le ingiustizie e le vessazioni ordite dai “capitalisti” a danno dei
poveri operai (ingiustizie, peraltro, vere e reali), fornendo però una lettura
storica e, soprattutto, delle soluzioni che erano letteralmente agli antipodi
del pensiero, dell’antropologia e della morale cattolica. Era un campo che la
Chiesa non poteva e non doveva lasciare in mano ai nemici di Dio che,
purtroppo, come di fatto è avvenuto, ingannando tanta povera gente in perfetta buona
fede conquistarono larghissimi consensi, portando al dramma della creazione
degli Stati comunisti, piaga purtroppo non ancora sanata, se si pensa che oltre
un miliardo di cinesi (e non solo loro) vivono sotto il giogo sinistro della
bandiera rossa marchiata con la falce e il martello.
A partire da quel
memorabile e deciso intervento del “Papa del Rosario”, il Magistero della
Chiesa intervenne, a più riprese (soprattutto a partire dagli anni ’60) per
dare dei criteri di orientamento per la vita sociale dei cristiani, non certo
con la pretesa di sostituirsi alle autorità preposte al governo e alla scelta
degli indirizzi politici ed economici da dare agli Stati (meno che mai
nell’attuale contesto culturale caratterizzato dai cosiddetti Stati “laici
a-confessionali”), ma semplicemente in obbedienza al suo mandato di operare per
la salvezza delle anime, che sono inevitabilmente toccate e coinvolte dalle
questioni sociali, politiche ed economiche. Come ben spiega il Catechismo della
Chiesa Cattolica, “la Chiesa dà un giudizio morale
in materia economica e sociale, quando ciò sia richiesto dai diritti
fondamentali della persona o dalla salvezza delle anime”, interessandosi “degli
aspetti temporali del bene comune in quanto sono ordinati al bene supremo” (CCC
2420). Non si tratta, dunque, di indebita invasione di campo o di violazione di
competenze: la Chiesa si occupa di queste cose in vista del bene delle anime.
Ciò detto – intendendo
con ciò concludere la sezione dedicata al settimo comandamento – vediamo i
principali punti dottrinali che costituiscono la dottrina sociale della Chiesa,
che, a mio avviso, si possono così sintetizzare. 1) Il primato della persona e
della famiglia rispetto allo Stato. La Chiesa ha sempre condannato la
megalomania degli Stati etici, sia di destra che di sinistra, che pretendono di
fare dello Stato il “deus ex machina”
a cui tutto e tutti devono piegarsi e che si arroga il diritto di “educare” i
propri membri meglio e prima delle cellule fondamentali a ciò preposte. 2) Il
rifiuto delle ideologie totalitarie atee (comunismo) e del suo opposto
politico, ovvero il capitalismo liberista, che pretende di lasciare in balia della
legge di mercato nuda e cruda la regolazione dei rapporti economici tra Stati,
imprese e persone. 3) Una posizione di moderata accoglienza del modello
democratico di governo, e un occhio di favore verso il cosiddetto “Welfare”,
ovvero un ampliamento delle sfere di competenza dello Stato per la tutela dei
più deboli, senza che ciò degeneri in statalismo e assistenzialismo. 4) La
tutela dei diritti dei lavoratori più immediatamente attinenti alla vita di
fede, quali il riposo domenicale, il diritto alla vita (e quindi la doverosa
tutela della maternità), il giusto salario, la predisposizione delle varie
forme di tutela e di salvaguardia delle posizioni più deboli nel mercato. 5) I
princìpi di solidarietà (tra Stati e dentro ogni singolo Stato) e sussidiarietà
nella gestione delle risorse dello Stato. Si intende con ciò una disponibilità
operosa all’aiuto reciproco dinanzi a situazioni di bisogno e povertà e, al
tempo stesso, un decentramento, laddove è possibile, di competenze e attribuzioni
che permetta alla istituzione localmente più vicina di intervenire a tutela dei
problemi economici e sociali dei cittadini. 6) La salvaguardia della pace e
della concordia tra le nazioni come obiettivo primario e prioritario e la
predilezione ordinaria e sistematica dei mezzi diplomatici e pacifici per la
soluzione delle controversie tra gli Stati. 7) Attenzione privilegiata al bene
comune degli Stati e ad una ragionevole
regolamentazione del mercato e delle iniziative economiche, onde non scadere in
una sorta di liberismo selvaggio. 8) La promozione e la tutela, in tutte le
forme e a tutti i livelli, della famiglia fondata sul matrimonio come cellula
primaria della Chiesa e dell’umano consorzio, unitamente alla lotta decisa a
tutto ciò che, dal di dentro o dal di fuori, possa minare l’unità e la
stabilità della famiglia naturale fondata sul matrimonio. 9) Una giusta
rivendicazione del diritto della Chiesa di avere e gestire proprie scuole, dove
si impartiscano, a tutti i livelli, gli insegnamenti delle comuni discipline
umanistiche o scientifiche dentro un contesto di fede e di moralità, unitamente
alla richiesta agli Stati perché questo diritto non resti solo sulla carta (così
è di fatto quando le scuole private non sono parificate a quelle pubbliche).
10) Il rifiuto della guerra come strumento di soluzione delle controversie e,
sempre di più, una tendenziale condanna verso la pena di morte, ferme restando
le posizioni tradizionali sulla cosiddetta guerra “giusta” o inevitabile (che
coincide con la “legittima difesa con la
forza militare”: CCC 2309) e sulla non illiceità assoluta, in linea di
principio, della pena di morte (CCC 2266: “l’insegnamento tradizionale della
Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità
di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di
morte”).
