Il secondo Concilio di Nicea, dopo anni di
“silenzio” iconografico, conseguente all'erronea interpretazione del divieto
ereditato dall'Antico Testamento, unitamente al pericolo dell’idolatria diffusa
nel mondo pagano, riabilita il culto e la venerazione rispettosa delle immagini
sacre, da non confondere con l’adorazione che conviene solo a Dio
L’ultimo grande argomento cristologico di cui è opportuno
occuparsi è quello relativo alla grande problematica “iconoclasta” che, dopo un
secolo di laceranti polemiche e battaglie, sarebbe stata conclusa dal secondo
Concilio di Nicea (787) che condannò definitivamente l’iconoclastia e approvò
il culto e la venerazione delle sacre immagini. La problematica, a mio parere,
è quanto mai attuale, perché l’argomento della venerazione delle immagini come
“atto idolatrico” (fondato peraltro su alcuni passi alquanto espliciti - ma
comunque da interpretarsi rettamente e correttamente contestualizzare -
dell’Antico Testamento) è tuttora propagandato e sbandierato non solo da
circoli settari (quali, per esempio, i testimoni di Geova) ma anche dai membri
di alcune comunità separate (soprattutto di ispirazione evangelica) e, talora,
anche da qualche sporadica voce “cattolica” (uso le virgolette perché non vedo
come possa dirsi cattolico chi vada formalmente contro, come vedremo, le
disposizioni di un Concilio ecumenico). Chi non è proprio giovanissimo
ricorderà certamente la malsana opera di svuotamento delle Chiese (sciagurata
operazione che ebbe il “boom” negli anni sessanta, settanta e ottanta) da
statue, immagini e reliquiari, con lo specioso pretesto di dover dare maggiore risalto
ai “nuovi” luoghi liturgici (ambone, altare, sede presidenziale, assemblea) in
vista di una dichiarata epurazione e purificazione della “fede” da ogni traccia
di “devozionismo”, disordine, idolatria o altro. La situazione sembra essersi
attualmente in parte calmata, ma non del tutto. Ci sono ancora voci che si
lamentano o si fanno prendere da strani pruriti quando vedono qualche statua a
loro dire “di troppo” o qualche processione in più. Vediamo quindi, prima di
entrare nel merito dei problemi contingenti sorti nell’ottavo secolo, come e
perché nacque e si stabilizzò nella Chiesa il culto e la venerazione delle
immagini sacre.
È vero che l’Antico Testamento, già quando prescrive l’amore e l’adorazione dell’unico Dio - proprio nel primo precetto del decalogo - proibisce di fare idolo o immagine “alcuna di ciò che è lassù nel cielo e di ciò che è quaggiù sulla terra e di ciò che è nelle acque sotto la terra” (Es 20,4). Tema che sarà ripreso a vario titolo e varie volte nei testi sacri veterotestamentari. È tuttavia evidentissima la necessità di ben comprendere e soprattutto contestualizzare il senso di questa prescrizione. Israele fu, in assoluto, il primo destinatario della rivelazione di Dio come unico e come essere completamente spirituale. Tutti sappiamo che i pagani (greci e romani) erano politeisti ed avevano un’immagine antropomorfica degli dèi che rappresentavano a seconda della loro presunta funzione all’interno dell’Olimpo. Similmente le popolazioni ad Israele più limitrofe quali, per esempio, i Filistei o i Cananei, avevano culti politeistici, con usi di totem e immagini e aberrazioni cultuali sfocianti addirittura, non di rado, in fenomeni cruenti e sacrifici umani. La rivelazione di Dio come unico e come puro spirito, in quel contesto, necessariamente doveva avere come corollario la proibizione di farsi immagine alcuna di Dio: primo, perché un puro spirito non può essere adeguatamente rappresentato; secondo, per evitare contatti e ogni minima forma di accostamento ad Olimpi e idoli allora tanto diffusi; terzo, per evitare ogni minima possibile contaminazione con culti tanto cruenti e aberranti.
Con il Nuovo Testamento, tuttavia, avviene l’imprevedibile, l’imponderabile, l’inimmaginabile: si viene anzitutto a sapere che questo unico Dio (che tale rimane) è tuttavia una pluralità di persone unite in una sola sostanza; e tale informazione arriva dal fatto che Una di esse (la seconda) si è fatta uomo e ha voluto realizzare questo mistero ineffabile con il concorso (di per sé non necessario, né tanto meno indispensabile) di una Creatura che più pura, più santa e più bella mai vi fu e mai vi sarebbe stata: la piena di grazia e quindi Divina - pur nella sua realtà umana e creaturale - Vergine Maria. Questo nuovo scenario cambiò completamente le carte in tavola. Un Dio che si rende visibile, che si fa uno di noi, non solo autorizza, ma quasi chiede di essere rappresentato. E in effetti le prime rappresentazioni che si diffusero in seno ai credenti furono le croci (dapprima) e poi il Crocifisso. È noto anche (ma questo è legato alle vicende della Sacra Sindone) che molto presto in Oriente cominciarono a circolare delle pitture del volto di Cristo molto somiglianti tra di loro e - pur con tutto il rispetto per il Soggetto rappresentato - alquanto bruttarelle da un punto di vista estetico, cosa dovuta al fatto - come oggi è stato dimostrato - che erano tutte realizzate sulla falsariga del volto deformato del Signore come emergente dal “mandillon di Edessa”, che altro non era che la parte superiore della Sacra Sindone che veniva periodicamente esposta alla pubblica venerazione.
È vero che l’Antico Testamento, già quando prescrive l’amore e l’adorazione dell’unico Dio - proprio nel primo precetto del decalogo - proibisce di fare idolo o immagine “alcuna di ciò che è lassù nel cielo e di ciò che è quaggiù sulla terra e di ciò che è nelle acque sotto la terra” (Es 20,4). Tema che sarà ripreso a vario titolo e varie volte nei testi sacri veterotestamentari. È tuttavia evidentissima la necessità di ben comprendere e soprattutto contestualizzare il senso di questa prescrizione. Israele fu, in assoluto, il primo destinatario della rivelazione di Dio come unico e come essere completamente spirituale. Tutti sappiamo che i pagani (greci e romani) erano politeisti ed avevano un’immagine antropomorfica degli dèi che rappresentavano a seconda della loro presunta funzione all’interno dell’Olimpo. Similmente le popolazioni ad Israele più limitrofe quali, per esempio, i Filistei o i Cananei, avevano culti politeistici, con usi di totem e immagini e aberrazioni cultuali sfocianti addirittura, non di rado, in fenomeni cruenti e sacrifici umani. La rivelazione di Dio come unico e come puro spirito, in quel contesto, necessariamente doveva avere come corollario la proibizione di farsi immagine alcuna di Dio: primo, perché un puro spirito non può essere adeguatamente rappresentato; secondo, per evitare contatti e ogni minima forma di accostamento ad Olimpi e idoli allora tanto diffusi; terzo, per evitare ogni minima possibile contaminazione con culti tanto cruenti e aberranti.
Con il Nuovo Testamento, tuttavia, avviene l’imprevedibile, l’imponderabile, l’inimmaginabile: si viene anzitutto a sapere che questo unico Dio (che tale rimane) è tuttavia una pluralità di persone unite in una sola sostanza; e tale informazione arriva dal fatto che Una di esse (la seconda) si è fatta uomo e ha voluto realizzare questo mistero ineffabile con il concorso (di per sé non necessario, né tanto meno indispensabile) di una Creatura che più pura, più santa e più bella mai vi fu e mai vi sarebbe stata: la piena di grazia e quindi Divina - pur nella sua realtà umana e creaturale - Vergine Maria. Questo nuovo scenario cambiò completamente le carte in tavola. Un Dio che si rende visibile, che si fa uno di noi, non solo autorizza, ma quasi chiede di essere rappresentato. E in effetti le prime rappresentazioni che si diffusero in seno ai credenti furono le croci (dapprima) e poi il Crocifisso. È noto anche (ma questo è legato alle vicende della Sacra Sindone) che molto presto in Oriente cominciarono a circolare delle pitture del volto di Cristo molto somiglianti tra di loro e - pur con tutto il rispetto per il Soggetto rappresentato - alquanto bruttarelle da un punto di vista estetico, cosa dovuta al fatto - come oggi è stato dimostrato - che erano tutte realizzate sulla falsariga del volto deformato del Signore come emergente dal “mandillon di Edessa”, che altro non era che la parte superiore della Sacra Sindone che veniva periodicamente esposta alla pubblica venerazione.
Questa mutazione di scenario non può mai essere dimenticata nell’orizzonte del
problema “culto e venerazione delle immagini sacre”. Non solo Dio si è fatto
visibile, ma ha voluto che fosse onorata (fin dall’Angelo che le portò
l’annunzio) la Creatura da Lui scelta per questo prodigio. Inoltre la dinamica
della vita cristiana (e tutta la problematica della redenzione e divinizzazione
dell’uomo) portò assai presto a concepire il perfetto discepolo di Gesù -
quello che col tempo sarebbe stato chiamato “santo” - come una copia vivente
del suo Signore, come un “alter Christus”; e ciò fin dai primissimi tempi, in
cui la prima forma di immedesimazione piena a Cristo e al suo mistero era,
evidentemente, quella del martirio. Col tempo si arrivò alla comprensione che,
rebus sic stantibus, anche “i santi” potevano essere rappresentati e le loro
immagini venerate, non certo per idolatrare la loro persona, ma per riconoscere
in loro la realizzazione della vocazione di ogni cristiano: non essere più lui
a vivere, ma Cristo a vivere in lui. Purtroppo, dentro queste facili e lineari
considerazioni, la serpe antica trovò il modo di insinuare confusione, dubbi,
astuti ragionamenti e speciose elucubrazioni, con grandi danni prodotti a cui bisognò correre urgentemente ai ripari.
