Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2026-06-05

La modestia dell’abbigliamento femminile nella tradizione cattolica

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La modestia dell’abbigliamento femminile nella tradizione cattolica
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In tempi in cui si è completamente perso ogni senso del pudore e della modestia, è quanto mai urgente e importante conoscere e riscoprire quanto la Tradizione della Chiesa ha insegnato su questa materia. Lo faremo cercando di analizzare cinque livelli:

Il Magistero preconciliare della Chiesa;

Le indicazioni e le tradizioni consuetudinarie che venivano date a livello pratico pastorali dalle diocesi o da altri organismi educativi (scuole cattoliche, associazioni femminili)

La dottrina e la testimonianza di grandi santi che si sono occupati di questa materia;

Le indicazioni comuni dei teologi moralisti;

Ciò che la coscienza sociale cattolica considerava disdicevole e contrario alla modestia e al decoro femminile.

Al termine di questo excursus si tenterà di dare qualche indicazione per le donne che volessero - lodevolmente - scegliere di impegnarsi su questo importantissimo fronte della buona battaglia della fede, sapendo che su questo argomento si gioca gran parte della ricostruzione dei costumi e del tessuto cattolico della nostra società.

Per ciò che concerne il Magistero della Chiesa, il Corpus essenziale preconciliare sul pudore e sulla modestia è costituito dai seguenti documenti:

Pio XI, Divini Illius Magistri (31 dicembre 1929).

Sacra Congregazione del Concilio, De inhonesto feminarum vestiendi more (12 gennaio 1930).

Pio XI, Casti Connubii (31 dicembre 1930).

Pio XI, Vigilanti Cura (29 giugno 1936).

Pio XII, Allocuzione alla Crociata della Purezza (22 maggio 1941).

Pio XII, Discorso alla Gioventù Femminile di Azione Cattolica (5 settembre 1948).

Pio XII, Discorso al I Congresso Internazionale di Alta Moda (8 novembre 1957).

Fra tutti, il testo di Pio XII del 1957 resta il documento più completo e sistematico che il Magistero preconciliare abbia dedicato direttamente a modestia, pudore, moda e abbigliamento femminile.

In linea generale, i princìpi comuni e i criteri generali che si desumono da questi documenti (Pio XI, Pio XII, Sacra Congregazione del Concilio, Catechismo tradizionale) sono:

L’abbigliamento deve rispettare il pudore

Pio XII definisce il pudore:

«tutela della onestà morale e scudo alla disordinata sensualità». L’abito non deve essere concepito principalmente per attirare l’attenzione sessuale né per eccitare le passioni.

B. Deve evitare il pericolo di scandalo

La tradizione morale cattolica insegna che il cristiano deve evitare di essere causa prevedibile di peccato per altri, per quanto ciascuno resti responsabile delle proprie azioni.

C. Deve rispettare la dignità della persona

Pio XII insiste che il corpo umano non è un oggetto da esibire come fine a sé stesso, ma parte della persona creata da Dio.

D. Deve essere conforme alla modestia cristiana

La modestia non coincide con la bruttezza, la sciatteria o la negazione della femminilità. Pio XII ammette espressamente eleganza, buon gusto e bellezza, purché subordinate al pudore.

In particolare, Pio XI ribadiva che la donna cristiana ha il dovere morale di non essere occasione di peccato per gli altri. La bellezza deve essere "custodita" per non trasformarsi in “esca per la concupiscenza”. Il Papa esortava, inoltre, le donne a non sottomettersi alla "tirannia della moda" quando questa offende il pudore naturale, ricordando che una consuetudine sociale, per quanto diffusa, non giustifica mai un comportamento oggettivamente immorale. Pur non entrando nei dettagli dell’abbigliamento femminile, Pio XI non denunciò con forza, vigore e coraggio il sensualismo, la licenza morale; la corruzione della gioventù e la decadenza dei costumi.

Dal punto di vista disciplinare (per ciò che concerne la Chiesa universale) fondamentale è la Circolare della Sacra Congregazione del Concilio del 12 gennaio 1930 “Instructio ad Ordinarios Dioecesanos de inhonesto feminarum vestiendi more” («Istruzione agli Ordinari diocesani sul modo immodesto di vestire delle donne»). Fu emanata per mandato di Pio XI e pubblicata negli Acta Apostolicae Sedis, vol. XXII (1930), pp. 26-28.

L’Istruzione del 1930 contiene dodici direttive generali rivolte a:

parroci e predicatori;

genitori;

scuole e collegi cattolici;

religiose educatrici;

associazioni femminili;

vescovi e ordinari diocesani.

Tra le disposizioni più rilevanti vi sono:

l’obbligo di educare le giovani alla modestia e alla castità;

il divieto per scuole e collegi cattolici di ammettere ragazze vestite in modo ritenuto sconveniente;

l’esclusione dalle associazioni pie delle donne che persistano nell’immodestia;

la possibilità di negare la Comunione e l’ufficio di madrina a donne che si presentino in abiti giudicati gravemente immodesti.

Sempre dal punto di vista disciplinare, tra gli anni Venti e Cinquanta del secolo scorso numerose diocesi, scuole cattoliche e associazioni femminili adottarono questi criteri di pudore e modestia:

scollatura non profonda;

spalle coperte;

maniche almeno fino al gomito;

gonna sotto il ginocchio;

tessuti non trasparenti;

abiti non aderenti in modo provocante.

Queste norme comparivano frequentemente nei regolamenti scolastici e associativi cattolici.

In sintesi possiamo dunque dire che la documentazione magisteriale e disciplinare preconciliare condanna in generale e senza mezzi termini:

Gli abiti che offendono gravemente il pudore;

La nudità o seminudità intenzionale;

Gli abiti concepiti per provocare sensualità;

Le mode che favoriscono la corruzione dei costumi;

L’ostentazione erotica del corpo.

Molti santi e moralisti quali sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Giovanni Bosco e il grande santo Padre Pio) si esprimono in termini spesso più rigorosi del Magistero universale e raccomandano una copertura ampia del corpo, specialmente di petto, spalle e gambe. Queste indicazioni, ovviamente, appartengono principalmente alla direzione spirituale, alla predicazione e alla teologia morale, non a una legge universale della Chiesa.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Sant’Alfonso non scrive un trattato specifico sull’abbigliamento femminile, ma nella sua morale affronta continuamente:

la virtù della castità;

il pudore;

le occasioni prossime di peccato;

il dovere di evitare lo scandalo.

Per lui il principio fondamentale è che una persona non deve esporsi inutilmente né esporre altri a pericoli morali prevedibili.

Nelle sue opere ascetiche insiste che il pudore esterno deve essere manifestazione del pudore interiore. L’abbigliamento, i modi, gli sguardi e il comportamento devono concorrere alla custodia della purezza.

Una formula ricorrente nel suo insegnamento è che la modestia è una “custode della castità”. Questa idea sarà poi ripresa ampiamente nella spiritualità cattolica successiva.

San Giovanni Bosco

Con Don Bosco il discorso diventa più concreto. Nell’educazione delle giovani e dei giovani egli attribuisce enorme importanza alla modestia:

nel vestire;

nel parlare;

nel comportamento;

nelle ricreazioni;

negli spettacoli.

Tra le sue affermazioni più note troviamo: «La modestia nel parlare, nell’operare e nel camminare è una delle più belle virtù di una giovane». E ancora: «Senza modestia è difficile conservare la bella virtù della purità.» Don Bosco considera la modestia una barriera protettiva della purezza. Nei regolamenti delle case salesiane e negli scritti rivolti alle ragazze educande insiste su:

semplicità dell’abbigliamento;

rifiuto della vanità;

rifiuto delle mode eccentriche;

compostezza esteriore.

Con Padre Pio entriamo in un contesto molto diverso: non una trattazione teologica o morale, ma la direzione spirituale concreta. Numerose testimonianze concordano sul fatto che Padre Pio fosse molto esigente riguardo alla modestia femminile. Secondo testimonianze di penitenti e figli spirituali:

rimproverava donne che si presentavano in abiti giudicati indecorosi;

insisteva sulla copertura delle spalle e del petto;

mostrava particolare severità verso le mode che riteneva contrarie al pudore.

Ecco alcune sue espressioni certe (pubblicate in vari numeri della Rivista il Settimanale di padre Pio):

Una volta gli fu detto: “Padre, Lei sta esagerando con le donne… le manda via anche con la gonna fino alle ginocchia! Niente confessione per loro!” – “Fino alle ginocchia?” – rispose il Padre – “Vedrete, vedrete, si spoglieranno anche per la strada!”. Ad una donna che portava una maglia con le maniche corte (fino all’avambraccio…) disse: “Ti segherei le braccia… perché soffriresti di meno di quello che soffrirai in Purgatorio… le carni nude bruceranno”. Un giorno si rifiutò di confessare un uomo, che gli mandò a chiedere da un suo amico il perché. Il Padre rispose: “Digli che o si taglia le braccia, o si allunga le maniche della camicia”. Infine si può narrare il seguente episodio (sicuramente sconcertante per più di qualcuno). Una mattina un bambino di 11 anni si recò da padre Pio dicendogli: “Padre, il mio papà vi ricorda quella grazia, non dimenticate!”. Rispose: “Chiama tuo padre, fammelo venire”. “Papà, ti vuole padre Pio!”. Il papà si avvicina e padre Pio gli grida: “Maiale, non ti vergogni di far vestire tuo figlio in quel modo? Calzoncini corti, e se lo vedesse qualche ragazzina? Ricordati, noi pagheremo anche i peccati di pensiero fatti fare da altri. Maiale che sei!”.

Per ciò che concerne le tradizioni e le norme comunemente osservate tra gli anni 1920-1960, in moltissime diocesi e istituzioni cattoliche si riteneva normalmente immodesto:

Scollatura

Si chiedeva generalmente che:

il petto fosse adeguatamente coperto;

fossetta del collo e décolleté non fossero messi in evidenza;

fossero evitate scollature profonde sia davanti sia dietro.

La famosa formula: “non oltre due dita sotto la fossetta del collo” compare frequentemente nella prassi disciplinare del tempo.

Spalle

Le spalle scoperte erano considerate incompatibili con il pudore richiesto nelle chiese, nelle scuole cattoliche e nelle associazioni mariane e le braccia dovevano essere coperte almeno fino al gomito. Questa regola appariva in numerosi regolamenti scolastici e associativi.

Gonna

La donna doveva rigorosamente indossare la gonna (i pantaloni, dapprima del tutto inconcepibili, furono sempre ritenuti inammissibili per le evidenti incompatibilità con il decoro e la modestia). La prescrizione più comune era che dovesse essere almeno sotto il ginocchio, in modo da coprire completamente le ginocchia sia in piedi che sedute. Questa era probabilmente la norma concreta più universalmente diffusa. Erano inoltre generalmente proibiti: tessuti trasparenti, pizzi che lasciassero vedere ampie parti del corpo, materiali che evidenziassero la biancheria o la pelle.

C’era poi il problema dell’aderenza degli abiti femminili. Molti regolamenti insistevano che non bastava coprire il corpo, poiché l’abito, per essere decente e decoroso non doveva essere eccessivamente aderente e non doveva mettere deliberatamente in evidenza le forme. Su questo punto insistevano particolarmente i moralisti.

Negli anni ‘50 negli Stati Uniti si diffuse enormemente la Marylike Crusade (“Crociata per essere come Maria”)

Le norme tipiche erano:

collo non oltre due dita sotto la gola;

maniche almeno fino al gomito;

gonna sotto il ginocchio;

niente trasparenze;

niente indumenti aderenti.

Queste regole finirono per influenzare molte associazioni cattoliche anche fuori dagli Stati Uniti.

Per ciò che concerne l’accesso in Chiesa, già tra gli anni Trenta e Cinquanta (quando cominciava a diffondersi una moda femminile immodesta e invereconda) non era raro trovare avvisi come: “Le signore entrino in chiesa con abito decoroso”. Oppure: “Non si ammettono persone con abiti indecorosi”. In alcune diocesi italiane e francesi venivano distribuiti scialli o veli all’ingresso, per poter accedere al luogo sacro.

Nelle scuole cattoliche femminili si trovavano spesso prescrizioni come:

gonne sotto il ginocchio;

maniche lunghe o almeno al gomito;

niente trucco vistoso;

niente gioielli appariscenti;

capelli ordinati;

divieto di abiti aderenti.

L’obiettivo era educare alla modestia e non semplicemente imporre una divisa.

Molte Congregazioni Mariane e Pie Unioni richiedevano alle iscritte:

abiti modesti;

comportamento composto;

rifiuto delle mode giudicate eccentriche;

particolare decoro in chiesa.

In alcune associazioni l’osservanza di queste norme era condizione per mantenere l’iscrizione. Come abbiamo accennato, l’istruzione del 1930 ordinava l’espulsione per le donne immodeste.

I moralisti dell’epoca (ad esempio Dominic Prümmer, Heribert Jone, Antonio Royo Marín) fondavano queste norme su quattro principi:

custodia della castità;

evitamento dello scandalo;

rispetto della dignità del corpo;

distinzione cristiana dalla mondanità (punto, questo, particolarmente da considerare, a mio modesto avviso).

Se si prende la convergenza delle norme cattoliche più diffuse tra il 1930 e il 1960, il modello femminile normalmente considerato decoroso era dunque riassumibile come segue:

collo non profondamente scollato;

spalle coperte;

maniche almeno fino al gomito;

gonna sotto il ginocchio;

tessuti non trasparenti;

vestiti non aderenti;

assenza di esibizione deliberata delle forme corporee.

Qualche ulteriore considerazione fa fatta riguardo l’uso obbligatorio delle calze in pubblico. Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Cinquanta, nel mondo cattolico occidentale:

le donne rispettabili portavano normalmente le calze in pubblico;

nelle chiese, nei collegi e nelle associazioni cattoliche era spesso dato per scontato il loro uso;

presentarsi a gambe nude era generalmente considerato poco decoroso.

In molte scuole cattoliche femminili e congregazioni mariane l’uso delle calze era semplicemente presupposto. Nella società degli anni Trenta-Cinquanta presentarsi scalzi in pubblico (ossia con scarpe aperte e senza calze) sarebbe stato generalmente considerato poco decoroso.

I grandi moralisti preconciliari, nel fornire adeguate indicazioni sulla modestia, concentravano tutta l’attenzione principalmente sull’evitare ogni forma di nudità riguardo seno, spalle, schiena e cosce, ammonendo severamente di evitare ogni aderenza degli abiti e ogni trasparenza. Non mancavano però - anche se più rare - discussioni e indicazioni sull’inopportunità di mostrare i piedi nudi, indossando sandali - che di per sé non sembrano essere mai stati considerati troppo problematici, stante anche l’uso di molte congregazioni religiose di far portare tali calzature ai membri in segno di povertà e penitenza - senza calze.

Le calze erano dunque considerate parte normale dell’abbigliamento femminile rispettabile. I sandali potevano essere ammessi, purché sobri. I piedi nudi in pubblico, soprattutto in ambiente urbano e in chiesa, erano generalmente considerati poco conformi al decoro sociale del tempo, ma non risultano oggetto di una specifica proibizione universale da parte del Magistero.

Dunque nella prassi cattolica tradizionale che potremmo definire più rigorosa (specialmente anni 1920-1950), per entrare in chiesa una donna era normalmente attesa:

con calze;

con abito decoroso;

con spalle coperte;

con il capo rigorosamente coperto (dal velo muliebre o quanto meno da un copricapo femminile).

Se volessimo dunque tentare descrivere l’ideale femminile cattolico medio tra il 1930 e il 1960, sarebbe probabilmente in questi termini:

gonna rigorosamente sotto il ginocchio;

calze;

scarpe chiuse o semichiuse;

spalle coperte;

maniche almeno al gomito;

assenza di trasparenze;

assenza di aderenze provocanti

capo rigorosamente coperto in Chiesa.

Alla luce di tutto ciò, tenteremo ora di dare indicazioni alle donne che volessero, su questo, aderire pienamente alla Tradizione senza accontentarsi di limitare il loro essere “tradizionaliste” alla sola frequentazione (pur doverosa) della Messa di sempre. Bisognerà anche dire qualche parola su alcune tematiche (quali la cosmesi e la chirurgia estetica) che oggi sono molto diffuse e, a quanto pare, molto praticate.

La donna modesta indossa come abito proprio la gonna, che deve cadere sempre sotto il ginocchio, a metà polpaccio per garantire che, nel sedersi o nel camminare, la gamba rimanga protetta da sguardi indiscreti. Il taglio: Deve essere ampio e non fasciante. Le linee che sottolineano eccessivamente i fianchi (come le gonne "a tubino") non garantiscono una adeguata modestia. Le calze vanno indossate per evitare la nudità delle gambe, mentre l'uso dei pantaloni deve essere considerato un vero sovvertimento della distinzione tra uomo e donna, tanto sbandierata dal femminismo, una perdita della grazia propria della figura femminile ed un’evidente violazione della modestia, stante l’ordinaria esaltazione delle forme femminili che questo indumento comporta.

La scollatura non deve mai scendere oltre la base del collo o, al massimo, la linea delle clavicole. No a scollature "a V" profonde, scollature a barchetta ampie o, peggio, quelle che lasciano scoperte le spalle (spalline sottili o abiti senza spalline). Il petto e la schiena devono rimanere sempre interamente celati, specialmente in pubblico e nei luoghi sacri.:

La manica "cristiana" per eccellenza è lunga o almeno "a tre quarti". Anche nei mesi estivi, la donna cristiana evita abiti smanicati che espongano le ascelle o la parte superiore del braccio, che sono aree considerate fonte di distrazione e mancanza di riserbo.

Le camicie devono essere di tessuto coprente ed essere rigorosamente abbottonate. Un'apertura eccessiva dei primi bottoni è generalmente da considerarsi come segno di trascuratezza morale e superficialità. Il pizzo, il velo o la seta leggera si usano solo se accompagnati da una sottoveste opaca che impedisca di scorgere l'intimo o la pelle.

Maglioncini e camicie non devono essere aderenti. Devono essere scelti di una taglia che non segni il seno. L'abito deve sempre "accompagnare" la figura non "rivelarla".

Per ciò che concerne le calzature, stivali o scarpe non siano mai appariscenti, e con un tacco basso (qualora lo si voglia usare). Dipende dalla coscienza che interiorizza una donna, scegliere se evitare di mostrare la nudità dei piedi con l’uso dei sandali e, nel caso, se farlo utilizzando sempre calze adatte a questo tipo di calzatura.

Oggi, infine, dilagano trucco, unghie lunghe, smaltate o, peggio, ricostruite; tinte per i capelli; extension per ciglia o per capelli, tatuaggi, chirurgia plastica e medicina estetica. Sembra anzitutto potersi, in linea generale, applicare a queste forme di notevole cura esteriore la raccomandazione che già san Pietro rivolgeva alle donne cristiane: “Ugualmente voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla Parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa. Il vostro ornamento non sia quello esteriore - capelli intrecciati, collane d`oro, sfoggio di vestiti -; cercate piuttosto di adornare l`interno del vostro cuore con un`anima incorruttibile piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio” (1 Pt 3,1-4). Tutto ciò che ha sapore di vanità o artificio, oppure di alterazione della bellezza naturale che Dio ha conferito alla sua creatura con una cura soverchia ed eccessiva, penso che sia bene evitarlo o bandirlo. La regola generale è che più si resta naturali, grati a Dio per come si è stati fatti, e meglio è. Diversi padri della Chiesa hanno affrontato, in modo adatto alla loro epoca (ma i princìpi sono validi anche oggi), queste tematiche nel modo seguente.

In generale, i Padri della Chiesa furono molto severi riguardo all’uso del trucco e dei cosmetici da parte delle donne. La loro posizione prevalente era che il ricorso a cosmetici destinati ad alterare o abbellire artificialmente l’aspetto fosse moralmente pericoloso, perché associato alla vanità, alla seduzione e al desiderio di piacere agli uomini. Tuttavia, occorre distinguere tra l’uso di prodotti per l’igiene o la cura ordinaria del corpo e l’uso di cosmetici per modificare intenzionalmente l’aspetto naturale.

Ecco alcuni esempi significativi.

Tertulliano

Fu uno dei più rigorosi. Nel trattato De Cultu Feminarum (“L’ornamento delle donne”) condanna apertamente il trucco, le tinture per capelli, i gioielli e gli ornamenti eccessivi. Considera il tentativo di modificare il volto come una sorta di critica implicita all’opera del Creatore (aspetto questo, a mio avviso, molto importante da considerare). Scrive che le donne cristiane non devono cercare una bellezza artificiale ma coltivare le virtù.

San Clemente di Alessandria

Nel Paedagogus insegna che le donne devono evitare il trucco volto a simulare una bellezza che non possiedono naturalmente. Critica il bianco artificiale sul volto, il rosso sulle guance, le tinture dei capelli, gli artifici destinati ad attirare l’attenzione maschile. Per lui la vera bellezza è quella dell’anima.

San Giovanni Crisostomo

Condanna frequentemente il trucco nelle sue omelie. Sostiene che: Dio ha creato il volto umano come lo voleva; il trucco è spesso segno di vanità; esso può diventare occasione di scandalo e di tentazione. Paragona addirittura certi cosmetici a una maschera che nasconde la realtà.

San Cipriano di Cartagine

Nel trattato De habitu virginum critica severamente le vergini consacrate che si truccano o si adornano per apparire più belle. Scrive che chi modifica il proprio volto sembra voler correggere ciò che Dio ha fatto (si badi come questo tema, molto importante, torna di nuovo e frequentemente).

San Girolamo

Nelle sue lettere alle vergini e alle vedove consacrate raccomanda una grande semplicità nell’aspetto esteriore e scoraggia l’uso dei cosmetici.

Sant'Agostino d’Ippona

Ha un approccio leggermente più sfumato. Pur non approvando la vanità femminile, riconosce che una donna sposata può desiderare di piacere al marito. Tuttavia considera pericoloso l’eccesso e l’intenzione di attirare altri uomini.

I Padri, come è ovvio, non condannavano né la pulizia personale, né la cura della salute, né l’uso di unguenti medicinali e nemmeno quei trattamenti destinati a correggere deformità, ferite o malattie. La loro critica era rivolta soprattutto ai cosmetici usati per simulare una bellezza inesistente, suscitare desideri sensuali, alimentare la vanità, distinguersi con lusso e ostentazione.

Dunque, in conclusione, i Padri della Chiesa generalmente non autorizzavano il trucco cosmetico inteso come abbellimento artificiale. Da Tertulliano a Crisostomo, da Cipriano a Girolamo, la linea dominante dei primi secoli è nettamente contraria. Le eccezioni riguardano l’igiene, la medicina e, in alcuni autori come Agostino, una moderata cura dell’aspetto solo all’interno della vita matrimoniale purché non motivata da vanità o seduzione illecita. Questa posizione influenzerà per molti secoli la teologia morale, i manuali per confessori e la disciplina cristiana, fino all’età moderna.

Alla luce di tali princìpi non sarà difficile, per una donna che voglia essere modesta, capire come regolarsi con trucco, unghie lunghe, smaltate o, peggio, ricostruite; tinte per i capelli; extension per ciglia o per capelli, tatuaggi, chirurgia plastica e medicina estetica. Intelligenti pauca.

— Don Leonardo Maria Pompei