"Non basta partecipare alla santa Messa. Perché produca abbondanti frutti di partecipazione occorre parteciparvi bene"
Parlare di "partecipazione piena, attiva e consapevole" alla santa Messa - che, come è noto, è un comandamento da assolvere sotto pena di peccato grave nelle domeniche e nelle altre feste comandati - significa far convergere l'attenzione sulle condizioni che rendono tale partecipazione fruttuosa,
ossia non già un mero e formale adempimento di un obbligo, ma un formidabile mezzo per arrecare copiosi frutti di santificazione nell’anima, cosa che corrisponde in pieno alle
intenzioni di Colui che ha "inventato" questo autentico prodigio per
la nostra santificazione.
Prima di occuparci di questa partecipazione,
che dal Concilio Vaticano II è stata definita “piena, attiva e consapevole”,
dobbiamo specificare quali sono le altre “feste comandate” oltre le domeniche,
onde puntualizzare l’esatta determinazione dell’obbligo canonico. Nell’attuale
calendario e disciplina della Chiesa, le feste di precetto sono le seguenti: il
primo Gennaio, solennità di Maria Santissima Madre di Dio (purtroppo non di
rado dimenticata a causa delle “para-liturgie mondane” del 31 Dicembre…);
l’Epifania del Signore (6 Gennaio); la solennità dell’Assunzione (15 Agosto);
la solennità di Ognissanti (1 Novembre); le solennità dell’Immacolata (8
Dicembre) e del Natale (25 Dicembre).
Vediamo ora alcune indicazioni per una
fruttuosa partecipazione al santo Sacrificio della santa Messa. E' anzitutto
sommamente raccomandabile non solo arrivare puntuali, ma possibilmente qualche
minuto prima, per avere il tempo di raccogliersi e prepararsi "distaccandosi"
(almeno nel cuore e nei pensieri) dalla routine
e dal vortice delle occupazioni (e spesso preoccupazioni) della vita
quotidiana. In Chiesa va osservato un degno contegno esteriore, che significa
abbigliamento adeguato e dignitoso, compostezza nei gesti e nella postura,
osservanza delle norme liturgiche circa la posizione da tenere nei singoli
momenti della santa Messa: in piedi, in ginocchio, o seduti. Non bisogna
tacciare frettolosamente queste indicazioni di "fariseismo" o
"mera esteriorità", perché l'antropologia cattolica rispetta l'unità essenziale e
sostanziale tra corpo e anima, per cui, ordinariamente, l'esteriore manifesta
l'interiore e, a volte, lo aiuta e lo plasma. Se la liturgia mi dice di stare
in ginocchio durante la consacrazione, è perché vuole che io adori il mistero
del Verbo che discende sull'altare per la mistica immolazione. Questa posizione
dovrebbe esprimere l'atteggiamento interiore di somma ed estrema riverenza, ma
qualora questa fosse impedita da pensieri
e distrazioni, la postura esteriore aiuta l'anima a rientrare in sé,
raccogliersi e rendersi conto di quello che accade. Similmente lo stare seduti
durante la liturgia della parola serve a favorire la concentrazione nell'ascolto,
che deve essere accogliente e riverente, di Dio che ci parla e della voce del
suo ministro che spiega, attualizza e spezza la Parola proclamata e così via.
Abbiamo detto che anche l'abbigliamento deve essere adeguato e dignitoso,
ovvero osservare i canoni anzitutto della decenza e poi anche della modestia e
di una sobria eleganza. Chi di noi, se dovesse essere ricevuto dal Presidente
della Repubblica, ci andrebbe in ciabatte e shorts? Quale donna oserebbe
presentarsi davanti al Papa sbracciata, scollata o sgambata? Pensiamo sempre,
chiosando le parole che nostro Signore disse paragonandosi a Salomone, che ben
più del Papa o del Presidente della Repubblica c'è dinanzi a noi nelle nostre
Chiese! E come sarebbe estrema scortesia (per non dire maleducazione o
cafonaggine) arrivare in ritardo ad un appuntamento col Presidente del
Consiglio, non si vede come mai con tanta leggerezza le porte delle nostre
chiese continuino, fastidiosamente, ad aprirsi e chiudersi perfino al momento dekla liturgia
offertoriale (e, talora, ahimè, anche oltre). Possibile che nostro Signore non meriti
nemmeno un po' di buona educazione e bon
ton?
Durante la santa Messa, oltre che essere
sempre attenti e presenti ai vari momenti del rito, evitando di chiacchierare,
ridere, distrarsi o girovagare con la testa e con gli occhi, bisogna
partecipare attivamente alle preghiere da dire e recitare: le risposte date al
sacerdote, il Confiteor e il Gloria,
il Sanctus, le acclamazioni varie e,
dove eseguiti, partecipare ai canti liturgici. Ovviamente il massimo del
raccoglimento e della partecipazione interiore spetta alla seconda parte della Messa, dove la presenza di Dio si fa vera,
reale e sostanziale. Se poi si è nelle condizioni di poter prendere parte alla
santa comunione, si badi di curare anche la preparazione prossima a questo
momento. Dal momento dell'Agnus Dei è bene cominciare a mettersi in profondo raccoglimento, rivolgendo il cuore, l'attenzione e ogni desiderio al momento così focale e importante dell'incontro con Gesù eucaristico. Si può, se si crede, recitare l'atto di
dolore, per purificare la nostra anima anche dalle più piccole macchie e da
eventuali distrazioni o piccole irriverenze compiute durante la sacra liturgia.
Durante il tempo in cui si sta in fila, per alimentare il
desiderio e la consapevolezza di Chi è Colui che si sta per ricevere, si può usare qualche giaculatoria o comunione spirituale brevissima, del tipo: "Gesù ti amo, nel mio
cuore ti bramo", oppure: "Gesù amore, vieni nel mio cuore".
Questo per meglio risvegliare la nostra mente ed eccitare i nostri affetti nel
preparare una degna accoglienza al Re dei re. Pur
essendo al momento consentito dall'attuale disciplina ecclesiale - anche se
in via di indulto - ricevere la sacra particola in mano, questa forma sembra essere non proprio consona ad esprimere l'adorazione dovuta a Colui che
riceviamo e, specialmente nel caso di Ostie confezionate in modo non perfettamente compatto e friabili, può rendere molto facile la dispersione di qualche frammento, cosa che va evitata per quanto possibile. Onde rimane preferibile e consigliabile attenersi alla tradizione
millenaria della Chiesa di ricevere l'Ostia direttamente in bocca e - se e ove
possibile - preferibilmente in ginocchio. Dopo la Comunione, è bene inginocchiarsi (come consentito dalle vigenti norme liturgiche) e
raccogliersi per un primo immediato ringraziamento al Signore, che è bene si
protragga per non meno di quindici minuti (tale è il tempo medio che impiega il
nostro organismo ad assimilare la sacra particola, causando il venir meno della
presenza reale di Gesù). E' quanto mai esecrabile la prassi di
"scappare" via subito dopo la benedizione senza neanche fermarsi per
il canto finale, così come, quando si è ricevuta la santa comunione, omettere
il doveroso ringraziamento per il tempo appena indicato.
Vorrei concludere con
una parola sul segno di pace nel rito romano. Questo gesto ha carattere
meramente simbolico e non deve diventare occasione di distrazione proprio prima
della comunione. Basta scambiare la pace col vicino senza esagerare nel
voltarsi o andare a cercare chissà chi. Una abbastanza recente istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (8 Giugno 2014) ha ribadito esattamente tali cose, specificando, tra le altre cose, che non è consentito fare alcun canto di pace, in quanto "inesistente nel rito romano".
Vivendo così la
santa Messa, se ne trarranno certamente abbondanti frutti di grazia e santificazione. Spetta all'ars celebrandi del sacerdote, ma anche
all'actuosa participatio dei fedeli,
fare in modo di vivere in maniera sacra, santa e dignitosa la celebrazione della santa Messa, conservandone integra e intatta,
l'intrinseca, immutabile e infallibile forza
e potenza santificatrice.
