Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2024-02-25

La penitenza: l'attuale disciplina penitenziale della Chiesa

← Tutti gli articoli
SANTIFICARE I GIORNI DI PENITENZA: ASTINENZE E DIGIUNI



L’importanza della penitenza, anche esteriore, non è mai stata messa seriamente in discussione da nessuno scrittore ecclesiastico né da alcun pastore della Chiesa, almeno fino a qualche tempo fa. L’origine biblica e la prassi costante e bimillenaria della Chiesa sono, in questo, assolutamente chiare, esplicite e inequivocabili. Anche il documento che ci sta conducendo in questo excursus sul terzo precetto generale della Chiesa, prima di passare alle determinazioni concrete dei giorni e delle opere penitenziali, contiene un passaggio quanto mai illuminante circa il “volontario esercizio di azioni esteriori” di cui sarà bene citare alcuni stralci fondamentali. Comincia con l’evidenziare come la penitenza interiore e la conversione debbano necessariamente essere accompagnati da gesti esteriori; prosegue col riferimento a quelle penitenze che sono derivanti in maniera certa e inoppugnabile dal volere di Dio; richiama infine alcuni membri della Chiesa circa i loro obblighi ad un elevato tenore di vita penitenziale: “La Chiesa, mentre riafferma il primato dei valori religiosi e soprannaturali della penitenza - valori quanto mai atti a ridare oggi al mondo il senso di Dio e della sua sovranità sull'uomo, e il senso di Cristo e della sua salvezza - invita tutti ad accompagnare l'interna conversione dello spirito con il volontario esercizio di azioni esteriori di penitenza: 
a) Insiste anzitutto perché si eserciti la virtù della penitenza nella fedeltà perseverante ai doveri del proprio stato, nell'accettazione delle difficoltà provenienti dal proprio lavoro e dalla convivenza umana, nella paziente sopportazione delle prove della vita terrena e della profonda insicurezza che la pervade. 
b) Quelle membra poi della Chiesa, che sono colpite dalle infermità, dalle malattie, dalla povertà, dalla sventura, oppure sono perseguitate per amore della giustizia, sono invitate ad unire i propri dolori alla sofferenza di Cristo in modo da poter non soltanto soddisfare più intensamente il precetto della penitenza, ma anche ottenere per i fratelli la vita della grazia, e per se stessi quella beatitudine che nel Vangelo è promessa a coloro che soffrono.
c) In modo più perfetto deve essere soddisfatto il precetto della penitenza sia dai sacerdoti, più altamente insigniti del carattere di Cristo, sia da coloro i quali, per seguire più da vicino «l'esinanizione» del Signore e per tendere più facilmente e più efficacemente alla perfezione della carità, professano i consigli evangelici”. Si noti il riferimento all’efficacia impetratoria delle opere penitenziali che possono ottenere ai fratelli “la vita della grazia” e sono, per noi credenti, una via privilegiata di beatitudine e non una sorta di maledizione o castigo divino.
Il testo prosegue anzitutto evidenziando l’universalità dei doveri penitenziali (anche volontari), poi aprendo a possibili forme più ampie di adempimento di tali obblighi (debitamente approvati dalle Conferenze episcopali), che possano essere in qualche modo “terapeutiche” per alcuni novelli mali e vizi del nostro tempo, facendo tuttavia un riferimento esplicito alla plurisecolare prassi canonica del digiuno e dell’astinenza dalle carni (di cui si ribadisce l’essenzialità e l’importanza): “La Chiesa invita tutti i cristiani indistintamente a rispondere al precetto divino della penitenza con qualche atto volontario, al di fuori delle rinunce imposte dal peso della vita quotidiana. Per richiamare e spronare tutti i fedeli all'osservanza del precetto divino della penitenza, la Sede Apostolica intende perciò riordinare la disciplina penitenziale con modi più adatti al nostro tempo. Spetta però ai Vescovi - riuniti nelle Conferenze Episcopali - stabilire le norme che, nella loro sollecitudine pastorale e nella loro prudenza, per la conoscenza diretta che hanno delle condizioni locali, stimeranno più opportune e più efficaci; resta però stabilito quanto segue. In primo luogo la Chiesa, nonostante abbia sempre tutelato in modo particolare l'astinenza dalle carni e il digiuno, vuole tuttavia indicare nella triade tradizionale «preghiera, digiuno, opere di carità» i modi principali per ottemperare al precetto divino della penitenza. Tali modi furono comuni a tutti i secoli; tuttavia nel nostro tempo esistono particolari motivi, per cui, secondo le esigenze dei diversi luoghi, sia necessario inculcare, a preferenza di altre, qualche speciale forma di penitenza. Perciò, là dove è maggiore il benessere economico, si dovrà piuttosto dare una testimonianza di ascesi, affinché i figli della Chiesa non siano coinvolti dallo spirito del «mondo», e si dovrà dare nello stesso tempo una testimonianza di carità verso i fratelli che soffrono nella povertà e nella fame, oltre ogni barriera di nazioni e di continenti. Nei paesi invece dove il tenore di vita è più disagiato, sarà più accetto al Padre e più utile alle membra del corpo di Cristo, che i cristiani - mentre cercano con ogni mezzo di promuovere una migliore giustizia sociale - offrano, nella preghiera, la loro sofferenza al Signore, in intima unione con i dolori di Cristo. Perciò la Chiesa, conservando - là dove più opportunamente potrà essere mantenuta - la consuetudine (osservata per tanti secoli con norme canoniche) di esercitare la penitenza anche mediante l'astinenza dalle carni e il digiuno, pensa di convalidare con sue prescrizioni anche gli altri modi di far penitenza, là dove alle Conferenze Episcopali sembrerà opportuno sostituire l'osservanza dell’astinenza dalla carne e del digiuno con esercizi di preghiera ed opere di carità”.

E’ evidente che l’importanza della penitenza viene assolutamente ribadita e, se possibile, ampliata. Si esortano tutti i fedeli ad imporsi penitenze “volontarie” anche al di fuori e al di là degli obblighi strettamente canonici imposti per legge, di cui, peraltro, presto ci occuperemo. Affiancare al digiuno la grande (e per molti amara!) penitenza delle elemosine e delle opere di carità, considerato lo strapotere e il fascino del dio denaro, è quanto mai salutare e opportuno oltre che evangelicamente fondato, così come sottolineare il valore eminentemente penitenziale della preghiera cristiana. Ciò tuttavia non dovrebbe essere fatto a scapito di tradizioni secolari, che hanno il vantaggio di formare quell’habitus penitenziale (unito ad uniformità di disciplina) che è quanto mai necessario perseguire e garantire, stante la difficoltà che non pochi incontrano nel conformarsi ai propri doveri in materia così ostica e delicata. Dovremo presto tristemente costatare che, come sovente è accaduto in questi ultimi anni, anche in questo campo, almeno sul piano pratico – operativo, qualche passo falso o forse un po’ azzardato è stato non di rado compiuto. Con conseguenze tutt’altro che incoraggianti.ù

LA COSTITUZIONE "PAENITEMINI" DI PAOLO VI

Vediamo dunque nel dettaglio le norme che regolano, attualmente, la disciplina della Chiesa in relazione all’obbligo di santificare i giorni penitenziali. La Costituzione Paenitemini, al riguardo, recita testualmente:
Affinché tutti i fedeli siano uniti in una celebrazione comune della penitenza, la Sede Apostolica intende fissare alcuni giorni e tempi penitenziali, scelti tra quelli che, nel corso dell’anno liturgico, sono più vicini al Mistero Pasquale di Cristo o vengano richiesti da particolari bisogni della comunità ecclesiale. Perciò si dichiara e si stabilisce quanto segue: I. § 1. Per legge divina tutti i fedeli sono tenuti a far penitenza. 
§ 2. Le prescrizioni della legge ecclesiastica, circa la penitenza, vengono totalmente riordinate secondo le seguenti norme.

II. § 1. Il tempo di Quaresima conserva il suo carattere penitenziale. 
§ 2. I giorni di penitenza, da osservarsi obbligatoriamente in tutta la Chiesa, sono tutti i venerdì dell’anno e il mercoledì delle Ceneri o il primo giorno della Grande Quaresima, secondo i riti; la loro sostanziale osservanza obbliga gravemente. 
§ 3. Salve le facoltà di cui ai nn. VI e VIII, circa il modo di ottemperare al precetto della penitenza in detti giorni, l’astinenza si osserverà in tutti i venerdì che non cadono in feste di precetto, mentre l’astinenza e il digiuno si osserveranno nel mercoledì delle Ceneri, o - secondo la diversità dei riti - nel primo giorno della Grande Quaresima, e nel venerdì della Passione e Morte di Gesù Cristo.
III. § 1. La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, non però l’uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento anche di grasso di animale. 
§ 2. La legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate.
IV. Alla legge dell’astinenza sono tenuti coloro che hanno compiuto i quattordici anni; alla legge del digiuno invece sono obbligati tutti i fedeli dai ventun anni compiuti ai sessanta incominciati. Per quanto riguarda, poi, coloro che sono di età inferiore, i pastori d’anime ed i genitori cerchino con particolare cura di formarli secondo un autentico spirito di penitenza.
VI. § 1. A norma del Decreto conciliare Christus Dominus, circa il ministero pastorale dei Vescovi, n. 38, 4, spetta alle Conferenze Episcopali: 
a) trasferire, per giusta causa, i giorni di penitenza, tenendo sempre conto del tempo quaresimale; 
b) sostituire, del tutto o in parte, l’astinenza e il digiuno con altre forme di penitenza, specialmente con opere di carità ed esercizi di pietà.
IX. § 1. È vivo desiderio che i Vescovi e tutti i pastori di anime, oltre a un più frequente uso del Sacramento della Penitenza, promuovano con zelo, specialmente durante il tempo quaresimale, opere straordinarie di penitenza con finalità di espiazione o di impetrazione. § 2. Si raccomanda vivamente a tutti i fedeli di ben radicare nel loro animo un genuino spirito cristiano di penitenza, che li spinga più vivamente a compiere opere di carità e di penitenza”.
Abbiamo omesso nella citazione qualche passaggio (riguardante la disciplina delle Chiese orientali o alcune potestà delle Conferenze episcopali) che riteniamo del tutto irrilevante ai fini della nostra trattazione e al tempo stesso abbiamo evidenziato con il corsivo alcune affermazioni molto importanti. Ora cercheremo di analizzarne la portata cominciando da alcuni punti fondamentali.
È innanzitutto ribadito, in linea di principio, il dovere di fare penitenza sancito dalla legge divina. Questo significa che la fede cattolica ha intrinsecamente un contenuto e un carattere penitenziale radicato nel volere stesso di Dio. Conseguentemente qualunque affermazione che tenda a svilire, minimizzare o addirittura negare del tutto l’essenzialità e l’importanza della pratica della penitenza nella vita cristiana, deve essere, ipso facto, respinta e rigettata come eretica: il testo, infatti, afferma chiaramente che “per legge divina tutti i fedeli sono tenuti a fare penitenza”.
Il tempo eminentemente penitenziale è quello quaresimale. In questo periodo liturgico, pertanto, il dovere di fare penitenza (che comunque obbliga ogni fedele in ogni tempo e in ogni luogo) deve essere sentito, percepito e praticato con maggiore sforzo e impegno ascetico. Ciò significa che nel tempo di Quaresima, oltre a quanto strettamente prescritto (digiuno e astinenza il giorno delle Ceneri e il Venerdì santo), va abbracciato uno stile di vita sobrio e penitenziale, scegliendo liberamente di evitare almeno qualcuno di quei piaceri superflui e inutili (fumo, televisione, giochi, feste, divertimenti, balli, cene, cinema, etc.), la cui pratica spensierata comporterebbe la vanificazione pressoché totale dell’indole penitenziale del tempo di Quaresima.
La sostanziale osservanza delle norme e dei giorni penitenziali stabiliti dalla Chiesa (che è il contenuto del precetto che stiamo analizzando) “obbliga gravemente”. I giorni prescritti si sono ridotti ai Venerdì in cui non cada una festa di precetto (quindi si è tenuti alla legge dell’astinenza anche nel caso in cui si celebri una solennità non di precetto, per esempio la solennità del Sacratissimo Cuore che cade sempre di Venerdì ma non è di precetto) e al Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì santo, in cui oltre all’astinenza è prescritto anche il digiuno canonico (di cui approfondiremo alcuni aspetti nel prossimo articolo). Ciò significa che chi omettesse di santificare questi giorni con le opere penitenziali prescritte oppure, quando consentito, con altre equivalenti, commetterebbe senza alcun dubbio un peccato mortale. Ora, quanti fedeli percepiscono che far passare un Venerdì senza compiere nessuna opera penitenziale costituisce colpa oggettivamente grave? Oppure che non digiunare almeno il Mercoledì delle Ceneri o il Venerdì santo è peccato di seria rilevanza? I confessori sanno bene che, se non si sollecita un attento esame su questi punti, essi sono completamente tralasciati, ordinariamente, dalla stragrande maggioranza delle coscienze dei fedeli. A nostro parere una predicazione sciatta, non priva talora di gravi omissioni oppure addirittura foriera di confusione perché viziata da opinioni personali e discutibili presentate come “vangelo”, può aver contribuito allo smarrimento pressoché totale del senso della penitenza cristiana. Ecco perché è quanto mai essenziale, su questo come su altri punti, curare una buona formazione personale, ricuperando quelle idee chiare e distinte che facciano da luce e guida ai cuori e alle coscienze di ogni fedele.

ALCUNE CONSIDERAZIONI PERSONALI...

L’attuale disciplina, rispetto a quella precedente, è enormemente (forse – ci si consenta – un po’ troppo) mitigata. Come già successo con il “digiuno eucaristico”, per cui si è passati dalla mezzanotte del giorno precedente a tre ore fino all’attuale unica ora (peraltro spesso disinvoltamente disattesa e inosservata), si è passati da una disciplina molto severa che prevedeva come giorni penitenziali (oltre a quelli attualmente vigenti) tutte le vigilie di feste di precetto e i giorni delle “quattro tempora” di autunno, inverno, primavera ed estate (giorni di digiuno e astinenza!), all’attuale disciplina assai mite, che peraltro, dalla Conferenza Episcopale Italiana è stata ulteriormente temperata consentendo di sostituire nei Venerdì non di Quaresima, l’astinenza dalle carni con un’altra opera penitenziale a scelta (preghiera, elemosina o altra mortificazione). A quanto sembra in base all’esperienza pastorale dei sacerdoti in cura d’anime, questa estrema mitigazione ha comportato nei pochi fedeli attualmente praticanti la quasi scomparsa del senso di penitenza cristiana. Non essendo più obbligatoria l’astinenza dalle carni, si mangia tranquillamente la carne senza fare altro… Addirittura c’è chi racconta che qualche povera anima che, memore degli insegnamenti di qualche “santa mamma” o “santa nonna”, continua a praticare l’astinenza del Venerdì, viene bollata come “farisea” e rimproverata di osservare pratiche e inutile mortificazioni da cui Gesù Cristo “ci avrebbe liberato” (sic!). L’impressione è che, come sovente accaduto in questi ultimi tribolati 50 anni, si sia passati dal “troppo” al “troppo poco”, dimenticando, nell’uno e nell’altro caso, l’antico monito proveniente già dai grandi filosofi pagani, che la virtù è sempre il giusto mezzo tra il “troppo” e il “troppo poco”. In una materia come questa, peraltro, i danni prodotti dal “troppo poco” potrebbero rivelarsi più gravi di quelli causati dal “troppo”, con grave nocumento per il bene delle anime.
Anche il digiuno canonico prevede una modalità di adempimento molto mite. E’ consentito un pasto completo, come anche prendere “un po’ di cibo al mattino e alla sera”. Niente a che vedere con il “digiuno rigoroso” (astinenza totale dai cibi), né con il “digiuno a pane e acqua”, ampiamente attestato dalla tradizione ascetica cattolica e ampiamente praticato nel corso della storia. Questo addolcimento che avrebbe dovuto comportare una maggiore facilità nell’offrire questo sacrificio ha finito, paradossalmente, col farne scomparire il senso. Non sono pochi infatti, a quanto pare, i fedeli che affermano di non aver mai digiunato in tutta la loro vita.
A tutto questo si aggiunge il fatto che non pochi istituti religiosi, anche di antica fondazione, nel riformare costituzioni, regolamenti e statuti come richiesto dal decreto Perfectae Caritatis del Concilio ecumenico Vaticano II – le cui intenzioni (ottime) erano quelle di favorire una nuova fioritura e un ritorno al fervore primitivo di tutti i vari istituti di vita consacrata – hanno ritenuto a loro volta di dover notevolmente mitigare (fin quasi a rasentare la totale abolizione in alcuni casi) la disciplina penitenziale tradizionale, abbracciando, a quanto pare, quelle malaugurate tendenze e idee bislacche che hanno circolato in questi ultimi decenni circa una certa malintesa “santità del corpo”, di cui abbiamo avuto modo di parlare, stigmatizzandole come erronee e fuorvianti, in precedenza.
Tutto questo ha portato all’ingenerarsi di una situazione quanto mai paradossale per non dire grottesca nella vita della Chiesa. In un tempo sciagurato come quello dell’ultimo secolo, in cui si è assistito a un progressivo e sempre più dirompente dilagare dell’iniquità in generale e dell’impurità in particolare; in un momento dunque dove più che mai necessitava per il bene della Chiesa e la salvezza delle anime uno sforzo ascetico corale per porre argine a tanto male, riparare le innumerevoli colpe che quotidianamente salgono al cielo e ottenere da Dio la conversione di molte anime cadute nelle spire del peccato, cosa succede? Che viene progressivamente diminuita fino quasi a scomparire la santa e necessaria pratica della cristiana penitenza, in barba al grido accorato che la Madre di Dio, piena di amore e apprensione, rivolse da Fatima all’umanità intera: “pregate e fate penitenza perché molte anime vanno all’Inferno perché non c’è chi prega e si sacrifica per loro”. A guardare questi fenomeni col senno di poi sembra che siamo caduti in un’ingegnosa trappola infernale, in cui, con il pretesto di buone intenzioni, si è esattamente ottenuto ciò che volevano i nostri nemici: rompere gli argini e le mura del bene, senza che si trovino buoni e solerti operai che siano disposti a lavorare sodo per ripararli e ricostruirli. Senza considerare l’importanza pedagogica fondamentale che ha la conservazione delle sane tradizioni tramandate di padre in figlio e di generazione in generazione, la cui frettolosa e a volte incauta soppressione e sostituzione, ha come unico effetto quello di lasciare dietro di sé il vuoto… e a volte, purtroppo, il nulla…


Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.