SANTIFICARE I GIORNI DI PENITENZA: ASTINENZE E DIGIUNI
L’importanza
della penitenza, anche esteriore, non
è mai stata messa seriamente in discussione da nessuno scrittore ecclesiastico
né da alcun pastore della Chiesa, almeno fino a qualche tempo fa. L’origine biblica
e la prassi costante e bimillenaria della Chiesa sono, in questo, assolutamente
chiare, esplicite e inequivocabili. Anche il documento che ci sta conducendo in
questo excursus sul terzo precetto
generale della Chiesa, prima di passare alle determinazioni concrete dei giorni
e delle opere penitenziali, contiene un passaggio quanto mai illuminante circa
il “volontario esercizio di azioni esteriori” di cui sarà bene citare alcuni stralci
fondamentali. Comincia con l’evidenziare come la penitenza interiore e la
conversione debbano necessariamente essere accompagnati da gesti esteriori;
prosegue col riferimento a quelle penitenze che sono derivanti in maniera certa
e inoppugnabile dal volere di Dio; richiama infine alcuni membri della Chiesa circa
i loro obblighi ad un elevato tenore di vita penitenziale: “La Chiesa, mentre riafferma il primato dei valori
religiosi e soprannaturali della penitenza - valori quanto mai atti a ridare
oggi al mondo il senso di Dio e della sua sovranità sull'uomo, e il senso di
Cristo e della sua salvezza - invita tutti ad accompagnare l'interna
conversione dello spirito con il volontario esercizio di azioni esteriori di
penitenza:
a) Insiste anzitutto perché si eserciti la virtù della penitenza
nella fedeltà perseverante ai doveri del proprio stato, nell'accettazione delle
difficoltà provenienti dal proprio lavoro e dalla convivenza umana, nella
paziente sopportazione delle prove della vita terrena e della profonda
insicurezza che la pervade.
b) Quelle membra poi della Chiesa, che sono
colpite dalle infermità, dalle malattie, dalla povertà, dalla sventura, oppure
sono perseguitate per amore della giustizia, sono invitate ad unire i propri
dolori alla sofferenza di Cristo in modo da poter non soltanto soddisfare più
intensamente il precetto della penitenza, ma anche ottenere per i fratelli la
vita della grazia, e per se stessi quella beatitudine che nel Vangelo è
promessa a coloro che soffrono.
c) In modo più perfetto deve essere soddisfatto
il precetto della penitenza sia dai sacerdoti, più altamente insigniti del
carattere di Cristo, sia da coloro i quali, per seguire più da vicino
«l'esinanizione» del Signore e per tendere più facilmente e più efficacemente
alla perfezione della carità, professano i consigli evangelici”. Si noti il riferimento
all’efficacia impetratoria delle opere penitenziali che possono ottenere ai
fratelli “la vita della grazia” e sono, per noi credenti, una via privilegiata
di beatitudine e non una sorta di maledizione o castigo divino.
Il
testo prosegue anzitutto evidenziando l’universalità dei doveri penitenziali
(anche volontari), poi aprendo a
possibili forme più ampie di adempimento di tali obblighi (debitamente approvati
dalle Conferenze episcopali), che possano essere in qualche modo “terapeutiche”
per alcuni novelli mali e vizi del nostro tempo, facendo tuttavia un
riferimento esplicito alla plurisecolare prassi canonica del digiuno e
dell’astinenza dalle carni (di cui si ribadisce l’essenzialità e l’importanza):
“La Chiesa invita tutti i cristiani indistintamente a rispondere al precetto
divino della penitenza con qualche atto
volontario, al di fuori delle rinunce imposte dal peso della vita
quotidiana. Per richiamare e spronare tutti i fedeli all'osservanza del
precetto divino della penitenza, la Sede Apostolica intende perciò riordinare
la disciplina penitenziale con modi più adatti al nostro tempo. Spetta però ai
Vescovi - riuniti nelle Conferenze Episcopali - stabilire le norme che, nella
loro sollecitudine pastorale e nella loro prudenza, per la conoscenza diretta
che hanno delle condizioni locali, stimeranno più opportune e più efficaci;
resta però stabilito quanto segue. In primo luogo la Chiesa, nonostante abbia
sempre tutelato in modo particolare l'astinenza dalle carni e il digiuno, vuole
tuttavia indicare nella triade tradizionale «preghiera, digiuno, opere di
carità» i modi principali per ottemperare al precetto divino della penitenza.
Tali modi furono comuni a tutti i secoli; tuttavia nel nostro tempo esistono
particolari motivi, per cui, secondo le esigenze dei diversi luoghi, sia
necessario inculcare, a preferenza di altre, qualche speciale forma di
penitenza. Perciò, là dove è maggiore il benessere economico, si dovrà
piuttosto dare una testimonianza di ascesi, affinché i figli della Chiesa non
siano coinvolti dallo spirito del «mondo», e si dovrà dare nello stesso tempo
una testimonianza di carità verso i fratelli che soffrono nella povertà e nella
fame, oltre ogni barriera di nazioni e di continenti. Nei paesi invece dove il
tenore di vita è più disagiato, sarà più accetto al Padre e più utile alle
membra del corpo di Cristo, che i cristiani - mentre cercano con ogni mezzo di
promuovere una migliore giustizia sociale - offrano, nella preghiera, la loro
sofferenza al Signore, in intima unione con i dolori di Cristo. Perciò la
Chiesa, conservando - là dove più opportunamente potrà essere mantenuta - la
consuetudine (osservata per tanti secoli con norme canoniche) di esercitare la
penitenza anche mediante l'astinenza dalle carni e il digiuno, pensa di
convalidare con sue prescrizioni anche gli altri modi di far penitenza, là dove
alle Conferenze Episcopali sembrerà opportuno sostituire l'osservanza dell’astinenza
dalla carne e del digiuno con esercizi di preghiera ed opere di carità”.
E’ evidente che
l’importanza della penitenza viene assolutamente ribadita e, se possibile,
ampliata. Si esortano tutti i fedeli ad imporsi penitenze “volontarie” anche al
di fuori e al di là degli obblighi strettamente canonici imposti per legge, di
cui, peraltro, presto ci occuperemo. Affiancare al digiuno la grande (e per
molti amara!) penitenza delle elemosine e delle opere di carità, considerato lo
strapotere e il fascino del dio denaro, è quanto mai salutare e opportuno oltre
che evangelicamente fondato, così come sottolineare il valore eminentemente
penitenziale della preghiera cristiana. Ciò tuttavia non dovrebbe essere fatto
a scapito di tradizioni secolari, che hanno il vantaggio di formare quell’habitus penitenziale (unito ad
uniformità di disciplina) che è quanto mai necessario perseguire e garantire,
stante la difficoltà che non pochi incontrano nel conformarsi ai propri doveri
in materia così ostica e delicata. Dovremo presto tristemente costatare che,
come sovente è accaduto in questi ultimi anni, anche in questo campo, almeno sul
piano pratico – operativo, qualche passo falso o forse un po’ azzardato è stato
non di rado compiuto. Con conseguenze tutt’altro che incoraggianti.ù
LA COSTITUZIONE "PAENITEMINI" DI PAOLO VI
Vediamo dunque nel dettaglio le norme che regolano,
attualmente, la disciplina della Chiesa in relazione all’obbligo di santificare
i giorni penitenziali. La Costituzione Paenitemini,
al riguardo, recita testualmente:
“Affinché tutti i fedeli siano uniti in una
celebrazione comune della penitenza, la Sede Apostolica intende fissare alcuni
giorni e tempi penitenziali, scelti tra quelli che, nel corso dell’anno
liturgico, sono più vicini al Mistero Pasquale di Cristo o vengano richiesti da
particolari bisogni della comunità ecclesiale. Perciò si dichiara e si
stabilisce quanto segue: I. § 1. Per legge divina tutti i fedeli sono tenuti a
far penitenza.
§ 2. Le prescrizioni della legge ecclesiastica, circa la
penitenza, vengono totalmente riordinate secondo le seguenti norme.
II. §
1. Il tempo di Quaresima conserva il suo carattere penitenziale.
§ 2. I giorni
di penitenza, da osservarsi obbligatoriamente in tutta la Chiesa, sono tutti i venerdì dell’anno e il mercoledì
delle Ceneri o il primo giorno della Grande Quaresima, secondo i riti; la loro sostanziale osservanza obbliga
gravemente.
§ 3. Salve le facoltà di cui ai nn. VI e VIII, circa il modo
di ottemperare al precetto della penitenza in detti giorni, l’astinenza si osserverà in tutti i venerdì
che non cadono in feste di precetto, mentre l’astinenza e il digiuno si
osserveranno nel mercoledì delle Ceneri, o - secondo la diversità dei riti
- nel primo giorno della Grande Quaresima, e nel venerdì della Passione e Morte di Gesù Cristo.
III. §
1. La legge dell’astinenza proibisce l’uso
delle carni, non però l’uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi
condimento anche di grasso di animale.
§ 2. La legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto durante la giornata,
ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera,
attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate.
IV. Alla legge dell’astinenza sono tenuti coloro
che hanno compiuto i quattordici anni; alla legge del digiuno invece sono
obbligati tutti i fedeli dai ventun anni compiuti ai sessanta incominciati.
Per quanto riguarda, poi, coloro che sono di età inferiore, i pastori d’anime
ed i genitori cerchino con particolare cura di formarli secondo un autentico
spirito di penitenza.
VI. §
1. A norma del Decreto conciliare Christus Dominus, circa il ministero
pastorale dei Vescovi, n. 38, 4, spetta alle Conferenze Episcopali:
a)
trasferire, per giusta causa, i giorni di penitenza, tenendo sempre conto del
tempo quaresimale;
b) sostituire, del tutto o in parte, l’astinenza e il
digiuno con altre forme di penitenza, specialmente con opere di carità ed
esercizi di pietà.
IX. § 1. È vivo desiderio
che i Vescovi e tutti i pastori di anime, oltre a un più frequente uso del
Sacramento della Penitenza, promuovano con zelo, specialmente durante il tempo
quaresimale, opere straordinarie di penitenza con finalità di espiazione o di
impetrazione. § 2. Si raccomanda vivamente a tutti i fedeli di ben radicare nel
loro animo un genuino spirito cristiano di penitenza, che li spinga più
vivamente a compiere opere di carità e di penitenza”.
Abbiamo omesso nella
citazione qualche passaggio (riguardante la disciplina delle Chiese orientali o
alcune potestà delle Conferenze episcopali) che riteniamo del tutto irrilevante
ai fini della nostra trattazione e al tempo stesso abbiamo evidenziato con il
corsivo alcune affermazioni molto importanti. Ora cercheremo di analizzarne la
portata cominciando da alcuni punti fondamentali.
È innanzitutto ribadito, in
linea di principio, il dovere di fare penitenza sancito dalla legge divina. Questo significa che la
fede cattolica ha intrinsecamente un contenuto e un carattere penitenziale
radicato nel volere stesso di Dio. Conseguentemente qualunque affermazione che
tenda a svilire, minimizzare o addirittura negare del tutto l’essenzialità e l’importanza
della pratica della penitenza nella vita cristiana, deve essere, ipso facto, respinta e rigettata come
eretica: il testo, infatti, afferma chiaramente che “per legge divina tutti i fedeli sono tenuti a fare penitenza”.
Il tempo eminentemente
penitenziale è quello quaresimale. In questo periodo liturgico, pertanto, il
dovere di fare penitenza (che comunque obbliga ogni fedele in ogni tempo e in
ogni luogo) deve essere sentito, percepito e praticato con maggiore sforzo e
impegno ascetico. Ciò significa che nel tempo di Quaresima, oltre a quanto
strettamente prescritto (digiuno e astinenza il giorno delle Ceneri e il
Venerdì santo), va abbracciato uno stile di vita sobrio e penitenziale,
scegliendo liberamente di evitare almeno qualcuno di quei piaceri superflui e
inutili (fumo, televisione, giochi, feste, divertimenti, balli, cene, cinema,
etc.), la cui pratica spensierata comporterebbe la vanificazione pressoché
totale dell’indole penitenziale del tempo di Quaresima.
La sostanziale osservanza
delle norme e dei giorni penitenziali stabiliti dalla Chiesa (che è il
contenuto del precetto che stiamo analizzando) “obbliga gravemente”. I giorni prescritti si sono ridotti ai Venerdì
in cui non cada una festa di precetto (quindi
si è tenuti alla legge dell’astinenza anche nel caso in cui si celebri una
solennità non di precetto, per esempio la solennità del Sacratissimo Cuore che
cade sempre di Venerdì ma non è di precetto) e al Mercoledì delle Ceneri e il
Venerdì santo, in cui oltre all’astinenza è prescritto anche il digiuno canonico (di cui approfondiremo alcuni
aspetti nel prossimo articolo). Ciò significa che chi omettesse di santificare
questi giorni con le opere penitenziali prescritte oppure, quando consentito,
con altre equivalenti, commetterebbe senza alcun dubbio un peccato mortale. Ora, quanti fedeli percepiscono
che far passare un Venerdì senza compiere nessuna opera penitenziale
costituisce colpa oggettivamente grave? Oppure che non digiunare almeno il
Mercoledì delle Ceneri o il Venerdì santo è peccato di seria rilevanza? I
confessori sanno bene che, se non si sollecita un attento esame su questi
punti, essi sono completamente tralasciati, ordinariamente, dalla stragrande
maggioranza delle coscienze dei fedeli. A nostro parere una predicazione
sciatta, non priva talora di gravi omissioni oppure addirittura foriera di
confusione perché viziata da opinioni personali e discutibili presentate come “vangelo”,
può aver contribuito allo smarrimento pressoché totale del senso della
penitenza cristiana. Ecco perché è quanto mai essenziale, su questo come su
altri punti, curare una buona formazione personale, ricuperando quelle idee
chiare e distinte che facciano da luce e guida ai cuori e alle coscienze di
ogni fedele.
ALCUNE CONSIDERAZIONI PERSONALI...
L’attuale disciplina, rispetto a quella
precedente, è enormemente (forse – ci si consenta – un po’ troppo) mitigata.
Come già successo con il “digiuno eucaristico”, per cui si è passati dalla
mezzanotte del giorno precedente a tre ore fino all’attuale unica ora (peraltro
spesso disinvoltamente disattesa e inosservata), si è passati da una disciplina
molto severa che prevedeva come giorni penitenziali (oltre a quelli attualmente
vigenti) tutte le vigilie di feste di precetto e i giorni delle “quattro
tempora” di autunno, inverno, primavera ed estate (giorni di digiuno e
astinenza!), all’attuale disciplina assai mite, che peraltro, dalla Conferenza
Episcopale Italiana è stata ulteriormente temperata consentendo di sostituire
nei Venerdì non di Quaresima, l’astinenza dalle carni con un’altra opera
penitenziale a scelta (preghiera, elemosina o altra mortificazione). A quanto
sembra in base all’esperienza pastorale dei sacerdoti in cura d’anime, questa
estrema mitigazione ha comportato nei pochi fedeli attualmente praticanti la
quasi scomparsa del senso di penitenza cristiana. Non essendo più obbligatoria
l’astinenza dalle carni, si mangia tranquillamente la carne senza fare altro… Addirittura
c’è chi racconta che qualche povera anima che, memore degli insegnamenti di
qualche “santa mamma” o “santa nonna”, continua a praticare l’astinenza del
Venerdì, viene bollata come “farisea” e rimproverata di osservare pratiche e
inutile mortificazioni da cui Gesù Cristo “ci avrebbe liberato” (sic!). L’impressione
è che, come sovente accaduto in questi ultimi tribolati 50 anni, si sia passati
dal “troppo” al “troppo poco”, dimenticando, nell’uno e nell’altro caso,
l’antico monito proveniente già dai grandi filosofi pagani, che la virtù è
sempre il giusto mezzo tra il “troppo” e il “troppo poco”. In una materia come
questa, peraltro, i danni prodotti dal “troppo poco” potrebbero rivelarsi più
gravi di quelli causati dal “troppo”, con grave nocumento per il bene delle
anime.
Anche il digiuno canonico prevede una
modalità di adempimento molto mite. E’ consentito un pasto completo, come anche
prendere “un po’ di cibo al mattino e alla sera”. Niente a che vedere con il
“digiuno rigoroso” (astinenza totale dai cibi), né con il “digiuno a pane e
acqua”, ampiamente attestato dalla tradizione ascetica cattolica e ampiamente
praticato nel corso della storia. Questo addolcimento che avrebbe dovuto
comportare una maggiore facilità nell’offrire questo sacrificio ha finito,
paradossalmente, col farne scomparire il senso. Non sono pochi infatti, a
quanto pare, i fedeli che affermano di non aver mai digiunato in tutta la loro
vita.
A tutto questo si aggiunge il fatto che
non pochi istituti religiosi, anche di antica fondazione, nel riformare
costituzioni, regolamenti e statuti come richiesto dal decreto Perfectae Caritatis del Concilio
ecumenico Vaticano II – le cui intenzioni (ottime) erano quelle di favorire una
nuova fioritura e un ritorno al fervore primitivo di tutti i vari istituti di
vita consacrata – hanno ritenuto a loro volta di dover notevolmente mitigare
(fin quasi a rasentare la totale abolizione in alcuni casi) la disciplina
penitenziale tradizionale, abbracciando, a quanto pare, quelle malaugurate
tendenze e idee bislacche che hanno circolato in questi ultimi decenni circa
una certa malintesa “santità del corpo”, di cui abbiamo avuto modo di parlare,
stigmatizzandole come erronee e fuorvianti, in precedenza.
Tutto questo ha portato all’ingenerarsi
di una situazione quanto mai paradossale per non dire grottesca nella vita
della Chiesa. In un tempo sciagurato come quello dell’ultimo secolo, in cui si
è assistito a un progressivo e sempre più dirompente dilagare dell’iniquità in
generale e dell’impurità in particolare; in un momento dunque dove più che mai
necessitava per il bene della Chiesa e la salvezza delle anime uno sforzo
ascetico corale per porre argine a tanto male, riparare le innumerevoli colpe
che quotidianamente salgono al cielo e ottenere da Dio la conversione di molte
anime cadute nelle spire del peccato, cosa succede? Che viene progressivamente
diminuita fino quasi a scomparire la santa e necessaria pratica della cristiana
penitenza, in barba al grido accorato che la Madre di Dio, piena di amore e
apprensione, rivolse da Fatima all’umanità intera: “pregate e fate penitenza
perché molte anime vanno all’Inferno perché non c’è chi prega e si sacrifica
per loro”. A guardare questi fenomeni col senno di poi sembra che siamo caduti
in un’ingegnosa trappola infernale, in cui, con il pretesto di buone
intenzioni, si è esattamente ottenuto ciò che volevano i nostri nemici: rompere
gli argini e le mura del bene, senza che si trovino buoni e solerti operai che
siano disposti a lavorare sodo per ripararli e ricostruirli. Senza considerare
l’importanza pedagogica fondamentale che ha la conservazione delle sane
tradizioni tramandate di padre in figlio e di generazione in generazione, la
cui frettolosa e a volte incauta soppressione e sostituzione, ha come unico
effetto quello di lasciare dietro di sé il vuoto… e a volte, purtroppo, il
nulla…
