Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2023-12-30

La Giustizia: la pietà e l'osservanza

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La pietà e l’osservanza (o rispetto) sono parti della virtù cardinale della giustizia, per alcuni versi molto simili tra loro. L’osservanza comprende anche diversi aspetti che è bene analizzare, per mettere in pratica queste importanti virtù.



Trattiamo insieme la seconda e la terza parte integrante della virtù cardinale della giustizia per la loro affinità, che le distingue tra di loro solo per alcune piccole sfumature.
La pietà consiste sostanzialmente nei doveri di giustizia verso i genitori e la patria: si esplica nel rendere servizi e cure diligenti a genitori, consanguinei e benemeriti della patria, in quanto verso di loro luomo è debitore immediatamente dopo Dio. Comporta il dovere di rendere loro ossequio, onore, rispetto ed obbedienza e, in caso di necessità, particolari servizi (sostentamento; visita ed assistenza in caso di infermità, etc.). Ein ogni caso sempre da osservare il primato di Dio, che ha autorità superiore anche ai genitori e a cui, in caso di contrasto oggettivo, sempre, solo e comunque bisogna obbedire. Le regole di questa virtù (come dell’osservanza, che vedremo subito) sono contenute nei doveri inerenti al quarto comandamento.
L’osservanza o rispetto è l’esercizio dei doveri giustizia verso le persone oggettivamente degne di onore perché rivestite di autorità e si attua nel circondare di deferenza ed onore tutte le persone eminenti”. In sostanza si tratta della giustizia nei confronti di tutte le persone costituite in autorità (governanti; maestri; superiori ecclesiastici, etc.), a cui vanno prestati rispetto ed onore. Al suo interno comprende due importanti atti. La “dulia”, ossia tutti gli atti (esterni ed interni) con cui si rende e si esprime lonore dovuto ad un superiore; e l’obbedienza, che consiste nel sacrificio della propria volontà, che, tra tutti, è indubbiamente il più grande. Lobbedienza deve essere assoluta solo, sempre e soltanto nei confronti di Dio, mentre è sempre più o meno condizionata (anche se comunque effettiva e reale) nei confronti degli uomini, in particolare dei superiori. I limiti oggettivi e inviolabili dei comandi dei superiori sono tre: il primo e il più importante, è la legge di Dio, che mai e in nessun modo può essere contraddetta o contrariata; inoltre, il superiore non può e non deve travalicare o pretendere di andare contro un’autorità superiore (Dio, in primis, ma anche autorità più grandi di lui); terzo, deve rimanere nei limiti della propria autorità, cioè può dare comandi solo nelle cose in cui il suddito gli è realmente sottoposto e soggetto, di modo che lobbedienza non può mai riguardare i moti interiori della volontà, che devono obbedire a Dio solo, mentre, nel cosiddetto “foro interno” (cioè l’ambito personale della propria coscienza), è ordinariamente competente solo il confessore o il direttore spirituale (non i superiori canonici). Si è tenuti ad obbedire anche negli atti esterni da eseguirsi con il corpo che ricadano nelloggetto del potere del superiore: per esempio, tutto ciò che riguarda la regola per i religiosi; la cura e la condotta della casa per un figlio nei confronti del padre; lesercizio delle mansioni nei rapporti di lavoro; la disciplina comunitaria e la vita del seminario e le cose riguardanti il giudizio da formulare al vescovo nei confronti del rettore del seminario; etc. Queste forme di obbedienza, tecnicamente, si definiscono “obbedienza nelle cose dobbligo”, che è più che sufficiente per salvarsi e la cui eventuale ingiustificata trasgressione costituisce senza dubbio peccato. C’è anche un’obbedienza perfetta, che abbraccia la sottomissione al superiore anche nelle cose in cui sarebbe lecito decidere per contro proprio (purché in ogni caso non si vada mai contro Dio o, per un religioso, contro la regola). Si badi, tuttavia, che è sempre disordinata ed è peccato lobbedienza nelle cose illecite. Su quest’ultimo tema vari autori (antichi e moderni) discutono circa i limiti della liceità dell’obbedienza, specialmente quando un comando di un superiore non sia oggettivamente illecito (cioè non violi uno dei tre requisiti suddetti), ma sia percepito dal suddito come soggettivamente (ovviamente in base a solide e fondate ragioni) contrario a quello che Dio vuole da lui. La regola dei maestri di spirito è quella di sottomettersi, in questi casi, al superiore, lasciando a Dio il compito di giudicare un eventuale ordine contrario ai suoi voleri. Chi scrive però comprende che ci sono e possono determinarsi delle rare situazioni in cui è davvero difficile districarsi, come la storia della Chiesa attesta (si pensi, solo per fare un esempio, alla drammatica vicenda di una santa Giovanna d’Arco). La coscienza, in questi casi, è come sempre l’ultimo giudice da sottoporre, ovviamente, a Dio solo, prendendosi sempre tutte le responsabilità davanti a Lui e davanti agli uomini. Detto questo, si badi che ordinariamente la disobbedienza è, nel genere, a detta di san Tommaso d’Aquino, un peccato mortale, in quanto incompatibile con l’amore di Dio che vuole che si obbedisca a coloro che da Lui sono stati rivestiti di autorità e, sempre ordinariamente, tale peccato nasce dalla superbia e dalla vanagloria, che sono passioni sempre intrinsecamente disordinate e mai da assecondare.

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.