I concetti di “ispirazione divina” e di “inerranza” della Sacra Scrittura sono di fondamentale importanza per avvicinarsi ad essa in modo corretto e fugare ogni possibile equivoco. Leggiamo il passo della “Dei verbum” sull’argomento ed il suo commento con alcuni esempi pratici
Il terzo capitolo della Dei verbum è dedicato ai temi dell’ispirazione e dell’interpretazione della Sacra Scrittura, tra loro inscindibilmente connessi e la cui comprensione deve essere quanto mai corretta ed equilibrata. Ciò in cui la Chiesa crede, detto in poche introduttive parole, è quanto segue. Anzitutto la Sacra Scrittura - ossia tutti i testi dell’Antico e del Nuovo Testamento ritenuti canonici - è stata ispirata dallo Spirito Santo e pertanto il suo autore in senso proprio è Dio. Tuttavia essa non è “caduta dal cielo come una meteora”, né è stata ordinariamente composta dagli agiografi sotto un’estasi che li privasse dell’uso delle loro facoltà e neppure sotto diretta “dettatura” da parte dello Spirito Santo o di qualche entità angelica. Dio si è servito dei vari autori dei testi sacri come strumenti attivi e cooperanti, i quali nello scrivere ciò che Dio ispirava loro, hanno usato linguaggi, stili, forme e generi propri del loro tempo. Pertanto l’operazione di interpretazione della Sacra Scrittura è, per così dire, duplice: deve cioè da un lato cercare di raggiungere ciò che realmente l’agiografo voleva intendere, servendosi, a tal fine, di tutti gli strumenti di cui la scienza esegetica dispone; dall’altro deve tener conto che, trattandosi di “Parola di Dio”, tale operazione - pur necessaria - non è del tutto sufficiente ed occorrono ulteriori criteri (che potremmo, per comodità, chiamare “spirituali” per distinguerli da quelli “scientifici”) per determinare il senso esatto e preciso di ciò che una certa parte della Sacra Scrittura intende dire. Senza dimenticare che il giudizio ultimo (e quindi l’interpretazione “ufficiale” della Sacra Pagina) spetta comunque alla Chiesa - in particolare a coloro che in essa esercitano la potestà di Magistero - la quale ha ricevuto da Cristo stesso il mandato e il ministero di conservare, custodire, interpretare e trasmettere la parola di Dio. Vediamo ora i punti salienti dei paragrafi del terzo capitolo per entrare nel dettaglio di quanto appena prospettato.
“Le verità divinamente rivelate, che nella sacra Scrittura sono letterariamente contenute e presentate, furono messe per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Infatti la santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa. Ma per comporre i libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte.
Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, per conseguenza, si deve professare che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona (2Tm 3,16-17)»” (DV 11).
La prima parte di questo paragrafo spiega le modalità dell’ispirazione divina, nel senso che abbiamo indicato. La seconda parte ribadisce la tradizionale dottrina cattolica dell’inerranza della Sacra Scrittura, da intendersi nel senso che in essa viene insegnata fedelmente e senza errore la verità che Dio vuole rivelare. Tale principio, evidentemente, va applicato tenuto conto di quanto detto circa la cooperazione attiva degli autori dei testi sacri, che si sono espressi, per esprimere tali verità, con categorie e talora anche credenze proprie del loro tempo, per cui esprimono sempre concetti veri ma in termini, talora, “storicamente” datati (per esempio, la cosmologia biblica è di stampo artistotelico-tolemaico, non certamente galileiano-copernicano). Facciamo qualche esempio. Durante la battaglia di Gabaon contro gli Amorrei, Giosuè pronunciò la famosa (e tanto commentata) frase: “Sole, fermati in Gabaon” (Gs 10,12). Questa espressione, evidentemente, risente della cosmologia aristotelica-tolemaica; ma la verità che vuole trasmettere non è quella circa la corretta lettura dei fenomeni cosmologici, quanto piuttosto la verità che il Signore, per permettere a Giosuè e agli israeliti di debellare i nemici, prolungò la durata della luce del giorno (miracolosamente) onde permettere che in un solo giorno Israele debellasse i propri nemici. Quindi non si deve né trarre pretesto da questo brano per dire che la Sacra Scrittura sbaglia, né impugnare il brano biblico per scagliarsi contro la verità scientifica del fatto che è la terra a muoversi e non il sole. Dio non voleva rivelare una verità scientifica, ma servendosi delle imperfette cognizioni dell’autore sacro del tempo, manifestare un miracolo che fece prolungando assai oltre il normale la durata del giorno. Similmente nei Vangeli troviamo l’altro celebre (e controverso) passo dove vengono nominati i cosiddetti “fratelli” di Gesù (cf Mt 12,47; Mc 3,32; Lc 8,20). Sappiamo bene che molte sette ereticali (e da ultimo i testimoni di Geova) traggono pretesto da questi passi per asserire la non verginità della Madonna e l’esistenza di fratelli germani e consanguinei di Gesù. In realtà la questione va affrontata in questi termini. Nella lingua ebraica il termine fratello (“‘ah”) non designa semplicemente (come il termine greco “adelfòs” - ed i Vangeli, peraltro, furono scritti in greco) il fratello germano, ma più sovente un parente: cugino o zio. La prova di ciò è che nella Genesi Lot (che è definito “figlio del fratello di Abram”, Gen 12,5 e 14,12), viene da suo zio Abramo chiamato esplicitamente “fratello” (con lo stesso termine): “Abram disse a Lot: Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli” (Gen 13,8). Similmente dei presunti fratelli di Gesù (di cui Marco 6,3 riporta i nomi: Ioses, Giuda, Simone e Giacomo), due di essi - negli stessi Vangeli - appaiono chiaramente ed esplicitamente essere figli di un’altra Maria (diversa da Maria di Nazareth): “C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome” (Mc 15,40); ”Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto” (Mc 15,47). Sembra che questa Maria fosse la moglie del fratello di san Giuseppe, di nome Alfeo, tant’è vero che “Giacomo il minore” in tre passi neotestamentari viene appunto chiamato “Giacomo di Alfeo” (Mt 10,3; At 1,13; Mc 3,18). Si tratta dello stesso Giacomo che fu il primo vescovo di Gerusalemme e l’autore dell’omonima lettera cattolica, definito anche da Paolo apostolo “fratello del Signore” (Gal 1,19). Non giova, al riguardo, l’obiezione che in greco “adelfòs” significa ordinariamente fratello di sangue e che esistono altri termini per designare i cugini. Gli autori, evidentemente, che erano di ambiente ed origine ebraica, scrivono in greco pensando in ebraico. E questo giustifica la possibilità di possibili equivoci. Si comprenda bene in base a tali delicatissimi esempi, quanto è importante - per una corretta interpretazione della Scrittura - far tesoro delle preziosissime indicazioni date dalla Dei verbum in questo paragrafo e negli altri che vedremo nel prossimo articolo.
