Il “simbolo Quicumque”, scritto da sant’Atanasio appositamente per confutare le molteplici eresie trinitarie del suo tempo, è uno splendido e basilare documento magisteriale, utilissimo per approfondire la mirabile realtà del nostro Dio Uno e Trino.
Il simbolo “Quicumque” comincia con un monito su cui è bene soffermare con estrema attenzione la nostra considerazione. Afferma perentoriamente l’importanza capitale del possedere - integra e completa - la fede cattolica, ammonendo che, qualora (Dio non voglia!) non la si conservasse integra ed inviolata, senza dubbio (si badi al carattere totalmente apodittico della conclusione) si andrebbe incontro alla morte eterna. Se, infatti, è vero che non basta la sola fede per raggiungere l’eterna salvezza, dato che occorrono anche le opere sante con le quali si merita il premio della beatitudine, è però certo che senza la fede (integra e inviolata) l’accesso alla salvezza è ordinariamente precluso. Il testo letterale dell’epistola agli Ebrei è, in questo senso, chiaro e perentorio: “Senza la fede è impossibile essere graditi a Dio; chi infatti si accosta a Lui deve credere che Egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano” (Eb 11,6). Avere pertanto una fede ben formata e solida nei contenuti è condizione imprescindibile e necessaria (anche se non sufficiente) per non perire in eterno. Ora, la fede cattolica, si fonda, come su un pilastro di solido e intaccabile granito, sul dogma trinitario, da cui tutte le verità di fede discendono, direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente, come un albero dalle radici o come un essere umano dal proprio patrimonio genetico. Questo fondamento è divino e assoluto e non può essere in nessun modo dimenticato, minimizzato o passato sotto silenzio. La grande rivelazione della Santissima Trinità mostra che, da un lato Dio - che è uno e unico - non è tuttavia una sola persona; dall’altro che la trinità delle persone - uguali e distinte - non intacca l’unità e l’unicità di Dio. Dice testualmente il Quicumque: “senza confondere le persone (perché sono realmente distinte l’Una dall’Altra) e senza separare la sostanza (perché unica e identica è la sostanza - divina - di Ciascuno dei Tre, che non sono pertanto tre dèi, ma un solo Dio)”. Per questo specifica subito che “una è la persona del Padre, altra quella del Figlio, ed altra quella dello Spirito Santo”, sancendo così la reale distinzione delle Tre Persone; ma immediatamente aggiunge che “Padre, Figlio e Spirito Santo sono una sola divinità, con uguale gloria e coeterna maestà”. Una sola divinità, con uguale gloria e costerna maestà. Con ciò si vuole intendere che, salva la distinzione reale delle Persone, non ci sono altre differenze nella Santissima Trinità. La gloria e la maestà del Padre sussistono identiche nel Figlio e nello Spirito Santo, senza alcuna differenza. Similmente con tale affermazione si vuole subito distruggere il fondamento di alcune eresie, proprie dei primi secoli, che concepivano la Santissima Trinità in termini di “gradazione”: il Padre sarebbe stato il più grande di tutti, e poi, a scalare, il Figlio e lo Spirito Santo, che in qualche modo erano un po’ meno di Lui (era questa la tesi di fondo dell’arianesimo, contro cui proprio sant’Atanasio ingaggiò una battaglia feroce, vincendola). Molto bella è l’ulteriore specificazione in cui si mostra come alcuni attributi tipici ed esclusivi della divinità sono da considerarsi come propri di ciascuna delle tre Persone divine: l’essere increato, l’essere immenso, l’essere eterno. Si tratta di attributi evidentemente trascendenti, che si possono predicare di Dio solo. Essere creato vuol dire avere una causa (esterna) della propria esistenza. Ma Dio non è e non può essere creato da nessuno, semplicemente “è”. La nostra limitata mente umana non può concepire una cosa del genere, altrimenti saremmo a nostra volta “dio” (uguali a Lui). Il grande sant’Agostino, al riguardo, lasciò il celebre aforisma: “si comprehendis, non est Deus” (“se lo comprendi, non è Dio”). L’essere immenso significa essere “tutto e dappertutto”. Nel catechismo di san Pio X si specificava al riguardo, che Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo (attributo dell’onnipresenza). Anche questo attributo precipuamente divino (nessun ente creato gode del privilegio dell’immensità) si può e si deve predicare, indifferentemente, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Infine è proprio di Dio solo essere eterno. C’è una sottile differenza tra questo attributo e l’essere increato: l’eternità, infatti, significa evidenziare che Dio non ha una data di nascita e quindi, oltre a non esistere qualcuno o qualcosa che lo abbia fatto essere, non esiste neppure un momento in cui non c’era. Anche questo concetto è per noi radicalmente trascendente, in quanto la mente umana è capace di rappresentarsi solo un infinito verso il futuro, in avanti, non un infinito all’indietro, un “qualcosa” o un “qualcuno” che ci sia da sempre senza un’origine, una data di nascita, una causa efficiente. Ma Dio è “Dio” proprio per questo! La coeternità delle Persone significa sgombrare il campo da un pericolosissimo pensiero: che ci fosse stato anche un solo momento in cui uno dei Tre mancasse nella Trinità. Cosa che, se fosse vera, immediatamente toglierebbe la vera divinità alla persona interessata, privandola di un attributo essenziale della natura divina. Come avremo modo di vedere ulteriormente, non c’è stato nemmeno un nanosecondo in cui il Figlio, eternamente generato dal Padre, non c’era, né un solo istante in cui lo Spirito Santo, che eternamente sussiste per “spirazione dal Padre e dal Figlio” non c’era. Possa proprio la Terza Persona, con la sua potenza, illuminare gli occhi della nostra mente per consentirci di fissare lo sguardo su misteri tanto grandi ed eccelsi.
