Vediamo ora le affermazioni di condanna da parte della Santa Chiesa agli errori ed eresie più noti riguardo la Seconda Persona della Santissima Trinità, presenti nel “Tomus Damasi”

Oltre alle affermazioni circa la comunanza perfetta degli attributi divini tra le tre persone della Santissima Trinità, che fanno di esse un unico, solo e vero Dio, la parte centrale del Tomus Damasi contiene anche delle importantissime affermazioni di condanna di alcuni errori ed eresie riguardanti la persona del Figlio, che è bene non passare sotto silenzio. La prima è la condanna dell’eresia del vescovo di Costantinopoli Nestorio, già formulata dogmaticamente dal Concilio di Efeso (431), secondo la quale esisterebbero due “figli”: uno nato dal Padre prima dei secoli e l’altro nato dalla Vergine, che si sarebbero poi “uniti insieme” per il compimento dell’opera della Redenzione. Si tratta di un’eresia molto sottile, ma le cui conseguenze - se tale sproposito fosse per assurdo vero - sarebbero a dir poco devastanti. Un’unione di questo genere, infatti, tra due persone distinte (una divina: il Verbo eterno del Padre e l’altra umana: Gesù Cristo, figlio della Vergine Maria) non costituirebbe in realtà una vera incarnazione, perché la supposta “persona umana” Gesù Cristo avrebbe in se stessa il principio dell’autosussistenza. Conseguentemente tale presunto atto da parte del Verbo - cioè unirsi “moralmente” a tale persona - sarebbe non molto dissimile a come lo Spirito Santo si unisce ad ogni anima in grazia: un’unione certamente vera, ma precaria, instabile e, soprattutto, passibile di cessazione. In questo modo però sarebbe impossibile una reale redenzione dell’uomo, perché, secondo il celebre adagio della patristica “ciò che non è stato assunto, non è stato sanato”. Quello che è avvenuto nel grembo della Vergine Maria è ben altra cosa: la persona del Verbo di Dio, ossia la seconda Persona della Santissima Trinità, a seguito del “sì” di Maria all’arcangelo san Gabriele, si è “incarnato”, cioè ha assunto nella sua unica persona divina l’umanità creata per opera dello Spirito Santo dalla santissima e verginale carne di Maria benedetta. Questa unione si definisce unione “ipostatica”, cioè assunzione della natura umana creata nell’unico soggetto divino della Persona del Figlio di Dio. In questo modo, anzitutto si può e si deve dire in verità che Dio si è fatto uomo, cioè “rimanendo ciò che era, è divenuto ciò che non era”, non per una trasformazione del divino nell’umano, ma per una libera assunzione della vera umanità nel divino. Inoltre, tale unione determina il fatto che la Santissima Umanità dell’uomo Cristo Gesù non ha in sé il principio della propria sussistenza, ma nella Persona del Verbo di Dio a cui appartiene. Significa che se, per assurdo, l’umanità dell’uomo Gesù si staccasse dalla persona del Verbo, semplicemente cesserebbe di esistere e svanirebbe nel nulla. Si capisce pertanto che solo in questo modo l’assunzione dell’umanità in Dio è perpetua e totalmente irreversibile e comporta piena possibilmente di compiere la redenzione attraverso una vera umanità appartenente al Verbo e da Lui usata come strumento vero e vivo con cui compiere la vera redenzione di tutta l’umanità e di tutto l’uomo. Infine, proprio per questo motivo, la Madonna può e deve dirsi (checché ne pensasse Nestorio) vera “Madre di Dio”, non nel senso di aver generato Dio o la sua natura divina (cosa assurda e impossibile), ma nel senso che ha dato la natura umana al Figlio di Dio, che si è fatto uomo nel suo grembo nella sua unica Personalità divina ed è pertanto vero figlio di Maria quanto alla natura umana assunta.
L’altra affermazione del Tomus è che è eretico chi dice che mentre il Verbo era sulla terra e camminava nella carne, non era parimenti in cielo con il Padre. Questo perché l’incarnazione non ha comportato alcuna mutazione nella vita della Santissima Trinità, né alcuna diminuzione delle caratteristiche divine del Figlio di Dio, pur nella realtà (nuova) della condizione umana assunta. Abbiamo già citato il detto patristico: “rimanendo ciò che era, è divenuto ciò che non era”. Ad esso possiamo aggiungere le parole dello splendido inno “Akathistòs”, proveniente dalla Chiesa orientale (la recita del quale - sia detto per inciso - è onorata dalla Chiesa con la concessione dell’indulgenza plenaria), in particolare quelle splendide espressioni che fanno molto ben comprendere (in modo anche poeticamente straordinario) la bellezza e la verità di questa affermazione: “Era tutto qui in terra, e di sé tutti i cieli riempiva il Dio Verbo infinito: non già uno scambio di luoghi, ma un dolce abbassarsi di Dio verso l'uomo fu nascer da Vergine, Madre che tutti acclamiamo…”.
Evidentemente questi misteri sono di una sublimità tale da superare ampiamente la nostra possibilità di comprensione. Ma il lettore attento comprenderà che da essi risulta ancora più radioso e splendente il mistero della perenne ed eterna immutabilità della Santissima Trinità (e delle singole persone divine) unitamente alla mirabile e verissima realtà dell’incarnazione della Seconda Persona, che la Chiesa celebra nel Natale e nel tempo liturgico ad esso immediatamente successivo.
Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.