La speranza e i vizi ad essa opposti: disperazione e presunzione
San Tommaso d’Aquino insegna che la virtù teologale della
speranza contribuisce in maniera forte e determinante ad infervorare l’anima ad
amare Dio e ad osservarne i comandamenti. Ciò perché distoglie l’anima dal
desiderio dei miseri ed effimeri beni terreni facendole volgere lo sguardo, le
aspirazioni e i pensieri verso quelli eterni. San Paolo, al riguardo, scrive
egregiamente: “se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si
trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a
quelle della terra” (Col 3,1-2). Una magnifica, plastica e dinamica descrizione
di ciò che la speranza opera una volta che viene infusa in un’anima! Essa fa
aderire in maniera piena e risoluta a Dio in quanto bontà perfetta e somma
beatitudine dell’uomo, in modo certo, stabile e duraturo, partecipando, in modo
proprio, alla stessa granitica certezza che, sotto altri aspetti, presenta la fede. Quando la speranza è forte in un’anima,
la sua tensione decisa verso la mèta è palese e percepibile e tutte le scelte
diventano subordinate alla compatibilità o meno con il fine e il senso ultimo
della vita terrena. La speranza è anche un ottimo sprone alla ricerca della
sapienza, la virtù intellettuale suprema che fa pensare secondo il cuore di Dio
e muovere la vita in ottemperanza ai suoi disegni, in quanto con la sua forza
soave ritrae l’anima dal mondo e dal peccato e la lancia nei santi voli verso
le vette eterne. La speranza, infine, dispone ottimamente all’adorabile virtù dell’umiltà,
in quanto spinge alla presa di coscienza della grandezza assoluta di Dio
dinanzi al quale tutto è nulla; e, quindi, l’anima che ne è pervasa cessa di
studiarsi di apparire grande all’esterno e di desiderare di esserlo, non avendo
altra aspirazione che Dio sia magnificato e glorificato. Il “Magnificat” cantato
dalla Madonna ne è l’espressione suprema e cristallina.
Sono sommamente contrarie alla speranza due delle sei
specie degli orribili “peccati contro lo Spirito”, individuati nel corso del
tempo dalla Tradizione della Chiesa: la disperazione della salvezza e la
presunzione di salvarsi senza meriti. La prima tipologia (la più grave) è proprio
formalmente contraria a questa virtù, in quanto dubita che Dio voglia la
salvezza degli uomini e dia a tutti i mezzi necessari per conseguirli, alla
sola condizione che l’uomo si converta e si disponga a riceverli. Questo
peccato fu commesso da Caino e da Giuda ed offende infinitamente l’infinita
bontà e misericordia di Dio. La seconda tipologia nasce dalla superbia, perché presume
anzitutto di poter ottenere il perdono da Dio senza vero e sincero pentimento,
che - si badi e si ricordi - comprende sempre in sé il fermo e risoluto
proposito di non peccare mai più, e poi di raggiungere la gloria e la
beatitudine senza lo sforzo necessario ad acquisire i meriti necessari per
conseguirla, disprezzando e calpestando, in questo modo, il mistero della
divina giustizia. Anche altre forme meno estreme di superbia si oppongono alla
speranza, quale - per esempio - la
sciocca pretesa di riuscire a salvarsi con le sole proprie forze, che è la
caratteristica peculiare del peccato di vanagloria.
Si accompagna alla speranza, infine, una disposizione che
è perfezionata dal corrispondente dono dello Spirito Santo, ossia il timore
filiale di Dio. Questa forma di timore (più elevata e nobile di quello servile
che teme Dio in quanto castiga e punisce il male) consiste nella somma
riverenza verso di Lui unita al sereno, ma profondo, timore di dispiacerlo e
offenderlo anche nelle piccole cose, e spinge ad operare ed agire per piacergli
in tutto, non solo in vista del premio, ma anche perché Dio è degno di essere
sommamente compiaciuto, amato e servito. Ecco perché la speranza “termina” e “confluisce”
quasi spontaneamente nella più grande delle virtù: la carità.
