Vari errori e travisamenti del mistero principale della nostra salvezza, l’Incarnazione, continuarono ad imperversare anche dopo lo splendido Concilio di Calcedonia, ecco perché, anche grazie all’opera solerte di Giustiniano, fu indetto il Concilio di Costantinopoli, di cui approfondiremo alcuni canoni.
Siamo giunti al densissimo e importantissimo quarto canone del
Concilio di Costantinopoli, un vero piccolo trattato di teologia cristologica. Lo
riportiamo per poi commentarlo approfonditamente.
4. Se qualcuno dice che l’unione del Verbo di Dio con l’uomo è
avvenuta solo nell’ordine della grazia, o in quello dell’operazione, o in
quello dell’uguaglianza di onore, o nell’ordine dell’autorità, o della
relazione o dell’affetto, della virtù, o anche per benevolenza, quasi che il
Verbo di Dio si sia compiaciuto dell'uomo, perché lo aveva ben giudicato, come
asserisce Teodoro nella follia;
ovvero secondo l’omonimia per cui i nestoriani, attribuendo al
Dio Verbo il nome di Gesù e di Cristo, e poi separatamente all’uomo quello di
“Cristo e Figlio”, parlano evidentemente di due persone, anche se fingono di
parlare di una sola persona e di un solo Cristo, soltanto per ragioni di nome,
d’onore, di dignità e di adorazione;
e se egli non ammette, invece, che l’unione del Verbo di Dio
con la carne animata da un’anima razionale e intelligente, sia avvenuta per
composizione [“katà sunthesin”], cioè secondo la sussistenza [“katà
hupòstasin”], come hanno insegnato i santi padri, e di conseguenza nega una
sola ipostasi in lui, e cioè il Signore nostro Gesù Cristo, uno della santa
Trinità, costui sia anatema.
Infatti l’unità è
concepita in molti modi: gli uni, seguendo l’empietà di Apollinare e di
Eutiche, e ammettendo l’annullamento degli elementi che formano l’unità, parlano di un’unione per confusione;
gli altri, seguendo le idee di Teodoro e di Nestorio, sono favorevoli alla
separazione e parlano di una unione di relazione. La santa chiesa di
Dio, rigettando l’empietà dell’una e
dell’altra eresia, confessa l’unione di Dio Verbo con la carne secondo la composizione
[“katà sunthesin”], ossia secondo l’ipostasi [“katà hupòstasin”]. Questa unione per composizione non
solo conserva nel mistero di Cristo senza confusione gli elementi che
concorrono all’unità, ma non
ammette la loro divisione (i corsivi sono tutti miei).
La sintesi di questo stupendo canone è la puntualizzazione del
modo con cui intendere l’incarnazione da un lato e la definizione dei due
opposti errori in merito dall’altro. L’unione delle due nature è da intendersi
come composizione della natura divina eterna del Verbo (tutta intera e
integra) con la natura umana (similmente intera e integra) tratta dalla Vergine
Maria, nell’unità sostanziale della Persona del Verbo, in cui esse si
compongono rimanendo al tempo stesso perfettamente e indissolubilmente unite ma
anche distinte. Non dunque separate, come volevano le somiglianti eresie di
Teodoro e Nestorio, che dividevano le nature in due persone distinte e
vincolate solo da un rapporto estrinseco di strettissima relazione; ma nemmeno
confuse come, seppur in modi e su piani distinti, intendevano le eresie di
Apollinare ed Eutiche, per le quali la natura umana scomparirebbe per una sorta
di assorbimento nell’oceano della natura divina del Verbo. I modi e i termini
con cui queste eresie venivano esternate sono ben spiegati nella prima parte di
questo canone: “unione avvenuta nell’ordine della grazia” (ma così non è,
perché essa è avvenuta nell’ordine della natura); “unione nell’operazione” (ma
così non è, perché è avvenuta nell’essere); “unione dell’uguaglianza di onore”
(ma così non è, perché la natura umana di Gesù ipso facto deve essere
onorata in quanto natura umana del Verbo); “unione nell’ordine dell’autorità”
(ma così non è, in quanto la natura umana, pur infinitamente distante da quella
divina, essendo assunta nell’ipostasi del Verbo ricevette ipso facto la
stessissima e medesima autorità); “unione della relazione”, come se due persone
fossero entrate in intimissima relazione (ma così non è, perché la persona è
una sola); “unione di affetto o benevolenza” (quasi che il Verbo si fosse
compiaciuto dell’uomo Cristo Gesù, decidendo di unirsi a Lui, ma così non è
perché l’unione avvenne secondo l’ipostasi nell’istante stesso della creazione
della natura umana di Gesù); unione infine “della virtù” (ma così non è, perché
l’incarnazione non è dipesa dall’esercizio di virtù di un’inesistente persona
umana di Gesù, ma è stata piuttosto conseguenza della pienezza di grazia che
aveva la Santissima Umanità di Gesù in conseguenza dell’unione ipostatica).
Vediamo ora brevemente il canone numero cinque.
5. Se qualcuno intende l’unica persona del Signore nostro Gesù
Cristo come se prendesse su di sé più ipostasi, e con ciò tenta di introdurre
nel mistero di Cristo due ipostasi o due persone, e, dopo aver introdotto due
persone, parla di una sola persona quanto alla dignità, all’onore e alla
adorazione, come hanno scritto nella loro pazzia Teodoro e Nestorio; e se
costui accusa il santo concilio di Calcedonia, sostenendo che esso ha usato
l’espressione «una sola
sussistenza» in questo empio significato, e non confessa piuttosto che il Verbo
di Dio si e unito alla carne secondo l’ipostasi e che, quindi, egli ha una sola
ipostasi, cioè una sola persona e che è in questo senso che il santo concilio
di Calcedonia ha confessato una sola
ipostasi del signore nostro Gesù Cristo, costui sia anatema.
La santa Trinità, infatti, non ha ricevuto aggiunta di persona
o ipostasi in seguito all'incarnazione di Dio Verbo, una delle persone della
santa Trinità.
Il quinto canone esplicita ulteriormente che l’incarnazione non
deve essere intesa come unione tra due distinte persone, anche per le
conseguenze assai stravaganti che una tale scempiaggine avrebbe avuto per la
vita della Santissima Trinità. Quale ruolo avrebbe avuto una supposta persona
di Gesù Cristo al suo interno? Sarebbe stata una “quarta persona per adozione”?
O cosa? Nulla di tutto questo se si comprende e fermamente si aderisce al dogma
dell’unione ipostatica, per il quale il Verbo, rimanendo ciò che era è divenuto
ciò che non era, senza che ciò alterasse minimamente la vita della Santissima
Trinità e che, senza lasciare il cielo, fu tutto presente in terra e dovunque,
da quel giorno benedetto, si trovi la sua natura umana, sia con le sue membra
fisiche che attraverso le specie eucaristiche.
