Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2015-01-17

Il tripode del male: superbia, orgoglio e vanagloria

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Superbia, orgoglio e vanagloria sono i capostipiti di tutti i mali e di tutti i vizi


La tradizione teologica ha enucleato, fin dai primordi dell’era cristiana, sette male radici da cui nascono pessime piante e tossici frutti, che sono i cosiddetti sette vizi capitali. Si chiamano “capitali” (dal latino “caput”, che significa “testa”), perché da essi discendono tutti i vizi minori e tutti i peccati concretamente commissibili in questo mondo. La comprensione della dottrina sui vizi capitali è importantissima per chi desidera, sinceramente, imparare ad analizzare se stesso e le proprie azioni, perché i vizi incidono negativamente sulle intenzioni (quasi sempre recondite e nascoste) con cui vengono compiuti i singoli atti. Tanto per fare qualche esempio, l’avaro non dirà mai a se stesso che risparmia perché è attaccato malamente ai soldi, ma giustificherà il suo agire (a sé e al prossimo) dicendo che agisce per spirito di parsimonia, per non sperperare i beni ricevuti da Dio, etc. Il maldicente (che ordinariamente agisce per invidia) affermerà che dice certe cose (cattive sul prossimo) per amore della verità, per non essere ipocrita, vantandosi di dire quello che pensa, di dare “pane al pane e vino al vino”, etc. Si faccia sempre bene attenzione perché le cose dello spirito necessitano grande discernimento per il quale occorre avere una buona dose di umiltà. Ecco perché la superbia, di cui ci accingiamo a trattare, è il primo, il più nefasto e il più grave dei vizi capitali.
I sette vizi capitali, che sono da ricordare in ordine “gerarchico”, perché vanno dal più grave al meno grave, sono: superbia, avarizia, lussuria, ira, invidia, accidia e gola.
Si legge nel libro del Siracide: “Principio della superbia umana è allontanarsi dal Signore, tenere il proprio cuore lontano da chi l’ha creato. Principio della superbia, infatti, è il peccato: chi vi si abbandona diffonde intorno a sé l’abominio. Per questo il Signore rende incredibili i suoi castighi e lo flagella fino a finirlo” (Sir 10,12-13). Oggetto della superbia è la brama della propria gloria, onore, reputazione ed eccellenza, che fa dimenticare all’uomo la propria condizione creaturale e lo porta a stravolgere tutte le intenzioni dei singoli atti, che vengono sempre finalizzati al proprio io e alla propria eccellenza anziché (come dovrebbero) alla gloria di Dio e al bene del prossimo. Per questo è definito dai teologi “il principio (o inizio) di tutti i peccati”. La superbia fu il peccato di Lucifero che bramò disordinatamente l’uguaglianza con Dio e rifiutò di prestargli obbedienza ubriacato dalla sua (pur vera) bellezza e fu la molla che mosse i nostri progenitori a commettere la colpa d’origine (“Non morirete affatto! Anzi, diventerete come Dio, conoscendo il bene e il male”, Gen 3,4-5). La superbia nasce nell’intelletto come distorsione della realtà (pensare di essere chissà chi) e termina nella volontà (agire in modo autonomo e alieno dalla legge di Dio). Questo vizio stupido ha un fratello gemello (che è l’orgoglio) e una sorella gemella (la vanagloria). L’orgoglio è quell’annebbiamento della mente per il quale l’uomo, convinto della propria eccellenza, pensa di non sbagliare mai, di essere sempre nel giusto e quindi non riconosce i propri sbagli, i propri torti, i propri peccati e i propri errori. L’orgoglioso non chiede mai perdono, difficilmente si confessa e, se lo fa, trascorre la confessione a minimizzare (o negare affatto) le proprie colpe o peccati. L’orgoglioso difficilmente si converte e cambia vita, perché pensa di sapere tutto e di essere nel giusto e ammettere di aver sbagliato sarebbe cosa per lui assolutamente disdicevole e disonorante. La vanagloria, invece, è quella disposizione che porta l’uomo a pavoneggiarsi e vantarsi in continuazione di quello che è, che ha e che fa, assumendo quei comportamenti che tanto ci infastidiscono ma da cui non sono in molti ad essere esenti. Il vanaglorioso, anche quando dicesse il vero (si vantasse, per esempio, di titoli realmente posseduti quali una laurea, un’onorificenza, delle imprese compiute), lo dice sempre in maniera distorta, attribuendo a sé il merito di queste cose e disprezzando in cuor suo gli altri. Si pensi, come emblema di questo atteggiamento, all’evangelica figura del fariseo che prega pavoneggiandosi e disprezzando il pubblicano (cf Lc 18,9-14). Esempi paradigmatici delle follie a cui può portare l’orgoglio ostinato sono invece le eloquenti figure di Caino e Giuda, mentre, come abbiamo già notato, il tarlo della superbia morse i nostri progenitori e, attraverso di loro, giunge nell’anima di ogni uomo che viene nel mondo. Nessuno pensi di essere esente dalla superbia: un aneddoto diffuso nella spiritualità cristiana afferma - senz’altro con ironia ma non senza fondamento - che questo mostro esce dal corpo uno o due minuti dopo rispetto a quando esce (con la morte) l’anima… Un bel problema, quindi, o meglio una brutta bestia con cui inevitabilmente siamo costretti a dover fare i conti…


Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.