L'auriga di tutte le virtù

Insieme alle virtù teologali, l’albero delle virtù cristiane ha altri quattro grossi rami, costituiti dalle virtù cardinali. Si tratta di una virtù intellettuale (la prudenza) e tre morali (giustizia, fortezza e temperanza), che sono dette per l’appunto “cardinali”, perché sono come i cardini delle porte, ossia il telaio a cui sono congiunte tutte le virtù cristiane, ovviamente ciascuna al “telaio” ad essa consono e adatto. Cercheremo di analizzarne ciascuna distintamente e con le sue singole parti e eventuali virtù connesse, occupandoci anche dei vizi opposti che spesso gettano una luce ulteriore per la comprensione della bellezza e dello splendore della singola virtù.
Etimologicamente, “prudenza” viene da “porro videns”, letteralmente “colui che vede lontano” oppure “lungimirante”. è senza dubbio la regina delle virtù, perché senza di essa molte cose apparentemente buone non lo sono in realtà sul piano pratico, dato che suo compito come vedremo subito, è proprio quello di applicare i principi e le idee alle circostanze concrete delle singole azioni. Fu definita da Aristotele “retta ragione delle cose da farsi”.
Sant’Agostino preferiva puntualizzare ulteriormente e più precisamente, definendo la prudenza “conoscenza delle cose da perseguire e da evitare”, mentre san Tommaso d’Aquino, col solito acume e rigore che lo caratterizza, la definì “abito della ragion pratica che delibera, giudica e comanda rettamente le cose ordinate al bene umano”, evidenziandone le funzioni e soprattutto l’operatività “concreta”, sulle singole situazioni pratiche in cui è chiamata ad intervenire.
Compito di questa virtù, dunque, è dirigere la modalità concreta in cui tutte le azioni devono essere compiute, applicando i principi generali al singolo caso. Dal che si comprende questo elogio della prudenza formulato dall’Aquinate nella sezione in cui ne tratta: “La prudenza è una virtù sommamente necessaria per la vita umana, perché vivere bene consiste nel ben operare; e perché uno compia il bene non basta considerare ciòche compie, ma anche il modo in cui lo compie: si richiede cioè che agisca non per impeto di passione, ma seguendo un’opzione retta” (S. Th., I-II, q. 57, a. 5).
In quanto virtù cardinale e specificatamente intellettuale, la prudenza, come tutte le virtù umane, può essere acquisita. Nel caso di un battezzato, tuttavia, viene infusa insieme agli abiti di tutte le virtù e compito della persona, in questo caso, è solo imparare a conoscerla e praticarla, compiendone gli atti che mano a mano si riconoscono attraverso la buona formazione, la meditazione e, in certi casi, anche lo studio. Essa, come tutte le virtù, cresce o diminuisce a seconda di come e quanto si compiano i suoi atti o quelli ad essa contrari.
Nulla ostacola tanto l’esercizio della prudenza quanto il disordine delle passioni non regolate. Per cui ben a ragione scrive sempre il Dottore Angelico che “la prudenza presuppone le virtù morali che rendono buona la volontà” (S. Th., I-II, q. 57, a. 4), in modo che l’uomo sia correttamente predisposto verso il suo fine ultimo (che è la beatitudine) e prossimo (il bene in tutte le sue forme), onde la prudenza possa esercitare il suo compito di comandare come perseguire, qui, ora e in queste circostanze, il bene particolare di ogni singola azione.
La prudenza si distingue in ben otto parti: la memoria, necessaria per trattenere i dati acquisiti dall’esperienza, che sono sommamente necessari a questa virtù; l’intelletto, ossia la capacità di intuire i principi conoscitivi da applicare al caso concreto; la docilità, necessaria per imparare da altri criteri di valutazione e principi da applicare; la sagacia, cioè la capacità di ben congetturare scoprendo da se stessi criteri e principi per i casi concreti; la ragione, ossia la capacità di raziocinare correttamente per ben deliberare; la previdenza, che consiste nella capacità di ordinare gli atti contingenti al futuro; la circospezione, ossia la capacità di ben considerare e valutare le singole circostanze; e infine la cautela, grandissima e importantissima disposizione, che consiste nella capacità di ben distinguere e separare, negli atti contingenti, il vero dal falso e il bene dal male, stante il fatto che essi, purtroppo, appaiono spesso mescolati e frammisti ed è assai difficile districarli e trovare il corretto bandolo della matassa.