La bella e delicata virtù della modestia come umiltà e studiosità
Bisogna sia chiaro che tutto ciò che ha a che fare con la virtù della temperanza è sempre identificabile con una parola d’ordine fondamentale: “moderazione”. La temperanza e tutte le sue parti e virtù connesse hanno lo scopo di abilitare la persona al dominio di sé in tutte le sue forme e ad evitare ogni eccesso in ogni sua possibile manifestazione.
L’umiltà modera l’amore disordinato di sé e la brama della propria eccellenza, che dà origine a molteplici e insopportabili comportamenti assai comuni ai figli degli uomini. Il temine “umiltà” deriva da “humi acclinis” (letteralmente: “giacente per terra”). E’ la virtù che porta ad avere l’esatta conoscenza di se stessi, permettendo all’uomo di conoscere la propria miseria in quanto a lui appartiene il male e tutti i difetti, mentre sempre e solo da Dio e grazie a Dio riceve ogni tipo di bene (di natura, di grazia e di gloria). Questa conoscenza dovrebbe sortire l’effetto di impedirgli di innalzarsi al di sopra di ciò che gli spetta. L’umiltà è dunque anzitutto un atteggiamento interiore di verità, che porta naturalmente all’adorazione di Dio, alla gratitudine, alla prosternazione dinanzi a Lui ed al (sano) disprezzo di sé e del mondo; porta inoltre a ritenersi inferiore agli altri, non certo attribuendosi peccati che non si hanno o negando di avere certe grazie e doni effettivamente posseduti (atteggiamenti propri della falsa umiltà), ma riferendo tutto il bene che si è, che si ha e che si fa a Dio solo, considerando bene tutto il male presente in se stessi, pensando che il prossimo ha molto bene nascosto che egli non ha, mentre in lui c’è del male che il prossimo non ha, etc. E’ una virtù fondamentale perché rimuove la superbia (amore della propria grandezza e della grandezza mondana) che è l’ostacolo principale all’apertura verso i beni celesti e quindi alla salvezza. Poco conosciuta, ma molto importante è anche la virtù della studiosità, per mezzo della quale l’uomo si applica a conoscere ciò che deve nel modo e nella misura consentiti, frenando gli eccessi insiti nel desiderio naturale di conoscenza e vincendo la repulsione naturale alla fatica necessaria per acquisirla. La conoscenza della verità è di per sé buona, ma può essere cattiva nel fine (per vantarsi o per peccare) o nei modi (curiosità). Se il desiderio di conoscenza diventa smania mossa dal desiderio di primeggiare e dominare o, peggio, di peccare; se si vogliono conoscere cose proibite (il futuro, la magia, la condizione dei morti, etc.); se si preferisce conoscere cose inutili o meno utili; se si studiano le realtà create come fini, senza indirizzarle ed ordinarle alla conoscenza ed alla gloria di Dio; se infine si cerca di conoscere cose superiori al proprio ingegno (presunzione), si incorre nel vizio della curiosità nella conoscenza intellettuale. Anche nel campo della conoscenza sensitiva si hanno tuttavia due forme viziose di curiosità (che coincidono con quella che la Sacra Scrittua chiama “concupiscenza degli occhi”): inutilità dell’oggetto del conoscere, che anzi distoglie da altre occupazioni (come esempio attuale si potrebbe portare il caso di chi abusa della televisione guardando programmi frivoli); oppure la malizia intrinseca dell’oggetto che si vuole conoscere (per esempio il desiderio di assistere a spettacoli del tutto immorali, oppure l’interessamento ai fatti altrui, che è causa della mormorazione e della maldicenza). Quando invece ci si preoccupasse di conoscere cose di per sé inutili ma per fini buoni (come per esempio provvedere ai propri bisogni materiali oppure conoscere la verità) non solo non ci sarebbe alcun vizio, ma si tornerebbe nell’ambito della virtù. La cultura e la conoscenza di molte cose, come è evidente, non sempre è sinonimo di vita virtuosa né conferisce alcun attestato di virtù ad alcuna persona colta e istruita, qualora le motivazioni che l’avessero spinta ad acquisirla non fossero, come appena visto, buone, lecite e oneste.
