La vocazione universale alla santità, pur essendo conseguenza immediata e diretta della santità della Chiesa, esige che ogni battezzato viva e si comporti in maniera degna della vocazione ricevuta. Solo così potrà realizzarsi la Volontà di Dio che nulla chiede se non la santificazione di tutti e di ciascuno.
Il capitolo forse più bello della Lumen Gentium è forse il quinto, dove in maniera assolutamente convincente, chiara e magistrale si affronta lo splendido tema della vocazione universale di tutti i membri della Chiesa, a qualunque stato di vita, condizione, età o rango appartengano. La vocazione universale alla santità è conseguenza immediata e diretta della santità della Chiesa stessa, che esige, per natura sua, che tutti i suoi membri adempiano la “volontà di Dio che è la nostra santificazione” (1Ts 4,3) e questo nella Chiesa e grazie alla Chiesa.
La Chiesa è dunque santa, checché se ne pensi ai tempi odierni da parte di più di qualcuno. Afferma solennemente l’incipit del quinto capitolo della Lumen Gentium: “La Chiesa, il cui mistero è esposto dal sacro Concilio, è agli occhi della fede indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato «il solo Santo», amò la Chiesa come sua sposa e diede se stesso per essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l’ha unita a sé come suo corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio” (LG 39).
La santità intrinseca e indeffetibile della Chiesa, dunque, dipende ad un tempo dal suo essere “sposa di Cristo” e dal suo essere dotata del dono dello Spirito Santo. Che la Chiesa in se stessa sia santa non significa, ipso facto, che automaticamente tutti i suoi membri e figli siano santi. La santità della Chiesa è, infatti, indefettibile anzitutto per la sua costituzione divina, che risale alla volontà del suo Fondatore e che si manifesta soprattutto nel ministero petrino e nella successione apostolica; inoltre per la purezza e pienezza di verità della sua dottrina e del depositum fidei, che essa conserva e custodisce integro e fedelmente trasmette, di modo che insegna la verità sulla fede e la morale in modo certo, pieno e sicuro; infine per la grazia che possiede e che copiosamente amministra per mezzo dei sacramenti, che infallibilmente santificano chi li riceve alle sole condizioni che siano validamente amministrati e ricevuti con le debite disposizioni.
Tale intrinseca e costitutiva santità della Chiesa, tuttavia, è suo patrimonio vero ma non posseduto “automaticamente” da ciascuno dei singoli membri. Se è vero, infatti, che solo nella Chiesa si può diventare davvero santi, è pur vero che non tutti i suoi membri lo sono. E se la santità di alcuni (anzi molti!) figli della Chiesa è la prova evidente della sua santità, la non perfezione (o anche peggio) di qualche suo figlio non la smentisce affatto, ma afferma, indirettamente, il valore, il primato e l’importanza dell’umana libertà e volontà, che nel suo cammino sempre deve rinnovare i suoi atti di esercizio in maniera responsabile e come può crescere nel bene e tendere alla perfezione, così può peggiorare nel male e degradarsi fino anche alle soglie dell’abbrutimento. Si legge ancora nella Costituzione (LG 40): “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l’Apostolo che vivano «come si conviene a santi» (Ef 5,3), si rivestano «come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza» (Col 3,12) e portino i frutti dello Spirito per la loro santificazione (cfr. Gal 5,22; Rm 6,22)”.
Il fondamento della santità dei singoli membri della Chiesa è dunque da ricercare nella grazia santificante ricevuta nel sacramento del Battesimo, che rende realmente compartecipi della natura divina e quindi veramente figli adottivi di Dio. Tale grazia, tuttavia, deve essere “mantenuta e perfezionata” con una vita che corrisponda al dono ricevuto. Perché tale vita di grazia possa portare tutti i suoi frutti intrinseci di santità “ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l’aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, all’attivo servizio dei fratelli e all’esercizio di tutte le virtù”. Ecco dunque che il cammino verso la santità, vocazione unica e comune per tutti i battezzati - “Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore” (LG 40) - necessita del buon uso del libero arbitrio da parte di ogni fedele. Nessuno scandalo dunque dalla presenza di peccatori tra le fila dei battezzati, ma - si ribadisca - semplice attestazione della dignità dell’uomo, che Dio stesso per primo rispetta e che non tollera che alcuno dei suoi atti possa essere compiuto senza il suo libero e volontario concorso. In conclusione, chi vuole realmente essere santo, solo nella Chiesa e grazie alla Chiesa troverà la pienezza e la completezza di tutti i mezzi e gli aiuti per raggiungere la perfezione; a nulla gioverà, per contro, l’indefettibile santità della Chiesa a chi non ha nessun intenzione di diventare tale, ma investe i suoi talenti, il suo tempo, le sue risorse ed energie in altri interessi e obiettivi di vita.
La santità intrinseca e indeffetibile della Chiesa, dunque, dipende ad un tempo dal suo essere “sposa di Cristo” e dal suo essere dotata del dono dello Spirito Santo. Che la Chiesa in se stessa sia santa non significa, ipso facto, che automaticamente tutti i suoi membri e figli siano santi. La santità della Chiesa è, infatti, indefettibile anzitutto per la sua costituzione divina, che risale alla volontà del suo Fondatore e che si manifesta soprattutto nel ministero petrino e nella successione apostolica; inoltre per la purezza e pienezza di verità della sua dottrina e del depositum fidei, che essa conserva e custodisce integro e fedelmente trasmette, di modo che insegna la verità sulla fede e la morale in modo certo, pieno e sicuro; infine per la grazia che possiede e che copiosamente amministra per mezzo dei sacramenti, che infallibilmente santificano chi li riceve alle sole condizioni che siano validamente amministrati e ricevuti con le debite disposizioni.
Tale intrinseca e costitutiva santità della Chiesa, tuttavia, è suo patrimonio vero ma non posseduto “automaticamente” da ciascuno dei singoli membri. Se è vero, infatti, che solo nella Chiesa si può diventare davvero santi, è pur vero che non tutti i suoi membri lo sono. E se la santità di alcuni (anzi molti!) figli della Chiesa è la prova evidente della sua santità, la non perfezione (o anche peggio) di qualche suo figlio non la smentisce affatto, ma afferma, indirettamente, il valore, il primato e l’importanza dell’umana libertà e volontà, che nel suo cammino sempre deve rinnovare i suoi atti di esercizio in maniera responsabile e come può crescere nel bene e tendere alla perfezione, così può peggiorare nel male e degradarsi fino anche alle soglie dell’abbrutimento. Si legge ancora nella Costituzione (LG 40): “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l’Apostolo che vivano «come si conviene a santi» (Ef 5,3), si rivestano «come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza» (Col 3,12) e portino i frutti dello Spirito per la loro santificazione (cfr. Gal 5,22; Rm 6,22)”.
Il fondamento della santità dei singoli membri della Chiesa è dunque da ricercare nella grazia santificante ricevuta nel sacramento del Battesimo, che rende realmente compartecipi della natura divina e quindi veramente figli adottivi di Dio. Tale grazia, tuttavia, deve essere “mantenuta e perfezionata” con una vita che corrisponda al dono ricevuto. Perché tale vita di grazia possa portare tutti i suoi frutti intrinseci di santità “ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l’aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, all’attivo servizio dei fratelli e all’esercizio di tutte le virtù”. Ecco dunque che il cammino verso la santità, vocazione unica e comune per tutti i battezzati - “Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore” (LG 40) - necessita del buon uso del libero arbitrio da parte di ogni fedele. Nessuno scandalo dunque dalla presenza di peccatori tra le fila dei battezzati, ma - si ribadisca - semplice attestazione della dignità dell’uomo, che Dio stesso per primo rispetta e che non tollera che alcuno dei suoi atti possa essere compiuto senza il suo libero e volontario concorso. In conclusione, chi vuole realmente essere santo, solo nella Chiesa e grazie alla Chiesa troverà la pienezza e la completezza di tutti i mezzi e gli aiuti per raggiungere la perfezione; a nulla gioverà, per contro, l’indefettibile santità della Chiesa a chi non ha nessun intenzione di diventare tale, ma investe i suoi talenti, il suo tempo, le sue risorse ed energie in altri interessi e obiettivi di vita.
