L’accidia: "torpore dell'anima che trascura di intraprendere il bene"
Il sesto vizio capitale è l’accidia. Generalmente questo vizio è da molti grossolanamente confuso o addirittura identificato con la pigrizia. In realtà la pigrizia rappresenta solo una piccola parte dell’accidia, che è un vizio di assai più ampia portata e di ben più grave incidenza dal punto di vista morale. San Tommaso definisce l’accidia come “nausea dei beni spirituali per il travaglio corporale che li accompagna” e anche come “torpore dell’anima che trascura di intraprendere il bene”. Entrambe le definizioni permettono di identificare abbastanza chiaramente questo vizio che comporta il disprezzo dei doni di Dio, il grave peccato di ingratitudine e una tristezza spossante che abbatte l’anima fino al punto di toglierle la volontà di agire.
Da quanto appena detto, appare chiaro che l’accidioso è colui che trascura di dare il giusto peso e la giusta importanza alla vita interiore e a tutto ciò che concerne la spiritualità, cose che invece sono e devono essere di capitale (per non dire suprema) importanza nella vita di ogni uomo. L’accidioso non prega mai o quasi mai, se prega lo fa biascicando qualche preghiera in modo annoiato o distratto, trascura regolarmente i sacramenti o li celebra in maniera estremamente superficiale (quando non sacrilega), non si cura minimamente di crescere nella conoscenza di Dio impiegando tempo risorse ed energie per una buona formazione nella fede e nella morale; disprezza e ridicolizza, per contro, tacciandoli di bigotteria o fanatismo, tutti coloro che vede intrisi di spirito di vera fede, carità operosa e sincera devozione.
Secondo il dottore angelico l’accidia ha sei figlie. La prima è quella che lui chiama disperazione, termine che nella fattispecie può essere fuorviante, in quanto con essa non è da intendersi che l’accidioso si dispera perché pensa di non poter essere salvato o perdonato, ma, al contrario, è lui che, coscientemente e volontariamente, ha abbandonato la tensione verso il raggiungimento del fine ultimo, che è la visione beatifica di Dio, per darsi al godimento disordinato dei beni e dei piaceri passeggeri. La seconda è la pusillanimità o viltà, anche in questo caso da interpretarsi non secondo la comune e normale accezione, ma nel senso che l’accidioso provoca una grande repulsione verso tutti quei mezzi (ardui, in verità) che consentono il raggiungimento del fine ultimo (da lui già rinnegato): la preghiera, l’ascesi, la penitenza, tutte realtà che colui che è affetto da questo vizio aborre irresistibilmente e irrefrenabilmente. La terza figlia dell’accidia è il “torpore relativo ai precetti”, ovvero l’estrema facilità con cui si trasgrediscono anche i precetti più gravi della Nuova Legge, con conseguente abbandono dei mezzi comuni e obbligatori di santificazione anche minimi (come, per esempio, la confessione annuale e la comunione almeno a Pasqua). L’oziosità e la sonnolenza, che sono parti integranti dell’accidia, trovano in questo humus il terreno fertilissimo su cui germogliare, dando ragione di essere al proverbio: “l’ozio è il padre dei vizi”. La quarta figlia è il rancore, un rancore non generico, ma quello provato in particolare verso chiunque promuova in qualche modo il bene spirituale. La quinta è la malizia, anche in questo caso da intendersi nel significato molto particolare e specifico di “detestazione dei beni spirituali”, ossia una volontà mal orientata che disprezza ciò che è sommamente desiderabile e desidera ciò che è sommamente detestabile. Ultima figlia è la divagazione della mente su cose illecite. La mente dell’accidioso è schiava della curiosità, per cui si impiccia di cose altrui, si interessa indebitamente degli affari degli altri e importuna il prossimo, con domande indiscrete, a tal fine. Si diventa pettegoli e ciarlieri, cadendo miseramente nella maldicenza, nella detrazione e nella mormorazione. L’accidioso cade nell’eccessiva verbosità fino a diventare logorroico e a parlare sovente a vanvera, è irrequieto e instabile nei movimenti del corpo, in una parola non trova pace. Nessun mistero, del resto, dato che sant’Agostino scriveva limpidamente nelle Confessioni: “Tu ci hai fatti per te e l’anima nostra non trova pace fino a quando non riposa in te”. L’accidioso, che ha tolto Dio dall’orizzonte della propria esistenza e dei provi pensieri è condannato a perpetua tristezza e inquietudine. Almeno fino a quando, tornando sui suoi passi, non deciderà di restituire allo spirito il posto che merita, smettendo di cercare vita e felicità nelle povere, piccole ed effimere cose di questo mondo e tornando a cercarle e a sperarle dall’Unico capace di donarle e farle vivere, sia pur in primizia, già da questo mondo.
