IL MISTERO DI CRISTO
Nell'immensa e capillare diffusione dell'eresia ariana all'interno della prima Cristianità, la genuina Fede cattolica sopravvisse grazie a pochi membri della gerarchia e alla moltitudine dei fedeli che non dubitava minimamente della piena divinità del Verbo. Ecco come vennero confutate le assurde idee di Aria con la sua celebre, blasfema filastrocca
Nei primi tre secoli del Cristianesimo la preoccupazione dominante di santa Madre Chiesa in relazione al mistero di Cristo fu orientata ad opporsi ai grossolani errori descritti nell’articolo precedente (gnosticismo e docetismo), ma soprattutto contro una delle più gravi eresie cristologiche che si sia mai diffusa nella storia della Chiesa: l’arianesimo. Ario (256-336) era un sacerdote della Chiesa di Alessandria. In estrema sintesi, la sua eretica dottrina era la seguente. Essendo la seconda Persona della Santissima Trinità “generata” e chiamata “Figlio”, deve essere necessariamente in qualche modo inferiore al Padre, la cui natura divina sarebbe semplice, indivisibile e incomunicabile. Conseguentemente il Verbo Eterno non sarebbe certamente paragonabile ad una mera creatura (come per la verità qualcuno era andato cianciando, come vedremo), ma assomiglierebbe ad un semi-dio demiurgo di platonica meomria, ad una sorta di “dio minore”, che in ogni caso non potrebbe vantare uguaglianza piena ed assoluta con il Padre e quindi piena e perfetta divinità. Per quanto possa sembrare incredibile, la diffusione di questa eresia divenne rapidamente immensa e capillare, sia negli ambienti dell’impero romano, sia (anche dopo il Concilio di Nicea) tra i barbari convertiti al Cristianesimo. Coinvolse purtroppo non pochi vescovi e uomini di Chiesa e la vera fede cattolica sopravvisse integra grazie ad una minoranza dei membri della gerarchia (ovviamente in comunione con il Papa) ed una larga parte di fedeli che, guidati correttamente da ciò che nella Tradizione e nel Magistero della Chiesa si chiama “sensus fidei” o “sensus fidelium”, pur nella loro semplicità e in assenza di un bagaglio teologico sufficiente a orizzontarsi in tali intricate questioni, non dubitava minimamente della piena divinità del Verbo e concorse non poco a respingere questa velenosa eresia, che distruggeva tutta la teologia e soteriologia della Santa Chiesa Cattolica, tornando ad un monoteismo leggermente corretto ma sostanzialmente non dissimile da quello veterotestamentario.
Vediamo dunque le prime definizioni dogmatiche cristologiche dei Papi e dei Concili, dalle origini fino al Concilio di Nicea.
Abbiamo anzitutto un importante affermazione che di trova nella lettera di Papa Dionigi all’omonimo vescovo di Alessandria, databile intorno al 260 (Denz 112-115). Dopo la condanna del modalismo dei Sabelliani e del triteismo (due eresie trinitarie, nella prima parte della lettera), troviamo le seguenti importanti dichiarazioni (i corsivi sono miei):
“Non si può però di meno biasimare coloro che ritengono che il Figlio sia una produzione e che reputano che il Signore sia originato alla guisa di una qualsiasi delle cose che veramente sono originate, pur testimoniando di Lui le divine Parole un'appropriata e conveniente generazione, ma non che egli sia stato in qualche modo foggiato o prodotto. Non (è) dunque una bestemmia accidentale, ma la più grande, dire che il Signore sia stato prodotto in qualche modo con le mani. Se infatti il Figlio è originato, c'è un tempo in cui non c'era; egli invece sempre era, se, come Lui stesso dice, è nel Padre [Gv 14,10s], e se il Cristo (è) parola, sapienza e forza - che il Cristo sia ciò, come sapete, lo dicono le divine Scritture [Gv 1,14; 1Cor 1,24] - queste sono però forze di Dio. Se ora il Figlio è originato c'era un tempo in cui questo non c'era; c'era dunque un tempo in cui Dio era senza di esse, ciò che è estremamente assurdo”.
Nel testo del Pontefice si badi ad un’espressione che già circolava (“c’è un tempo in cui non c’era”) e che sarebbe diventata la filastrocca di Ario e dei suoi seguaci. La traslittero dal greco, perché si capisca la blasfema rima che con essa veniva composta. Dicevano dunque che “(il Padre) c’era quando (il Figlio) non c’era”, in greco “èn ote ouk èn pote”. Cominciamo anche a familiarizzare con i termini corretti per parlare del Figlio (“generazione”) e con quelli del tutto inappropriati (“foggiare, originare, produrre”).
Il lettore stia attento a non considerare queste questioni come intricate dispute accademiche. Se Colui che si è incarnato non fosse, infatti, veramente Dio, la redenzione non sarebbe affatto compiuta. E per tutti noi, nessuno escluso, non ci sarebbe nessunissima possibilità di salvezza. Questo perché comprendiamo, come del resto è finalità di questa rubrica, che le verità di fede (che vanno comunque conosciute, comprese, difese e diffuse) hanno sempre delle rilevanti conseguenze “pratico-esistenziali”, a dispetto di coloro che si mostrano “allergici” alle questioni dottrinali. La loro non corretta posizione, formulazione e comprensione genera danni gravi e molto concreti. Come continueremo a vedere proseguendo nella descrizione del sublime mistero di Cristo.
