Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2017-07-20

Dio veramente è stato tra noi

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LA DOTTRINA CATTOLICA DI EFESO

Per il mistero dell'Incarnazione, si può e si deve dire che Dio ha veramente vissuto come uomo, conoscendo cosa significhi avere in comune con noi la carne e il sangue  e in esse vivere, operare, amare e soffrire. Vediamone le importanti conseguenze



Come tutti gli anatematismi, anche quelli del Concilio di Efeso dietro le formule apodittiche di condanna degli errori racchiudono l’aurea e divina dottrina cattolica, in cui le nostre anime si beano e le nostre menti trovano luce per addentrarci nei grandi misteri della santa fede. Il grande mistero della nostra fede è che Dio veramente è stato fra noi, veramente si è fatto carne, rimanendo quel che era è diventato quel che non era e, da quel felicissimo e beatissimo giorno in cui la Divina Maria disse con gioia e fede immense il suo “Fiat”, Egli ebbe un nuovo modo di essere, che pur non intaccando in nulla la sua vita divina, fu gioia indicibile per la natura umana: Egli fu veramente uomo, l’Emmanuele, l’uomo Cristo Gesù e la sua beatissima veramente Madre di Dio fatto carne, proprio perché generatrice di quella santissima e verginale carne che Egli liberamente assunse per un prodigio di grazia e di amore. L’incarnazione avvenne, infatti, “nell’unità di sostanza con l’umana carne” di modo che il Figlio di Dio, da quel momento in poi, fu una sola Persona in due nature e, proprio per il fatto che c’era (e c’è) unità sostanziale (e non morale o accidentale) con l’umana carne, conserverà tale stato per tutta l’eternità. Non dunque due distinte persone (l’uomo Cristo Gesù e il Verbo di Dio) unite in un non meglio definito “rapporto di dignità, di autorità o di potenza” ma una vera e indissolubile “unione di natura”, che nell’unica persona del Verbo unisce, senza confonderle, la natura divina del Verbo eterno con la natura umana creata dalla purissima carne della Beatissima Vergine Maria. In questo modo, le espressioni che Gesù pronunciava in quanto Dio (per esempio: “lo voglio, guarisci”) e in quanto uomo (per esempio: “l’anima mia è triste fino a morirne”) non sono da attribuire una al Verbo e una all’uomo, ma all’unico Verbo di Dio Padre. Questa dottrina è chiamata in teologia “idiomatum communicatio” (interscambio delle proprietà) e designa esattamente il fatto che avendo una doppia natura (umana e divina) ogni espressione adoperata da Gesù è sempre da attribuire al Verbo eterno, che parla in quanto Dio o in quanto uomo come, dove e quando vuole, operando ciascuna delle due nature ciò che è ad essa proprio, senza con questo minimamente disturbare o intaccare l’unità della Persona Divina e quindi la riferibilità ad Esso Verbo, come unico soggetto, di ogni espressione. Per il mistero dell’incarnazione, inoltre, possiamo e dobbiamo dire non che Cristo è un uomo portatore di Dio ma che Dio ha veramente vissuto come uomo, conoscendo, per personale esperienza, cosa significa avere con noi in comune la carne e il sangue e in esse vivere, operare, soffrire e amare. Inoltre nel suo agire umano, la natura umana, come meglio ancora avrebbe specificato il successivo Concilio di Calcedonia (451), operava compiendo le funzioni proprie in maniera non coartata né condizionata dalla natura divina. Ciò è importante in particolare per attribuire libertà e volontarietà e, quindi, meritorietà agli atti umani compiuti da Cristo che, riferibili evidentemente a Dio come soggetto di attribuzione e autore (e per questo dotati di virtù e meritorietà infinite), non erano però coartati dall’onnipotenza della sua natura divina. Diversamente affermare la vera umanità di Cristo, essendo l’uomo per definizione dotato di vera libertà, sarebbe stato nient’altro che un “flatus vocis” non avendo nessun termine reale e concreto di attuazione. Dall’unità della persona deriva anche l’unità di culto latreutico che deve essere attribuito all’Emmanuele o Gesù Cristo, non distinguendo né - tanto meno - separando il Verbo di Dio e l’uomo assunto dal Verbo: un unico culto, un’unica adorazione e un’unica lode va data all’unico Gesù Cristo, Emmanuele e figlio di Dio fatto uomo. Similmente - e questo andrebbe ben ricordato anche da alcune contemporanee correnti teologiche un po’ particolari - lo Spirito Santo di cui il Cristo era pieno, non era affatto (come per noi) una forza a Lui estranea che gli conferiva poteri (divini) che prima non aveva, ma lo Spirito “a Lui proprio”, per mezzo del quale operava né più né meno di come per mezzo di Esso opera la Santissima Trinità in tutte le sue operazioni.
Dobbiamo dunque concludere, con gli ultimi anatematismi, che Cristo è l’unico sommo sacerdote, che ha riunito nella sua unica Persona la funzione di altare, vittima e sacerdote offrendo se stesso in sacrificio non per se stesso, ma solo per la redenzione del genere umano. Inoltre la sua santissima carne, divinizzata dall’unione ipostatica è vivificante e divinizzante. Assai salutare sarebbe ben ricordare questo quando ci accostiamo alla santissima Eucaristia, che il Maestro stesso definì “la sua vera carne e il vero cibo”, che però si tramuta in veleno e condanna quando si osa ad esso accostarsi senza puro cuore e casto corpo, secondo l’espressione cara a san Francesco d’Assisi. Infine, e questo è l’aspetto più consolante e anche più sconcertante del Mistero, dobbiamo dire senza alcun timore che Dio in persona (la seconda Persona della Santissima Trinità), ha sofferto nella carne, è stato crocifisso ed ha assaporato la morte nella carne, divenendo, per la sua risurrezione il primogenito dei morti e la fonte della vita e della risurrezione per tutti coloro che credono in Lui.

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.