La virtù che mette le ali verso il Cielo
La speranza è la seconda delle tre virtù teologali. Si
tratta di una virtù infusa mediante la quale si tende, con l’aiuto di Dio, al
bene futuro, arduo e possibile della beatitudine, adeguando gli atti umani al
fine ultimo, che è Dio. Da questa definizione si comprende agevolmente la
bellezza e l’importanza di questa virtù. Se la fede consente all’intelletto di
fare propri dei contenuti di per sé inevidenti, la speranza arma il desiderio e
la volontà perché pongano in essere tutti i mezzi necessari per raggiungere il
motivo per cui Dio ci ha creati: la beatitudine. L’atto di speranza, che ogni
buon cristiano dovrebbe pregare mattino e sera, recita che "si spera da Dio,
per la sua bontà e i meriti di Gesù Cristo, la vita eterna e le grazie
necessarie per meritarla con le buone opere che si possono e si devono voler
fare". Oggetto secondario della speranza, pertanto, sono le grazie che si
attendono da Dio per poter porre in essere le azioni meritorie che consentano
di raggiungere l’eterna felicità.
Due considerazioni mi sembrano quanto mai urgenti e
opportune. La speranza è quella virtù che ci fa tendere decisamente al cielo e
ci consente, al tempo stesso, di relativizzare e rettamente usare tutte le
cose, i beni e le realtà transeunti ed effimere di questo mondo, volgendole
alla gloria di Dio ed usandone in maniera sempre subordinata ai suoi voleri e
ai suoi comandamenti. Mi chiedo quanti cristiani, anche cattolici, oggi
interpretino lo stare in questo mondo come un pellegrinaggio verso la patria
celeste, come un momento di passaggio, come un tempo propizio per crescere in
grazia, virtù, meriti e santità. Uno dei grossi equivoci o, se di preferisce,
errori di certa mentalità contemporanea, è l'aver chiuso l’orizzonte dell’uomo in
una prospettiva rigorosamente ed eminentemente terrena. Anche se si
professa di credere vagamente ad una sorta di indefinito “aldilà”, di fatto si
rimane molto attaccati a questa vita e anche il bene che spesso si compie e si
opera è sempre un bene finalizzato a tamponare o soccorrere bisogni temporali.
Se noi chiedessimo a un cristiano medio se è più importante che una persona si
confessi e si metta in grazia di Dio oppure (tanto per fare un esempio) che si
costruisca un ospedale moderno dove poter meglio curare una sua malattia, quale
risposta avremmo? Beninteso, combattere e curare le malattie è cosa molto buona e quando
si è malati Dio vuole che ci si curi. Ma non stare in grazia di Dio è cosa assai più grave di una malattia, per le conseguenze nefaste che ciò comporta non solo
in questa, ma anche nell’altra vita. La genuina tradizione della Chiesa ha,
infatti, sempre insegnato che in questo mondo siamo “viatori” in cammino
verso la patria, verso la mèta, verso il fine della nostra esistenza. E che non
abbiamo una città stabile quaggiù.
La seconda considerazione riguarda il pensiero, oggi
enormemente diffuso, circa il modo e le eventuali difficoltà di
raggiungimento del fine ultimo. Mi spiego con qualche esempio: andare in
Paradiso è facile o difficile? La dannazione è un’ipotesi realmente concreta o
un'eventualità praticamente impossibile? La tradizione della Chiesa ha
definito il sommo bene della beatitudine un bene possibile (cioè raggiungibile),
ma anche “arduo”. Arduo significa “difficilmente raggiungibile”.
Quando a Gesù chiesero se fossero pochi quelli che si salvano, Egli diede una
risposta assai eloquente e che molto dà da pensare: “sforzatevi di entrare per la
porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi ma non ci
riusciranno” (Lc 13,23-24). Questa lapidaria e perentoria risposta di Gesù rende
retoriche le domande appena formulate. Se, infatti, molti non ci riusciranno - pur
provandoci - vuol dire che non è affatto né facile, né scontato raggiungere il
Paradiso, e che molti falliranno questo che è l’obiettivo degli obiettivi, la
causa della nostra creazione, il motivo unico per cui ci è concesso un tempo da
vivere in questo mondo che passa. San Pietro, nella sua prima lettera, parla
della salvezza dell’anima come mèta da raggiungere, non come esito unico, univoco,
universale e inevitabile della vita terrena (cf 1Pt 1,3-10). Eppure, anche a
sentire certe omelie di alcuni riti funebri, oggi sembra che in Paradiso ci
vadano tutti, a prescindere da quello che abbiano fatto, da come siano vissuti, da
quali virtù abbiano praticato. Sembra che la misericordia di Dio sia una sorta
di gigantesco “straccio da spolvero” che cancelli, indiscriminatamente,
qualunque macchia e cattiva azione anche a prescindere da una minima larvata
parvenza di pentimento e che quindi tutti, buoni e cattivi, abbiano accesso
sicuro e certo all’eterna beatitudine. Nessuno che abbia un minimo di buon
senso e di fede anche solo abbozzata e informe può negare che un simile
pensiero è totalmente in disaccordo con la Rivelazione e con l’immutabile e
costante insegnamento della Chiesa. Preghiamo il Signore che tutti possiamo
riscoprire l’importanza capitale della virtù della speranza e muoverci dentro
il suo sicuro “ambito d’azione” per attendere all’impresa della nostra salvezza
con gioia e risolutezza, con prudenza e con fermezza ed anche con “timore e
tremore” (Fil 2,2).