L'odioso e terribile tarlo dell'avarizia
Il secondo vizio capitale è il tarlo terribile dell’avarizia, particolarmente odioso e meschino, che rende i comportamenti dell’uomo duri, detestabili e meschini fino al limite del ridicolo. Consiste nell’idolatria del denaro e delle realtà create, che vengono considerate e trattate dall’avaro come fini e non come mezzi ed usate (quando lo sono…) esclusivamente per appagare bisogni, desideri e piaceri rigorosamente egoistici, senza alcuna attenzione ai bisogni e alle necessità altrui. San Paolo, nella prima lettera a Timoteo, sferza con parole decise questo vizio, definendo l’attaccamento al denaro “radice di tutti i mali” (1Tim 6,10) e ammonendo come, a causa di tale disordine, si perde completamente l’orientamento verso il cielo “deviando dalla fede” e spalancandosi in tal modo, volenti o nolenti, le porte dell’eterna dannazione (cf 1Tim 6,11), come il drammatico episodio evangelico del ricco epulone drammaticamente conferma e dimostra (cf Lc 16,19-31).
Il vizio dell’avarizia si distingue in due specie: la cupidigia e l’avarizia propriamente detta. La prima consiste nel desiderio di accumulare disordinatamente e sempre più denaro e beni sensibili: è il caso evangelico narrato nella parabola dell’uomo stolto (cf Lc 12,15-21), dove Gesù stesso stigmatizza la stoltezza del ricco stolto che “accumula per sé e non arricchisce davanti a Dio”. L’avarizia propriamente detta, invece, consiste nell’attaccamento ai beni che si hanno e nella riluttanza non solo a condividerli, ma perfino ad usarne per cose ordinarie e necessarie. La fantasia dell’uomo ha creato dei personaggi emblematici di questo vizio ridicolo: si pensi all’avaro di Molière o al Paperon de’ Paperoni di Walt Disney. Eppure l’esperienza insegna che tipologie di persone ben vegete e reali nient’affatto distanti da queste caricature estreme sono esistite ed esistono. La cupidigia, infatti, come spiega san Tommaso, è fomentata dalla possibilità di procacciarsi attraverso il denaro beni materiali a volontà e di soddisfare qualunque desiderio peccaminoso; atteggiamento, questo, disgraziatamente assai diffuso tra i figli dell’uomo. Inoltre, come aggiunge sempre l’Aquinate, tale vizio stravolge tutte le azioni dell’uomo, instillando in ciascuna di esse il principio demoniaco dell’egoismo sfrenato e sistematico (fare ogni cosa per sé o per proprio utile), a causa della volontà di godere in modo disordinato delle creature e dei beni creati. Un vero cancro e tarlo dell’anima, tanto più grave in quanto direttamente opposto ad alcune parti della regina delle virtù (la carità) – quali l’elemosina e la misericordia – e formalmente contrario all’aurea virtù della liberalità che è, insieme alla virtù di religione, la parte più nobile della virtù cardinale della giustizia. E’ inoltre particolarmente meschino, in quanto direttamente contrario anche alla splendida virtù della magnificenza, che è parte integrante della virtù della fortezza e che consiste nella capacità di fare le cose in grande e non badare a spese quando si agisce per la gloria di Dio e il bene del prossimo.
L’esperienza insegna che questo brutto vizio colpisce principalmente i ricchi, che pur non essendo (come a volte erroneamente si pensa) tutti cattivi e quasi certamente dannati, sono certamente assai esposti a cadere nelle spire di questo infernale serpente. Gesù ha ammonito più volte nei vangeli sul pericolo delle ricchezze (“è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”, Mt 19,24; Mc 10,25 e Lc 18,25), che è indubbiamente difficile sia accumulare in modo onesto (si pensi al celebre aforisma della parabola dell’amministratore disonesto: “procuratevi amici con la disonesta ricchezza”, Lc 16,9.11), così come amministrare in modo conforme ai divini voleri (come ricordano i già citati episodi del ricco epulone e del ricco stolto). Se questo è vero, bisogna tuttavia ricordare che nessuno può avere la presunzione di dirsi a priori esente da questo tarlo e se pensasse di esserlo ha l’onere di dimostrarlo (a se stesso prima che agli altri…), compiendo gesti gratuiti di liberalità e generosità e facendo di cuore e con gioia, nei limiti del possibile, elemosine ai poveri o per le necessità della Chiesa. Questi atti sono anche efficacissimi strumenti di mortificazione di questo funesto vizio, che, come tutte le male piante dei vizi capitali, deve essere sempre tenuto a bada e sotto stretta sorveglianza, recidendo con la forbice degli atti contrari ogni velenoso pollone che cerchi di spuntare da tali malsane e funeste radici.
