Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2021-03-23

La pazienza ci porta in cielo, la perseveranza alla santità

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Parti della virtù cardinale della fortezza sono la magnificenza, la pazienza e la perseveranza. Virtù, specialmente le ultime due, importantissime e necessarie ad ogni cristiano per conseguire la propria meta: sopportare le prove della vita fino alla fine e poter un giorno godere della visione di Dio.


La terza virtù cardinale della fortezza ha quattro parti integranti: la magnanimità, la magnificenza, la pazienza e la perseveranza. 
La magnanimità è la tensione della volontà verso il conseguimento di cose grandi e degne di particolare onore. Secondo san Tommaso d’Aquino, il magnanimo ha cinque proprietà: non ricorda i benefici ricevuti, perché largheggia nel contraccambiare e nel dare, eccellendo nella gratitudine; è “ozioso e tardo”, non nel senso negativo che ordinariamente si dà a questi termini, ma in quello positivo consistente nel suo non voler intromettersi in ogni faccenda, anche che lo riguardi, ma solo in quelle più eccellenti; si serve dell’ironia, poiché cela la sua grandezza - senza mentire né simulare - facendosi modesto con quelli di media condizione; non sa convivere se non cogli amici veri, perché rifugge ed aborrisce l’adulazione e la simulazione; preferisce le cose infruttuose a quelle belle e fruttuose, nel senso che persegue e antepone sempre e comunque ciò che è bene a ciò che è utile. Rientrano nelle dotazioni del magnanimo anche la fiducia, intesa come speranza ferma e tenace di conseguire le cose degne di onore e la sicurezza, attitudine interiore grazie alla quale non si cede né davanti al turbamento dell’animo, né agli uomini, né alla sfortuna. “Il magnanimo è aperto nell’amore e nell’odio e parla e opera apertamente” (S.Th., I-II, q. 48, a. 3, ad 2). Si oppone a questa splendida virtù anzitutto la presunzione, atteggiamento vizioso di chi intraprende cose grandi ma superiori alle proprie forze (cf Sal 130), mentre il magnanimo non lo fa mai: eccede senz’altro nella grandezza delle cose perseguite, ma non nel ponderare la proporzione di esse alle proprie capacità. Si badi che non è affatto presunzione cercare di compiere azioni virtuose sotto il pretesto del fatto che l’uomo, senza l’aiuto della grazia, non può compierle, perché ciò che si può con l’aiuto di altri è in qualche modo in potere dell’agente. Il giusto e il santo sono consapevoli che senza la Grazia non si può fare nulla di buono, ma sanno anche che essa non manca a chi la chiede, si dispone a riceverla e usa i mezzi e pertanto si regolano secondo il celebre adagio di sant'Ignazio di Loyola: “Fa’ come se tutto dipendesse da te, sapendo che niente dipende da te”. E’ presunzione, invece, non seguire l’ordine nelle fasi di crescita nella virtù e quindi agire sconsideratamente senza la “legge della gradualità” (per esempio, voler agire come i perfetti pur avendo una virtù imperfetta). Una particolare specie (gravissima) di presunzione è quella di salvarsi senza meriti, che, come è noto, è anche uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo. Questa forma di presunzione, che esclude dalla possibilità di raggiungere l’eterna salvezza (come tutti i peccati contro lo Spirito Santo), eccede la proporzione nella moderazione che si deve avere nella pur doverosa fiducia nella divina Misericordia ed eccede la condizione di natura creata nel disprezzo della divina Giustizia, che omette totalmente di prendere in considerazione e pensa di poter impunemente “bypassare”. Alla magnanimità si oppongono anche l’ambizione, la vanagloria e la pusillanimità. L’ambizione è la brama disordinata dell’onore, avente tre specie: cercare l’onore per un’eccellenza che non si ha; non riferire le proprie reali eccellenze alla loro Fonte (che è Dio); non ordinare le proprie eccellenze al bene altrui (che è il motivo per cui Dio le dona) ed è sempre vizio molto grave. La gloria è una certa chiarezza e splendore pubblicamente riscontrabile e lodata, a cui l’uomo naturalmente tende, per cui il desiderio della gloria, di per sé, non è certamente un male. E’ invece un male cercare la gloria vana (inutile) che è tale sotto tre aspetti: per il suo oggetto, quando si cerca la lode in cose fragili e caduche; per essere ricercata presso gli uomini, il cui giudizio di lode non è certo, anzi è sempre fallace e imperfetto; per il fatto che non è ordinata al debito fine, ossia all’onore di Dio e al bene del prossimo. Può essere un peccato mortale quando cade su un oggetto direttamente contrario all’amore di Dio (come per esempio preferire i beni temporali alle eterne ricompense, oppure la testimonianza degli uomini a quella di Dio), oppure quando sia realmente il fine ultimo dell’agire (agire solo per ottenere gloria propria e personale); altrimenti è un peccato veniale. La vanagloria, ha a sua volta, sette figlie: la millanteria (aumentare la parvenza di eccellenza con parole false), la pretesa di novità (atteggiamenti originali tali da attirare l’attenzione), l’ipocrisia (atteggiamenti esterni, comunemente lodati, ma falsamente ostentati), la pertinacia (difesa ostinata delle proprie idee e rifiuto di accettare un consiglio altrui), la discordia (rifiuto di abbandonare i propri pareri in nome della comunione), la contesa (polemica con il prossimo) e la disobbedienza (rifiuto di obbedire ai propri superiori). La pusillanimità, infine, è l’esatto contrario della presunzione, in quanto il pusillanime rifiuta di tendere, per paura e viltà, a cose che sarebbero del tutto proporzionate alle sue forze, pur essendo ardue. Ne rappresenta un emblematico esempio l’evangelico servo che nasconde il talento sotto terra, misconoscendo le proprie capacità. Effetto molto comune della pusillanimità è la pigrizia, unitamente all’accidia e all’ignavia. Come si evince dal brano evangelico (e dai danteschi gironi infernali degli ignavi), non bisogna incautamente e frettolosamente sottovalutare la portata di negatività che porta in sé questo vizio e la sua capacità di compromettere l’eterna salvezza.
La seconda parte integrante della virtù cardinale della fortezza è la magnificenza, il cui significato letterale è “fare qualcosa di grande. Consiste nel progettare ed eseguire cose grandi, sublimi e molto dispendiose, con splendidezza e ampiezza di disegno e proposito. Ha per oggetto le grandi spese fatte in vista di grandi opere in onore di Dio ed è grande virtù perché ha come presupposto ungrande moderazione nellattaccamento al denaro. E’ il giusto mezzo tra i due eccessi (che ne rappresentano i vizi opposti) della grettezzache consiste nelleccessiva preoccupazione di spendere poco in relazione alla grandezza delle opere da compiere e dello sperpero, che oltrepassa, senza adeguata motivazione, la giusta proporzione tra spesa ed opera da compiere.
Grandissima virtù è poi la pazienza, di cui la piccola Giacinta di Fatima ebbe a dire che è la virtù che ci porta in cielo. Tende a regolare i moti della tristezza, che sono molto potenti nel distogliere luomo dal perseguimento dei beni più grandi e di essa sono state date tre bellissime definizioni: volontaria e prolungata sopportazione di cose ardue e difficili, motivata da un fine utile e onesto” (Cicerone); sopportare con animo sereno i turbamenti della tristezza che scoraggiano nella corsa verso il bene” (S. Agostino); sopportare con animo sereno i mali che ci vengono dagli altri” (S. Gregorio Magno). Dall’insieme di queste tre definizioni, si evincono facilmente le caratteristiche di questa importantissima virtù, grazie alla quale si accetta ogni dolore e privazione in vista dellamore di Dio e del godimento di Lui. Sono strettamente connesse alla pazienza anzitutto la longanimità, cioè la capacità di attendere la dilazione nel tempo del bene sperato, che è il contrario del volere tutto e subito; e la costanzacioè la capacità di affrontare le fatiche necessarie per compiere unopera buona, superando tutte le difficoltàSan Tommaso afferma, assai acutamente, che Dio è paziente con quelli che peccano per malizia (che, in quanto tali, meriterebbero di essere subito castigati)mentre è longanime con quelli che peccano per fragilità (cioè aspetta che prendano meglio coscienza del male commesso e che lavorino per correggersi ed emendarsi).
L’ultima parte integrante della fortezza è la perseveranza, abito per mezzo del quale si resiste al prolungamento nel tempo dello sforzo necessario a compiere il bene, sia negli atti che in tutti gli abiti. Loggetto proprio a cui si resiste con questa virtù è pertanto il tempo (a differenza della costanza, il cui oggetto sono le difficoltà di altro genere incontrate nellesecuzione del bene), per mezzo della moderazione del timore di venir meno o di stancarsi a causa del prolungarsi dello sforzo. Oltre alla grazia abituale (necessaria per proporsi fermamente di perseverare nel bene), per essere perseveranti è necessario anche  un dono gratuito di Dio, necessario per stabilire immobilmente il proposito del libero arbitrio. Per questo motivo il Concilio di Trento ha autorevolmente insegnato che la grazia della perseveranza nella fede fino alla fine, deve essere chiesta con insistenza a Dio e il santo stigmatizzato padre Pio da Pietrelcina non esitava a confessare candidamente che ogni giorno non mancava di rivolgere a Dio la sua personale supplica per ottenere il santo dono della perseveranza. I vizi opposti a questa virtù sono anzitutto la pertinacia, che deriva etimologicamente da “impudenter tenax, ossia tenace in modo impudente. La persona pertinace o “pervicace”, è colui che vuole andare avanti fino alla fine e si incaponisce, anche quando dovesse accorgersi che sta percorrendo una strada non buona. Si tratta in sostanza della persistenza ostinata nella propria opinione personale, che è sempre figlia primogenita della vanagloria e che conduce inevitabilmente alla rovina. Opposta alla perseveranza per difetto è invece la mollezza, vizio per mezzo del quale si abbandona il bene alla minima difficoltà, al minimo impulso di dolore o alla mancanza di qualche soddisfazione. E’ la ripugnanza a sopportare la fatica e lo sforzo prolungato per conseguire il bene e causa la rovina dell’anima, come non mancò di ricordarci nostro Signore nel suo Vangelo: “solo chi persevera fino alla fine sarà salvato” (cf Mt 10,22 e 24,13). 

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