Se è vero - come è vero e Come insegna la nostra Fede - che l’uomo trova salvezza solo nella Chiesa Cattolica, cosa si deve pensare di coloro che, pur credendo in Cristo, si sono separati dall’unica sua Chiesa? È possibile sperare in una salvezza per chi, pur non essendo per varie ragioni appartenenti alla Chiesa Cattolica, tuttavia cerca di vivere una vita retta?
Dio ha voluto salvare l’umanità non in maniera individualistica, ma costituendo un popolo, come abbiamo visto nell’articolo precedente. La partecipazione piena ad esso consente di vivere nella sicura speranza di aver ricevuto il dono della salvezza e, quindi, di poter conseguire, con l’aiuto della Divina Grazia, la meta della nostra fede, che è la salvezza dell’anima (cf 1Pt 1,9), in attesa della beata risurrezione della carne, ultimo e definitivo atto della redenzione compiuta da Cristo, offerta agli uomini e pienamente vissuta e comunicata nella sua Chiesa.
Gli ultimi numeri del secondo capitolo della Lumen Gentium hanno il compito di rispondere ad una serie di focali e fondamentali domande: basta solo far parte del corpo visibile della Chiesa per essere salvi? Qual è il nostro rapporto con coloro che, pur credendo in Cristo, si sono separati dall’unica sua Chiesa? È possibile sperare in una salvezza per coloro che, pur non essendo per varie ragioni appartenenti alla Chiesa cattolica o credenti, tuttavia cercano di vivere una vita retta ed eticamente ordinata?
Come la recentissima lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Placuit Deo ha recentemente ricordato, ci sono due princìpi cardine da tenere ben presenti quando si affrontano queste tematiche. Il primo è che Gesù Cristo è, a livello oggettivo, l’unico Salvatore universale dell’uomo, di tutti gli uomini e di ogni uomo. Ciò significa che anche se una persona non lo riconoscesse come tale e non gli credesse, nondimeno Egli non cesserebbe di essere anche il “suo” salvatore. E se certamente ciò non significa che la salvezza sia “automatica” o, peggio, imposta contro la volontà della persona, è pur tuttavia vero che ogni uomo è nel cuore del Salvatore e che è sua volontà fargli raggiungere, nei modi che a volte Lui solo conosce, la salvezza. Il secondo punto da evidenziare è che tale salvezza si vive e si compie in pienezza solo nella Chiesa visibile, che è il corpo di Cristo, “la comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo” (PD, 12). Tale necessaria appartenenza alla Chiesa esclude sia una visione individualistica neo pelagiana della salvezza - come se l’uomo potesse salvarsi da solo, come singolo, in base ai suoi semplici sforzi di imitare i buoni esempi lasciati da Cristo - sia una visione neognosticistica di essa, che la confinerebbe ad un livello meramente spirituale e interiore, trascurando da un lato la dimensione integrale della salvezza della persona tutta intera (non solo dell’anima ma anche del corpo), dall’altro dimenticando la necessaria mediazione dei rapporti umani e sacramentali che sono imprescindibili nel processo economico della redenzione e della sua comunicazione agli uomini. Anche la Chiesa, così come il suo unico Signore, può essere misconosciuta nella sua più profonda essenza in base al libero arbitrio, che può rifiutarne il ruolo necessario nel processo salvifico disposto e voluto da Dio stesso. Ma ciò non toglie - e questo vale anche per la Chiesa - che essa eserciti, a sua volta, una mediazione salvifica che raggiunge - misteriosamente ma efficacemente - tutti gli uomini, che anche inconsapevolmente ne beneficiano dell’azione in ordine alla possibilità di raggiungere in certi casi, anche al di fuori dei suoi confini visibili, la salvezza.
La condizione ottimale e quella perfettamente corrispondente ai voleri dell’Altissimo è che gli uomini, dopo aver riconosciuto con la fede in Gesù l’unico Salvatore, chiedano il battesimo e, entrati grazie a questo a far parte della Chiesa, beneficino di tutti i tesori in essa contenuti (la pienezza della grazia in forza dei sacramenti, la sicurezza della verità per ciò che concerne la fede e la morale in forza del Magistero, il legame ininterrotto con Cristo e con gli apostoli in forza della ininterrotta successione apostolica) e, risplendendo in una vita santa e propria della dignità di figli di Dio, mostrino davanti agli uomini la bellezza, la gioia e la pace di una vita vissuta in coerenza col Vangelo e in spirito di piena, totale e universale carità. Delle persone che vivono in questo modo si dice - a ragione - che fanno parte della Chiesa “con il corpo” (in quanto battezzate e, quindi, incorporate ad essa) e - cosa per certi aspetti ancora più importante - “con il cuore”, perché “vivono” la Chiesa come dono di grazia, ne beneficiano a larghissimi sorsi di tutti i beni e ricchezze che in essa si trovano e, soprattutto, amano il Signore e la sua Famiglia con tutto se stessi e si sforzano di osservare il Vangelo dell’Uno e le leggi (sempre sapienti e giuste) dell’Altra.
A fianco a questa ottimale condizione, se ne trovano altre, ciascuna delle quali merita distinta e ponderata attenzione: stare dentro la Chiesa con il corpo e starne fuori con il cuore; stare fuori della Chiesa con il corpo e starne dentro con il cuore; stare (Dio non voglia!) fuori della Chiesa con il corpo e con il cuore; avere con la Chiesa un rapporto non pieno e non perfetto. Analizzeremo dettagliatamente tutti questi aspetti e sfaccettature. Per ora basti aver compreso che, per evidente Volontà Divina, fermo sempre restando il rispetto - garantito da Dio in primis - della libertà e della coscienza di ciascuno, non c’è uomo che non “abbia a che fare” con Cristo e con la sua Chiesa che, come abbiamo già visto, sono due “realtà” tra loro inscindibili ed esercitano verso tutta l’umanità straordinari, benefici e salvifici influssi che solo il “no” della volontà umana può limitare, respingere e purtroppo, in certi casi, del tutto vanificare.
