Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2017-08-06

\"Divenne vero uomo per salvare tutto l'uomo\"

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GLI ERRORI DEL MONOFISISMO DI EUTICHE

Sulla verità dell'Incarnazione vi furono a suo tempo molte discussioni, una di queste fu quella sulla distinzione e il rapporto reciproco delle due nature - divina e umana - del Verbo Incarnato. Anche a questo proposito non mancarono le eresie, ancora una volta, però, prontamente contrastate dalla verità cattolica




A distanza di soli venti anni dal Concilio di Efeso, che pose una prima importante pietra miliare nella retta comprensione dell’evento salvifico per antonomasia, ossia l’incarnazione del Verbo di Dio, la santa Madre Chiesa dovette indire e convocare un nuovo Concilio per redarguire e correggere nuove inquietanti ed eterodosse letture del mistero del Figlio di Dio fatto carne. Stavolta il problema non verteva sul fatto che in Cristo ci fossero una o due persone (problema risolto dal Concilio di Efeso), ma sulla distinzione o meno e sul rapporto reciproco delle due nature (umana e divina) della Persona del Figlio di Dio fatto uomo. Una serie progressiva e incalzante di fuorvianti letture, culminanti in quella dell’archimandrita Eutiche (378-454), monaco di Costantinopoli, mettevano in serio pericolo la salvaguardia della corretta comprensione della dinamica dell’incarnazione, con ciò alterando, ad un tempo, non solo la correttezza della dottrina della redenzione, ma anche il fatto stessa della sua realizzazione. Si ricordino gli adagi dell’antica patristica: “caro cardo salutis” (“la carne è il cardine della salvezza”) e “quod non est assumptum, non est sanatum” (“ciò che non è stato assunto - dal Verbo - non è stato sanato”). Se in qualche modo l’umanità di Cristo venisse diminuita o stravolta, non si tratterebbe di un mero problema dottrinale, di una fine quisquilia riservata ai teologi e alle loro dispute accademiche: si metterebbe a repentaglio l’effettivo e reale compimento dell’opera della redenzione. Fu l’uomo, infatti, a peccare e pertanto un vero uomo doveva esserne il redentore; fu Dio ad essere offeso dal peccato dell’uomo e pertanto solo un Dio poteva offrire un sacrificio e una riparazione infiniti e pertanto adeguati all’infinità maestà e dignità del soggetto offeso. La salvaguardia della vera divinità e della vera umanità di Cristo e la comprensione dei loro corretti rapporti è l’unica garanzia della certezza della redenzione compiuta.
Eutiche, entusiasta delle idee di Cirillo e traendo da esse (come spesso anche oggi accade) inferenze del tutto arbitrarie e non certo incluse nelle premesse fece - volendo esemplificare - questa considerazione. Se è davvero la persona divina del Verbo che si fa  veramente uomo (non limitandosi ad adottare o affiancare la persona umana di Gesù, come voleva l’eresia nestoriana), ne deve conseguire che l’immensità, la grandezza, l’eccellenza della natura divina che il Verbo porta con sé e a cui unisce la natura umana creata nel grembo della Vergine, è potente e divina da assorbire, quasi del tutto, la povera natura umana, che dinanzi a tanta immensità si troverebbe in condizione non dissimile da quella che avrebbe una goccia in un oceano (l’esempio della goccia e dell’oceano fu fatto proprio da Eutiche). Come tutte le eresie, il discorso appare convincente, seducente ed anche assai opportuno ad una prima lettura, perché apparentemente esalta la dignità e la divinità del Verbo e umilia la nostra povera umanità (che certamente deve stare ben piccola e umiliata dinanzi all’immensità divina): ma le conseguenze di una simile lettura producono inevitabilmente l’eresia che prese il nome di monofisismo (dal greco “monos”: “uno” e “fusis”: “natura”) che ha in Eutiche il fondatore e che fu oggetto di condanna severa e risoluta da parte del Concilio di Calcedonia (451).
Anche in questo Concilio ci fu uno straordinario uomo di Chiesa le cui idee furono semplicemente prese e sottoscritte dai padri conciliari. Un po’ più grande di un vescovo (tale era san Cirillo di Alessandria), perché vescovo della sede del successore di Pietro e quindi papa dell’orbe cattolico: si tratta di san Leone Magno (390-451), che fu il 45° successore di san Pietro e Papa dal 440 al 451. Passò alla storia come il Pontefice che non ebbe paura di andare di persona accanto al terribile Attila e che fu un grandissimo “defensor fidei” non solo contro il monofisismo, ma anche contro il manicheismo (non ancora estirpato) e il pelagianesimo, eresie contro le quali molto ebbe a scrivere e lottare anche il grande sant’Agostino di Ippona (354-430) che fu in parte contemporaneo del grande e santo Papa, il quale fu, peraltro, anche strenuo e alacre difensore dell’importanza e del primato della sede romana. Vedremo nei suoi scritti una tale lucidità e profondità di pensiero da lasciare senza parole. Il modo con cui spiega tale delicatissimo e difficilissimo aspetto dell’incarnazione è davvero incantevole. Pieno di sapienza tutta divina. Non per nulla la storia gli ha tributato l’appellativo “magno” che solo a pochi è stato concesso. A san Leone lo fu anche per la sua luminosa dottrina sul Verbo incarnato, vero faro che ha acceso di nuovi fulgori la radiosa e solare dottrina della fede della Santa Chiesa Cattolica.

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.