Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2020-03-26

L'importanza fondamentale della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa

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"Le divine Scritture sono la regola suprema della  fede e devono avere un ruolo di preminenza e fondamento nella teologia e nella vita spirituale dei fedeli"


Il sesto ed ultimo capitolo della Dei verbum è dedicato a mostrare l’importanza e la rilevanza della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Il tema è affrontato in modo dettagliato e articolato, partendo dalla venerazione della Chiesa verso le divine Scritture per concludere con un’esortazione pastorale a valorizzare la sacra Scrittura soprattutto da parte di coloro che, nella Chiesa, a diverso titolo esercitano il ministero della predicazione o ad esso partecipano.
“Insieme con la sacra Tradizione, la Chiesa ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo” (DV 21). La venerazione che la Chiesa ha per le Sacre Scritture è altissima e lo dimostrano anche i significativi gesti liturgici di venerazione fatti nei confronti di essa nelle celebrazioni solenni: in esse, infatti, è contenuta la viva voce di Dio Padre che “con molta amorevolezza viene incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi” (ibidem). Conseguentemente essa deve essere anima e guida della predicazione ecclesiastica affinché la luce della divina Parola “illumini la mente, corrobori la volontà e accenda i cuori degli uomini all’amore di Dio” (DV 23). A testimonianza di tale importanza, si badi  al fatto che la Parola di Dio è e deve sempre presente nella celebrazione di tutti i sacramenti (e sacramentali), soprattutto in quella eucaristica, ricordando che la sua rilevanza nella vita della Chiesa e dei fedeli e la venerazione che le è dovuta sono seconde solo al culto che la Chiesa rende al Santissimo Sacramento dell’altare. 
La Chiesa esorta pertanto a dare alla Parola di Dio scritta - sempre unitamente alla Tradizione - un ruolo di preminenza (anzi di verso e proprio fondamento) nella Sacra Teologia, di cui espressamente si dice che deve essere “l’anima” (DV 24). Questo sarà possibile solo grazie ad una sempre maggiore comprensione di essa, che si potrà raggiungere sia attraverso una buona, sana e corretta esegesi (sempre da condurre sotto la vigilanza del Sacro Magistero, che è e resta l’unico interprete autentico dei Sacri Testi), sia attraverso un rinnovato e sempre più approfondito studio dei santi Padri della Chiesa sia di Oriente che di Occidente, stante il fatto che tutta la teologia patristica era letteralmente impregnata, intrisa e traboccante di continui riferimenti alle Sacre Scritture come punto di riferimento fermo, perpetuo e assolutamente normativo (cf DV 23). La Chiesa invita inoltre i suoi figli a coltivare sempre più e sempre meglio le scienze bibliche con rinnovato impegno, entusiasmo e competenza e con una costante “conformità al pensiero della Chiesa” (ibidem) cosa che costituisce un presupposto irrinunciabile per un’esegesi che voglia dirsi ed essere autenticamente cattolica.
L’immenso patrimonio della Sacra Scrittura è messo a disposizione di tutti i fedeli con opportune e fedeli tradizioni, che il Concilio raccomanda di farsi soprattutto dai testi originali e che siano sempre “appropriate e corrette” (DV 22), oltre che, evidentemente approvate dalle competenti autorità ecclesiastiche. È ribadita la grande importante e la grande venerazione che soprattutto anticamente fu data alla prima grande opera di traduzione dei testi dell’Antico Testamento in lingua greca, detta “dei Settanta”, nonché l’altra grande opera di traduzione dei testi sia dell’Antico che del Nuovo Testamento in lingua latina operata da san Girolamo nella ben nota Vulgata”.   
I “sacerdoti di  Cristo, diaconi e catechisti” che, in forza del loro ufficio sacramentale o pastorale devono dedicarsi alla predicazione, sono evidentemente esortati a stare “in contatto con le Scritture mediante la sacra lettura assidua e lo studio accurato” (DV 25), ossia unendo preghiera e scienza, vita e teoria, sequela e competenza. Tale esortazione è estesa a tutti i fedeli soprattutto coloro che vivono nello stato religioso, raccomandando a tutti che la lettura della Bibbia non sia mai una sterile e fredda attività intellettuale ma diventi preghiera, “sia accompagnata dalla preghiera”, diventi “dialogo tra Dio e l’uomo”, poiché è Lui che si ascolta quando si leggono i divini oracoli e a Lui si deve parlare - in risposta - quando con essi si prega (ibidem).
Quanto di tutto ciò sia diventato patrimonio comune dei fedeli e delle comunità è difficile dirsi a livello generale, perché le situazioni delle Chiese sono sempre molto peculiari e differenziate. Indubbiamente la linea tracciata dalla Costituzione deve essere con sempre rinnovato zelo e impegno percorsa o - talora - da percorrere con maggiore alacrità e fervore. Sembra che molti tra i primi cristiani conoscessero i Vangeli a memoria. Non è certo indispensabile tanto zelo (anche se fortemente auspicabile); si badi però, almeno, a non dimenticare mai l’adagio di san Girolamo citato nel penultimo paragrafo della Dei verbum: “l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo” (DV 24). Altrimenti si corre il rischio di illudersi di conoscere il Signore, quando in realtà Egli rischia di rimanere in non poche coscienze il più illustre tra gli sconosciuti.

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.