Figlie, specie e gradi dell'ira

Il vizio capitale dell’ira, secondo l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, ha sei figlie, tre specie e tre gradi. Le figlie sono l’indignazione, la tracotanza, il clamore, la bestemmia, l’insulto e la rissa; e specie sono la bile, la mania e il furore; i gradi sono l’ira interna, l’ira esterna nella manifestazione e l’ira esterna nell’esecuzione.
L’indignazione o sdegno, prima figlia dell’ira, consiste nei moti di rabbia, stizza o estremo fastidio che si provano contro il prossimo nel momento in cui apprendiamo che egli ha fatto qualcosa di offensivo nei nostri confronti, o nei confronti dei nostri ideali, dei nostri cari, dei nostri beni e cosa via. I primi moti dell’indignazione, ordinariamente, sorgono spontaneamente e, come tutti i peccati di passione, diventano formalmente peccato solo in seguito al nostro consenso. Tanto per fare un esempio, se io vedo una persona compiere una cattiva azione, certamente avvertirò un moto di sdegno, ma posso reagire in maniera molto differente: assecondandolo (e quindi pensando una frase tipo: “ma guarda questo!”, o peggio…), oppure respingendolo e recitando mentalmente un’Ave Maria perché il Signore aiuti questo mio povero fratello peccatore a prendere coscienza dei suoi errori. E’ evidente che in questo secondo caso, pur avendo sentito e avvertito i moti dell’indignazione, non solo non ho commesso alcun peccato, ma ho praticato un grande atto di virtù (forse eroica, se la cosa che avevo visto fare aveva suscitato in me un profondissimo sdegno). La tracotanza consiste invece nell’accogliere il proposito di vendicarsi del male in qualunque modo subito, cominciando ad escogitare le forme e i modi più adeguati per mettere in pratica tale progetto. Non si pensi a chissà quale piano o azione sia necessario pensare per cadere in questo peccato. La stragrande maggioranza delle “vendette” ordite nella vita quotidiana consiste in piccole rivalse: parlare male della persona ad un terzo, togliergli il saluto, infliggergli una piccola mortificazione, e così via. Contro questa figlia dell’ira, che è sempre peccaminosa, si ergono stentoree le parole della Sacra Pagina che tuona: “chi si vendica avrà la vendetta del Signore ed egli terrà sempre presenti i suoi peccati!” (Sir 28,1). Il clamore consiste nel cominciare ad esternare con le parole, espresse in modo confuso, disordinato e sgraziato il proprio sdegno interiore. Ordinariamente lo si fa pronunciando delle piccole imprecazioni o parolacce contro la persona o contro la situazione (credo che sia inutile fare esempi inopportuni dato che questa modalità di esternazione è, ahimé, oltre modo diffusa), senza giungere a vere e proprie offese del prossimo o di Dio, cosa che avviene nella successive due figlie. La bestemmia, infatti, non è altro che il rivolgere ingiurie di rabbia e di sdegno (totalmente ingiustificate) contro Dio, la Madonna e i santi per sfogare la propria profonda indignazione contro gli unici che non ne hanno la minima colpa, mentre l’insulto consiste nel rivolgere parole offensive - volgari per lo più (ma non necessariamente) - a colui che è stata la causa della nostra arrabbiatura, aggredendolo, offendendolo o mortificandolo. L’ultimo atto a cui può portare la passione dell’ira è quella che l’Angelico chiama “rissa”, nel significato generico di “passaggio alle vie di fatto”, cosa che può avvenire in forma lieve (qualche spintone, qualche schiaffo, o cose del genere), oppure in grado serio (percosse reiterate che provochino lesioni lievi o gravi) e, infine, purtroppo, anche in forma grave (pestaggi, pubbliche umiliazioni, linciaggi) o gravissima (come avviene negli omicidi passionali). Si badi che questa sequenza, che qui abbiamo tentato di analizzare e descrivere analiticamente per quanto possibile, può avere una velocità di esecuzione rapidissima nel cuore dell’iracondo, per cui il passaggio dallo stadio dell’indignazione all’omicidio può anche essere cosa di pochissimi secondi. Il che ci induca a meditare e ben considerare quanto è pericoloso trascurare il dominio di questa passione e minimizzare gli effetti nefasti a cui può condurci il coltivarla in maniera deliberata e consapevole.