L’ira. Un vizio molto diffuso, radicato e oltremodo pericoloso, in quanto è sotto la sua spinta che l’uomo arriva a compiere una notevole serie di atti disordinati: bestemmie, imprecazioni, volgarità, percosse, tumulti, insulti e, in alcuni casi, violenze (anche efferate) e omicidi. A detta dei filosofi classici, infatti - Aristotele in primis, seguito anche in questo da san Tommaso d’Aquino – l’ira è la più violenta delle passioni e, se non è controllata, diventa una marea montante capace di far perdere ogni freno inibitore rendendo l’uomo capace delle peggiori azioni. Alcune persone presentano una particolare inclinazione a tale vizio per ragioni temperamentali, in particolare i sanguigni e, più ancora, i collerici. Per queste categorie dominare l’ira diventa un’impresa a dir poco titanica, anche se santi del calibro di san Francesco di Sales e san Giovanni Maria Vianney, passati alla storia come emblemi e campioni di mansuetudine e dolcezza, confessavano candidamente di essere collerici per temperamento. Una battaglia dunque dura per tutti, molto dura per alcuni, ma non impossibile da vincere. Vediamo anzitutto nel dettaglio le caratteristiche di questo vizio capitale.
Il dottore Angelico qualifica l’ira come direttamente contraria alla virtù della mansuetudine e ne individua sei figlie, tre specie e tre gradi. Afferma, inoltre, che oggetto proprio di questo vizio è il fastidio e l’irritazione che l’uomo prova di fronte a ciò che ne contraria la volontà, in particolare nei casi in cui un individuo ostacola il perseguimento dei propri progetti o delle proprie aspirazioni, oppure semplicemente ne oscura in qualche modo il prestigio o l’eccellenza. Quando l’ira si muove contro un individuo, assume spesso i contorni del desiderio di vendetta, consistente nella brama di infliggere un male all’avversario come personale e arbitraria retribuzione alla presunta ingiustizia subita.
Dell’ira si parla reiteratamente in moltissimi passi della Sacra Scrittura. Celebri sono gli aforismi di nostro Signore pronunciati su questo vizio in occasione del discorso della montagna: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5,21-22). Con queste parole Gesù afferma chiaramente che quando l’ira porta al disprezzo profondo della persona (“dire pazzo”) diventa un vero e proprio peccato mortale, come si evince chiaramente dal fatto che la sua conseguenza è “il fuoco della Geenna”. Ma anche il semplice adirarsi (anche se con la ragione dalla propria parte) rappresenta formalmente un peccato se, come sua conseguenza, si sarà “sottoposti al giudizio”. San Paolo fa eco fedele a questi insegnamenti: “Nell’ira non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26). Poco più avanti aggiunge: “Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità” (Ef 4,31). Anche l’apostolo san Giacomo, cugino di nostro Signore Gesù Cristo, esorta i suoi figli a guardarsi da questo vizio: “Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. Perché l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio” (Gc 1,19-20). Come sempre si tenga presente che questi spunti biblici hanno carattere meramente esemplificativo. Sono molti altri i luoghi della Sacra Scrittura in cui vengono in vario modo stigmatizzati gli effetti nefasti dell’ira e condannato questo vizio. Per ora ci basti concludere, in base a quanto appena visto, che l’ira è sempre come minimo occasione prossima di peccato, più sovente costituisce di per se stessa peccato, in alcuni casi, a seconda del grado, dei modi, delle forme e delle circostanze, può diventare peccato mortale.
