Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2019-11-13

L'obbedienza della fede

← Tutti gli articoli
"Se grande è stata la misericordia di Dio nel rivelare se stesso e i suoi voleri, occorre che il destinatario di essa – l’uomo – la ascolti, la accolga, la recepisca e ne faccia criterio ispiratore e fondante di tutta la sua vita. Questo imprescindibile processo di risposta a Dio che si rivela è designato, già dall’apostolo Paolo, con il termine “obbedienza della fede” (cf. Rm 1,5). Ad essa esorta la Costituzione sulla divina Rivelazione, precisandone nel dettaglio ambiti, contenuti e manifestazioni"



“A Dio che rivela è dovuta «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr. Rm 1,5; 2 Cor 10,5-6), per la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando «il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela» e acconsentendo volontariamente alla rivelazione fatta da Lui. Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio  che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente e dia «a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità». Affinché poi l’intelligenza della Rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni” (DV 5).
La fede, come è noto, è una virtù teologale infusa che tutti i credenti hanno ricevuto in dono con il sacramento del Battesimo. Senza questo “input” soprannaturale un’eventuale possibile adesione a verità che sono assolutamente inevidenti sarebbe del tutto impossibile. Questo lume divino, tuttavia, rappresenta un aiuto che non toglie, anzi richiede l’esercizio della libertà dell’uomo nell’accogliere la rivelazione, spingendo l’intelletto e la volontà a prestare ossequio a Dio che si rivela. L’intelletto, infatti, deve far sue notizie e informazioni che non può sottoporre a verifica sperimentale e sensibile; la volontà, dal canto suo, deve da un lato muovere l’intelletto a compiere tale operazione e dall’altro operare conseguentemente alle verità di fede apprese e ricevute dalla Rivelazione. Tanto per fare un esempio molto banale e spicciolo, se si accoglie la verità di fede che Gesù, come narra il Vangelo di Giovanni (20,22-23), la sera di Pasqua ha conferito agli apostoli il potere di rimettere i peccati istituendo il sacramento della penitenza, dovrà poi essere cura del credente cominciare ad usare frequentemente e fruttuosamente tale sacramento. Questa è, dunque, l’obbedienza della fede: l’ascolto e l’accoglienza di ciò che Dio rivela e il conseguente adeguamento della vita e delle scelte di vita a quanto fatto proprio e creduto. Oltre alla fede ricevuta nel Battesimo, concorrono a tali atti di fede, le cosiddette grazie prevenienti e concomitanti, ossia quegli aiuti che lo Spirito Santo offre (a chi non pone ostacoli) perché le menti si aprano e l’adesione alle verità di fede sia operata - come Dio vuole - con dolcezza, soavità e convinzione, oltre che liberamente. Una fede che sia imposta e non proposta e presentata con durezza, intransigenza o terrore non è quella che Dio gradisce né quella che conosciamo dalla Rivelazione.
Della Rivelazione in senso stretto fanno parte due generi o categorie di verità: quelle a cui l’intelletto potrebbe arrivare anche senza una rivelazione esplicita, ossia servendosi della luce della ragione naturale e l’ausilio delle cose create; e quelle che, per contro, trascendono i limiti e le possibilità di comprensione umana alle quali sarebbe impossibile arrivare con un’operazione lasciata al solo intelletto. È bene fare un esempio anche in questo caso. Che esista un Dio creatore e signore dell’universo è verità, di per sé, non inaccessibile alla retta ragione, come peraltro ha definito in modo autentico il Concilio Vaticano I nella costituzione Dei Filius (Cf Denz 3004). Tuttavia il fatto che Dio sia trino (oltre che uno) è verità che, oltre a trascendere la possibilità di comprensione da parte della ragione umana (dato che nessuno può comprendere bene come sia possibile che un solo Dio sia distinto in tre persone), non potrebbe essere minimamente conosciuta senza la Rivelazione. Noi sappiamo che Dio è trino semplicemente perché Gesù si è definito figlio  (in senso forte e stretto) del Padre e perché ha promesso e poi inviato lo Spirito Santo. Senza questi riferimenti rivelati, chi potrebbe immaginare che Dio, unico nella sostanza, sia trino nelle persone? Al riguardo si legge nel paragrafo seguente della Dei Verbum:
“Con la divina Rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, «per renderli cioè partecipi di quei beni divini, che trascendono la comprensione della mente umana». Il santo Concilio professa che «Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale dell’umana ragione a partire dalle cose create» (cfr. Rm 1,20); ma insegna anche che è merito della Rivelazione divina se «tutto ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile alla umana ragione, può, anche nel presente stato del genere umano, essere conosciuto da tutti facilmente, con ferma certezza e senza mescolanza d’errore»” (DV 6).
La rivelazione, dunque, da un lato conferisce certezza assoluta a ciò che sarebbe di per sé conoscibile  (non senza un certo sforzo) anche dalla retta ragione; dall’altro svela verità, prospettive e orizzonti decisamente misteri e soprannaturali a cui l’intelletto, lasciato in balia della propria luce naturale, mai potrebbe da se stesso arrivare.

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.