Chi accede direttamente al Paradiso. Cosa è la visione beatifica. Come sarà la risurrezione della carne
La Costituzione Benedictus Deus di Papa Benedetto XII (1336) contiene definizioni dogmatiche che ben definiscono, per quanto ci è possibile conoscerlo, il Paradiso e le condizioni per accedervi. Anzitutto, con l’Ascensione di Gesù ha avuto termine e compimento definitivo la sua opera di redenzione compiuta a favore degli uomini. Conseguentemente, da quel momento in poi, il Paradiso ha cominciato ad essere certamente “popolato” anche di anime umane, oltre che - come da quando fu creato - dalle schiere degli angeli fedeli a Dio. Non entra però in Paradiso nessuno che non sia perfettamente purificato dai peccati e dalle loro macchie, pene e scorie. Pertanto, al momento della morte, accedono immediatamente al Paradiso solo le anime dei Martiri e dei bambini battezzati ancora privi dell’uso del libero arbitrio. Perfino vergini e confessori vi entrano subito solo a patto che non ci sia in esse nulla da purificare al momento della morte... Alla luce di ciò, si vede quanto sia inopportuno e fuori luogo (oltre che privo di fondamento) ritenere che, al momento della morte, ci sia una sorta di scontato accesso - peraltro immediato - alla patria celeste per tutti a prescindere da quello che si sia operato e compiuto in vita, cosa che non di rado capita di udire da più di qualche parte. Fermo restando che, per quanto sta in Lui, Dio vorrebbe tutti i suoi figli con sé in Paradiso e che la sua misericordia ha la capacità di perdonare qualunque peccato di cui ci si penta, rimane il fatto che l'accesso alla Patria celeste è subordinato: al pentimento dei propri peccati; alla purificazione dalle loro scorie e riparazione delle loro conseguenze; al compimento di quelle che la Sacra Scrittura chiama le "opere giuste dei santi" (cf Ap 19,8), simboleggiate dalle vesti bianche o nuziali dei beati del Cielo (cf Mt 22,11-12). È pertanto assai importante continuare a formare i fedeli sull'importanza delle indulgenze (di cui ordinariamente i defunti hanno grande bisogno), sul valore e sull’importanza delle Sante Messe per i defunti e di tutti gli altri suffragi con cui la Chiesa pellegrina sulla terra può aiuta le anime di coloro che sono passati da questo mondo, esercitando una stupenda e importantissima opera di misericordia spirituale.
A proposito, inoltre, della visione beatifica, essa, a detta del Pontefice Benedetto XII, consiste nella visione intuitiva ed immediata, della divina essenza, in modo esplicito, chiaro e senza veli. Questo è il fine per cui siamo stati creati e solo quando questo diverrà realtà saremo felici. Come spiega egregiamente san Tommaso d’Aquino, la visione beatifica, nel momento stesso in cui accade, rende perfettamente felici e assolutamente impeccabili, perché causa un’unione tale con Dio che non si può non pensare come Lui, non volere come Lui, non operare come Lui. Si diventa, se ci ci può esprimere così, dei piccoli “dèi” per partecipazione, uniti a Dio e fusi con Lui in maniera assolutamente totale, piena, definitiva e indissolubile. Insieme alla felicità, derivante dall’amore infinito verso Colui che è sommamente amabile e che finalmente si fa conoscere senza veli dalla creatura, sgorga anche la pace sempiterna, quella pace che tutti gli uomini cercano, ma che in questa terra quasi nessuno trova. Tutto questo avviene per le anime in stato di separazione dai corpi mortali che hanno abitato sulla terra, ben prima del giudizio universale. Come dice san Paolo (cf 1Cor 13), la visione e il godimento (o fruizione) della divina essenza fanno necessariamente cessare gli atti delle virtù teologali della fede e della speranza: i primi cessano perché si vedono e si conoscono le cose che prima si credevano senza poterle vedere ed avendone una conoscenza molto oscura, imperfetta e limitata; i secondi perché ciò a cui si tendeva e anelava attraverso le ali della virtù teologale della speranza, è ora possesso attuale e traguardo raggiunto e quindi non occorre più tendervi, sforzarsi per poterlo meritare o anche solo desiderarlo. Tale stato è eterno e immutabile. Quella percezione della fugacità dei rari momenti di felicità godibili in questo mondo, cesserà semplicemente di essere e di ciò si sarà perfettamente consapevoli. Si provi ad immaginare cosa possa significare essere pienamente felici e sapere che tale stato perdurerà eternamente senza cessare, anzi continuando ad aumentare in misura crescente ed esponenziale e fino all'infinito, senza possibilità alcuna di provare alcuna stanchezza o tedio (come accade con le piccole cose effimere di questo mondo) perché si tratta di diletti immensi e sempre nuovi. La medesima Costituzione, infine, proclama, senza mezzi termini l’esistenza e l’eternità dell’Inferno ed anche l’unica condizione necessaria per andarci: “morire in stato di peccato mortale”. Per compiere un peccato mortale occorrono, come è noto, le tre condizioni della piena avvertenza, del deliberato consenso e della materia grave. Chi muore in stato di reale peccato mortale senza pentimento, ossia in stato di separazione da Dio e con l'anima, disgraziatamente, già appartenente al nemico di Dio (del quale, peccando, si compiono le opere), viene da lui presa e portata a condividere in eterno il suo disperato destino di immutabile separazione da Dio, con tutte le pene e i tormenti connessi con questo orrido stato. Infine, il Pontefice ricorda e ribadisce le verità di fede della risurrezione della carne, che avverrà con i corpi propri e personali, cioè quelli avuti in questa vita e il giudizio universale, che determinerà gloria o dannazione eterna a seconda delle opere compiute in questa vita mortale, sia in bene che in male. Tutte queste semplicissime verità, di cui un tempo era a dir poco pletorico parlare, tanto erano conosciute e radicate nella coscienza dei fedeli, oggi sembrano cadute nell’oblio, quando non addirittura derise, motteggiate o ridicolizzate. La fede della Chiesa, tuttavia, che di esse è custode, non cambia. Ed anche queste, oggi come ieri e come sarà per sempre, con materna e fedele fermezza, ci propone a credere.
