LINEE
ESSENZIALI
DELL’INSEGNAMENTO
DELLA CHIESA
1. La famiglia, luogo dell’amore e
della vita
Papa Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica
Familiaris Consortio sui compiti
della famiglia cristiana, scriveva queste illuminate parole: “La famiglia, nei tempi odierni, è stata
investita da profonde e rapide trasformazioni. Alcune di esse sono divenute
incerte e smarrite di fronte ai loro compiti o addirittura dubbiose e quasi
ignare del significato ultimo e della verità della vita familiare e coniugale.
Consapevole che il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei beni più
preziosi dell’umanità, la Chiesa vuol far giungere la sua voce ed offrire il
suo aiuto a chi, già conoscendo il valore del matrimonio e della famiglia,
cerca di viverlo fedelmente, a chi, incerto ed ansioso, è alla ricerca della
verità ed a chi è ingiustamente impedito di vivere liberamente il proprio
progetto familiare”. Questo opuscolo vuol farsi eco dell’ansia apostolica
del nostro compianto Pontefice e offrire, in forma succinta, semplice e chiara,
il nucleo essenziale di ciò che Gesù e la sua Chiesa rivelano sulla famiglia
umana. Compito che appare quanto mai urgente nell’attuale contesto storico in
cui si moltiplicano le forze disgregatrici del consorzio familiare e compaiono
nuove tendenze, prassi, o costumi, gravemente disordinati dal punto di vista
etico, che accampano perfino la pretesa di ottenere il riconoscimento
legislativo. Per noi cristiani la famiglia è luogo e casa dell’amore e della
vita, come ha scritto Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: non l’amore “erotico”
che mette al centro l’io e il soddisfacimento dei propri piaceri ed interessi,
ma l’amore “agapico” ovvero l’amore
di carità, che mette al centro il tu ed è capace anche di morire per amore dell’altro;
questo amore si compie nel generare una nuova vita, vita non meramente
biologica, ma vita umana destinata
alla vita eterna, che i coniugi hanno
l’onore e l’onere di promuovere, accogliere ed educare, agendo in nome e per
conto di Dio, consci che dalle loro scelte, per volontà di Dio che ha voluto
affidare un compito così sublime e così grande ad un uomo e ad una donna,
dipende la sorte terrena ed eterna di vite umane.
2. Purezza, pudore, modestia, verginità
e castità
Ai nostri giorni, purtroppo, questi termini possono
suscitare un sorriso ironico di compatimento, o essere ritenuti arcaici,
obsoleti, anacronistici, fuori moda; per qualcuno andrebbero banditi e
sostituiti dai loro contrari: impurità, impudicizia, inverecondia,
libertinaggio. Noi cristiani, tuttavia, non ci vergogniamo del Vangelo, che è
sempre lo stesso, come sta scritto: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e
sempre: non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine” (Eb 13,8-9).
Il Signore Gesù disse: “Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Nella purezza
di cuore, infatti, sono contenute tutte le virtù necessarie per essere
santi nel corpo e nello spirito, nella famiglia e nella società. La purezza è
quella virtù che, nascendo dal cuore, sa dare il giusto valore a tutte le cose:
prima Dio, poi il resto; prima l’anima, poi il corpo; prima il bene degli
altri, poi il proprio. Dio è purezza assoluta e la sua purezza consiste nel non
poter pensare, desiderare
o fare il male. Dio è puro spirito; ed anche se ha creato i nostri corpi, che
sono cosa buona, ci ricorda che più grande del corpo è l’anima. Il suo essere è
amare totalmente: ed ogni amore autentico deve trovare in Lui il suo punto di
riferimento principale e normativo.
L’amore umano sponsale, dunque, per essere
autentico deve imitare il “donarsi totalmente di Dio” e pertanto deve essere esclusivo: rivolto ad una sola creatura,
senza averne conosciute altre in precedenza ed intenzionato ad appartenere
totalmente all’altro a qualunque costo, in ogni modo e in ogni tempo. Come
potrà infatti dirsi esclusivo un amore
che si è già dato ad altri? E quale più bel regalo di nozze possono farsi i
coniugi che l’essersi preservati e conservati l’uno per l’atro?
Per ottenere questo, è necessario custodirsi puri
nei pensieri, negli occhi e nel corpo. La purezza del corpo trova infatti nei
pensieri e nel cuore la propria origine, nella volontà di amare veramente la propria
forza, nella grazia di Dio e nella sua divina purezza la garanzia della propria
custodia, anche a costo di grandi sacrifici. La purezza del corpo va custodita
dalla modestia nel vestire, per mezzo
della quale, pur curando il buon gusto, il decoro e la bellezza esteriore
(pallidi riflessi dell’infinita bellezza di Dio), evita di ostentare, mettere
in mostra, essere incitamento a pensieri o desideri non puri, guardandosi dal
provocare, sedurre, o, nei casi peggiori, dare scandalo. Quanti adolescenti,
seguendo le mode – quelle mode di cui la Madonna di Fatima predisse l’avvento,
avvertendo che avrebbero offeso molto Dio – hanno perduto la propria purezza,
scoprendo poi di essere stati solo strumenti da usare e poi gettare!
La purezza del corpo permette dunque la totalità
del dono di sé: ed in questo consiste il vero amore. Ora, il nostro amore può
rivolgersi in due dimensioni: verso Dio, e questo è l’amore verginale; o verso
una creatura diversa da me e a me complementare, e questo è l’amore umano sponsale,
da vivere nella castità, sia nel fidanzamento che nel matrimonio. I fidanzati,
infatti, devono rispettare la santità e la sacralità di una persona (e di un
corpo) che ancora non gli appartiene, e quindi limitare le forme di
comunicazione del proprio amore (ancora precario e informe) ai soli gesti
idonei a veicolare l’affetto, simili a quelli che ci si scambia anche in
famiglia o tra amici. Gli sposi, invece, che hanno fatto dono totale e
reciproco di sé possono amarsi con la totalità di se stessi (corpo, anima e
spirito), sempre coscienti del fatto che il loro amore può (e deve) essere
fecondo, cioè aperto alla collaborazione con l’opera creativa di Dio, che ha
inscritto, negli atti coniugali, la capacità di generare la vita; e l’amore,
vissuto così, ha la benedizione di Dio.
La castità coniugale esige dunque dagli sposi che mantengano
in un contesto di vero amore l’integro
senso della mutua donazione e della procreazione umana; ciò comporta la connessione inscindibile, che Dio ha
voluto e che l’uomo non può rompere di
sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato
unitivo (la mutua e totale donazione di sé che i coniugi si scambiano) e il significato procreativo (il non
porre nessun tipo di volontario impedimento
al possibile concepimento di una vita umana). Da questa verità fondamentale dipende
tutto l’insegnamento della Chiesa sulla santità del matrimonio e della famiglia
umana.
3. Insegnamenti dei Papi
1) Pio XI,
lettera enciclica Casti Connubii (1930)
«Poiché nel nostro tempo vi sono alcuni che, sul
tema della castità del consorzio coniugale, abbandonando la dottrina cristiana,
hanno preteso di predicarne un’altra, la Chiesa cattolica, a cui Dio ha
affidato il compito di insegnare e difendere l’integrità e onestà dei costumi,
per preservare la castità del consorzio coniugale dalla turpitudine, proclama
fortemente, per mezzo della Nostra parola che qualsiasi uso del matrimonio, nel quale per studio umano, l’atto sia
destituito della sua naturale capacità procreatrice, va contro la legge di Dio
e della natura e coloro che commettessero tali azioni si rendono colpevoli di
colpa grave». Subito dopo, per prevenire il cattivo comportamento di alcuni
ministri di Dio che, con la scusa di essere “buoni” e “aperti” traviano le
coscienze dei fedeli (ed a cui, per la verità, alcuni di essi si rivolgono per
averne “assoluzioni facili”), il Pontefice aggiunge: «Per questo ammoniamo tutti i sacerdoti che si
danno ad ascoltare le confessioni e gli altri che sono in cura di anime, che non permettano ai fedeli a sé affidati
di errare in un punto così grave
della legge di Dio e molto più che preservino se stessi da queste falsi
opinioni e non si rendano, in qualsiasi modo, ad esse conniventi. In verità, se qualche confessore o pastore di anime – Dio
ci scampi – inducesse egli stesso in tali
errori i fedeli a sé affidati o quanto meno ve li confermasse sia approvandoli
sia con inganno tacendo, sappia che dovrà rendere severo conto a Dio, Giudice
supremo, del suo ufficio tradito e ritenga rivolte a sé le parole di Cristo: “sono
ciechi e guide di ciechi. E se un cieco guida un altro cieco, tutti e due
cadranno in un fosso” (Mt 15,14)».
2) Paolo VI:
lettera enciclica Humanae Vitae (1968)
«Ogni azione
che, o in previsione dell’atto coniugale (pillola anticoncezionale, spirale
e sterilizzazione), o nel suo compimento
(profilattico o coito interrotto), o nello
sviluppo delle sue conseguenze naturali (aborto e pillola RU 486), si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione è intrinsecamente cattiva. Nel compito di trasmettere la vita gli sposi non sono liberi di
procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto
autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro
agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del
matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della
Chiesa».
3) Giovanni
Paolo II: esortazione apostolica Familiaris Consortio (1981)
«Nel contesto di una
cultura che gravemente deforma o addirittura smarrisce il vero significato
della sessualità umana, la Chiesa sente più urgente la sua missione di
presentare la sessualità come valore e compito di tutta la persona creata a
immagine di Dio. Quando i coniugi, mediante il ricorso alla contraccezione,
scindono i due significati (unitivo e
procreativo) dell’atto coniugale che Dio Creatore ha inscritti nell’essere
dell’uomo e della donna, si comportano come “arbitri” del disegno divino, “manipolano”
e avviliscono la sessualità umana e con essa la persona propria e del coniuge,
alterandone il valore di donazione “totale”. Al linguaggio nativo che esprime
la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un
linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi all’altro
in totalità. Quando invece i coniugi, mediante il ricorso a periodi di
infecondità [i “metodi naturali”],
rispettano la connessione inscindibile dei significati unitivo e procreativo
della sessualità umana, si comportano come “ministri” del disegno di Dio ed “usufruiscono”
della sessualità secondo l’originario dinamismo della donazione “totale”,
senza manipolazioni ed alterazioni. In
tal modo la sessualità viene rispettata e promossa nella sua dimensione
veramente e pienamente umana, non mai invece usata come un oggetto».
4. I rapporti
prematrimoniali
«Molti oggi rivendicano il diritto all’unione
sessuale prima del matrimonio, almeno quando una ferma volontà di sposarsi e un
affetto, in qualche modo già coniugale nella psicologia dei soggetti,
richiedono questo completamento, che essi stimano connaturale. Questa opinione è in contrasto con la
dottrina cristiana, secondo la quale ogni atto genitale umano deve
svolgersi nel quadro del matrimonio. Infatti, per quanto sia fermo il proposito
di coloro che si impegnano in tali rapporti prematuri, resta vero, però, che
questi non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la
relazione interpersonale di un uomo e di una donna e, specialmente di
proteggerla dalle fantasie e dai capricci. Ora, è un’unione stabile quella che
Gesù ha voluto e che ha restituito alla sua condizione originale, fondata sulla
differenza del sesso. L’unione dei corpi
nell’impudicizia, invece, contamina
il tempio dello Spirito Santo, quale è divenuto il cristiano. Pertanto l’unione
carnale non è legittima se tra l’uomo e la donna non si è instaurata una
definitiva comunità di vita. Ecco ciò che ha sempre inteso e insegnato la
Chiesa» (CDF, Persona Humana, 1975).
5. L’inseminazione
e la fecondazione artificiale
«Le tecniche che provocano una dissociazione dei
genitori, per l’intervento di una persona estranea alla coppia (dono di sperma
o ovocita, prestito dell’utero) sono gravemente
disoneste. Tali tecniche (inseminazione e fecondazione artificiale eterologhe) ledono il diritto del figlio
a nascere da un padre e da una madre conosciuti da lui e tra loro legati dal matrimonio.
Tradiscono il diritto esclusivo degli sposi a diventare padre e madre soltanto
l’uno per mezzo dell’altro. Anche quando siano praticate in seno alla coppia
(inseminazione e fecondazione artificiali omologhe),
tali tecniche rimangono moralmente
inaccettabili, in quanto dissociano l’atto
sessuale dall’atto procreatore. L’atto che fonda l’esistenza del figlio non
è più un atto con il quale due persone si donano l’una all’altra, bensì un atto
che affida la vita e l’identità dell’embrione al potere dei medici e dei
biologi e instaura un dominio della tecnica sull’origine e sul destino della
persona umana. Una siffatta relazione di
dominio è in sé contraria alla dignità e alla uguaglianza che dev’essere comune
a genitori e figli. La procreazione è privata dal punto di vista morale
della sua perfezione propria quando non è voluta come il frutto dell’atto
coniugale, e cioè del gesto specifico della unione degli sposi; soltanto il
rispetto del legame che esiste tra i due significati dell’atto coniugale e il
rispetto dell’unità dell’essere umano consente una procreazione conforme alla
dignità della persona» (CDF, Donum vitae,
1989).