Considerazioni sul santo Natale
Qualche
lustro fa due noti cantautori italiani composero una canzone il cui ritornello
scandiva le parole: “O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai”. Le
motivazioni di questa provocatoria espressione, nel testo della canzone, erano,
per la verità, da rinvenire in alcuni luoghi comuni – veri ma “triti e ritriti”
– quali quello delle sperequazioni economiche e sociali del mondo occidentale
contemporaneo, del fatto che anche a Natale i ricchi ingrassano e mangiano
mentre i poveri continuano a morire di fame, dell’amara costatazione che la
prassi del regalo a tutti i costi trasforma il Natale in un business che arricchisce ancora di più
imprenditori e industriali. Come sovente accade, è tuttavia possibile operare
una trasposizione del campo di applicazione di questa espressione, provando a coglierne
i profondi significati e risvolti in relazione al mistero del Natale.
Cosa
è fondamentalmente il Natale? L’annuncio di un fatto strabiliante, mai udito,
mai neppure concepito e immaginato: Dio si è fatto uomo. Un infante, nato in un
giorno preciso e determinato in una stalla (non un’amena e accattivante
grotticella) in condizioni di estrema precarietà e indigenza, è Dio. Sembra un
bambino come tutti gli altri e in nulla traspare la sua profonda identità
eppure Dio non solo è in quel Bambino, ma Dio è quel Bambino. Niente di più
incredibile poteva essere pensato e concepito. E niente di più normale, dunque,
che l’evangelista san Giovanni, nell’incipit
della prima delle sue tre lettere, scrivesse queste sconcertanti ed
emblematiche parole: “Ciò che era fin da principio, ciò
che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che
noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo
della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò
rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre
e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo
annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1Gv
1,1-3)”. La Vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo vista, le nostre mani la
hanno toccata! Ma ci rendiamo conto?!? Dio… Questo eterno e insondabile mistero...
Questo Essere che noi sappiamo “perfettissimo”, eterno, infinito, onnipresente,
immenso, onnisciente e onnipotente, circoscritto e pienamente “contenuto” nella
realtà ontologica di un infante, un bebè, un neonato… Un Dio che vuole fare
“l’esperienza” di vivere da uomo, di condividere, con la creatura più nobile
che abbia creato sul pianeta terra, la sua stessa vita… un Dio che ha voluto
gustare “dal di dentro” (non solo per conoscenza perfetta e infallibile della
sua mente divina) cosa voglia dire vivere, amare, ridere, piangere, mangiare,
bere, dormire, avere gioia, dolore, paura, desideri, disprezzi, dolore,
speranze, sogni… Il mio personale “sogno” è che non solo i lettori di questo
articolo ma almeno tutti i cattolici del mondo trovino dieci minuti di silenzio
per meditare e pensare profondamente a questo immenso mistero: la seconda
persona della Santissima Trinità, vero Dio, da quel giorno è anche veramente
uomo come me… e mentre allora (e anche ora, pensandoci) sembra inconcepibile e
assurdo dover ammettere e riconoscere che la divinità sia contenuta e nascosta in
un infante che non parla e vagisce, nutrito come tutti i neonati al Seno
Benedetto della Santissima tra le donne, intirizzito dal freddo dicembrino,
così ora è tanto difficile ricordare che c’è un Natale quotidiano su ogni
altare del mondo in cui si celebra la santa Messa: appena il sacerdote
pronuncia le parole della consacrazione, come amava insegnare il grande san
Francesco, Lui, obbediente, si “incarna” nuovamente nell’ostia santa, stavolta
nascondendosi dietro delle specie che celano, oltre che la divinità, anche
l’umanità e privandoci anche della vista dei suoi divini occhi di infante e dei
suoi arcani vagiti di Dio Bambino: ma è esattamente lo stesso che la Vergine
Maria accolse nel suo grembo nel parto divino e verginale. Deposto non nella
mangiatoia, ma sulla pietra di un altare. E, immediatamente dopo, non appena
viene consacrato il vino contenuto nel calice, ripresentando la situazione
drammatica del Sangue divino separato dal Corpo divino (che storicamente
avvenne sul Golgota), ecco rinnovarsi misticamente anche il Sacrificio del
Calvario, compiuto per la redenzione dell’umanità.
Cosa dire? Se noi credessimo
veramente che Dio si è fatto uno di noi e che realmente ha riscattato e redento
l’umanità intera, la gioia del Natale (che forma un tutt’uno con la Pasqua)
dovrebbe essere la caratteristica normale e perenne dell’anima di ogni figlio
di Dio. Non può esistere la tristezza nemmeno se le circostanze interne o
esterne contingenti di ogni genere e tipo fossero disastrose: Dio c’è, Dio è
con me, Dio è mio amico, Dio si è fatto come me, Dio ha redento e sanato tutto,
Dio controlla tutto, Dio non permette il male se non per un bene sempre maggiore
… Quale spazio per la tristezza, per la paura, per l’angoscia, per la
disperazione? Non perché i problemi non ci siano, ma perché su di essi si erge,
imperiosa, la notizia delle notizie: “E’ Natale! Il Natale del Signore!”. Questo
Natale non è un evento qualunque, né un evento relegato o relegabile in un
passato: è l’evento degli eventi ed è in perenne e continua attuazione, sia pur
nel mistero che caratterizza l’essere, la vita e l’agire di Dio, come la santa
Messa ci ricorda... E’ dunque Natale tutti i giorni, se Natale ci fu quel 25 di
Dicembre di poco più di due millenni fa… Fuggano dunque, da ogni cuore,
tristezza e angoscia… Sorridiamo e gioiamo sempre e lodiamo incessantemente il
Signore, non perché le cose vanno bene (possono anche non andar bene affatto)
ma perché Lui è, c’è e ci sarà sempre. Con noi, come noi, per noi. Unica
condizione: accoglierlo e riconoscerlo per quello che è, aprirsi a quello che
vuole, lasciarsi salvare, guarire e trasformare dalla sua potenza operante
incessantemente per fare di noi, poveri uomini, dei veri figli di Dio,
rivestiti della sua santità, destinati alla sorte divina e gloriosa di divenire
eredi e abitanti del cielo.
