Settimo comandamento: non rubare
Il settimo comandamento è ordinato alla retta amministrazionee universale dei beni, la virtù cardinale della giustizia, i
rapporti con lo Stato in ordine alla tassazione, etc. Di tutti questi argomenti
si occupa
Il settimo comandamento è ordinato alla retta amministrazione del denaro e dei beni materiali ricevuti in dono da Dio. Come afferma il grande San Tommaso d’Aquino, ogni precetto della legge di Dio tutela qualche bene prezioso per l’uomo: i primo tre hanno come oggetto il bene sommo, ovvero Dio; il quarto il bene della famiglia; il quinto il bene della vita; il sesto la santità del corpo; il settimo i beni materiali; l’ottavo il bene morale dell’onore e della veracità, come vedremo. Si tratta di un comandamento molto importante, che coinvolge tante questioni delicate: il problema della proprietà privata, la destinazione universale dei beni, la virtù cardinale della giustizia, i raporti con lo Stato in ordine alla tassazione etc. Di tutti questi argomenti si occupa la dottrina sociale della Chiesa, una branca del Magistero che ha assunto una sua configurazione propria ed autonoma da quando il grande pontefice Leone XIII con l’enciclica Rerun Novarum (1981) ebbe modo di trattare, nel merito e nei particolari, le nuove problematiche suscitate dalla rivoluzione industriale e dalla questione operaia, che era stata monopolizzata e strumentalizzata dal movimento comunista.
Prima di entrare nel merito e nel dettaglio del settimo comandamento
occorre operare, come del resto abbiamo fatto anche per gli altri comandamenti,
delle precisazioni e delle considerazioni introduttorie di importanza capitale,
per focalizzare alcuni punti chiave dell’insegnamento di Dio, trasmesso dalla
Chiesa, sui beni temporali e il loro uso.
Anzitutto occorre dire, con
chiarezza e forza, che i beni temporali sono “beni”, non mali. Non si tratta di
una ovvia e inutile tautologia; non è infatti infrequente incontrare, anche in
non pochi ambienti ecclesiali, chi pensa che la ricchezza sia sempre in qualche
modo o in qualche forma qualcosa di negativo, da fuggire come invisa a Dio o
come necessariamente foriera o apportatrice di corruzione, malaffare o
disonestà. Le ricchezze (e con ciò si intende il denaro e i beni materiali) di
per sé sono doni di Dio che devono servire al giusto ed equo soddisfacimento
dei bisogni materiali propri e altrui. Nulla di più e nulla di meno. Se è vero
infatti che non si deve vivere per i soldi, non è tuttavia meno vero che senza
soldi non si vive… La Chiesa, in questo senso, ha condannato reiteratamente nel
corso della storia l’eresia del pauperismo,
sempre in qualche modo latente e strisciante, la quale affermava, appunto, che
le ricchezze sono un male di per sé e che quindi chiunque non avesse
abbracciato la povertà volontaria avrebbe, ipso
facto, commesso peccato. Si badi che al tempo dei grandi movimenti
mendicanti medievali, solo francescani, domenicani e carmelitani sfuggirono
alla condanna ecclesiale, mentre molti altri (tra cui Valdesi, Albigesi e
Catari, solo per fare qualche nome) incorsero in questo fatale errore. Gesù nel
Vangelo (si pensi soprattutto agli episodi del giovane ricco, del ricco Epulone
e del ricco stolto che pensa ad ammassare i beni superflui e non sa di morire
la notte seguente) ammonisce solo dal pericolo che le ricchezze rappresentano
per chi non sa farne un uso benedetto da Dio, ma non condanna la ricchezza in
se stessa. Si ricordi, tra l’altro, che il suo migliore amico era Lazzaro, figlio
di Teofilo che era il governatore della Siria e pertanto certamente non appartenente
alla categoria dei poveracci o nullatenenti…
Il secondo punto da evidenziare è che la proprietà privata è lecita e
corrisponde ai disegni di Dio sulla destinazione dei beni. In questo senso
bisogna guardarsi e stare sempre e con rinnovata attenzione alla larga dal
gravissimo errore dei comunisti, che, insieme ad altre scellerate idee (in primis quella dell’ateismo),
ritenevano la proprietà privata come un male gravissimo da abolire
definitivamente nell’utopica società socialista (con l’unico effetto, come
l’esperienza dell’Unione Sovietica ha dimostrato, di andare a ingrossare il
patrimonio dei vertici e dei membri più influenti del partito attraverso i vari
espropri proletari…). Si legge al riguardo nel Catechismo della Chiesa
Cattolica: “L'appropriazione dei beni è
legittima al fine di garantire la libertà e la dignità delle persone, di
aiutare ciascuno a soddisfare i propri bisogni fondamentali e i bisogni di
coloro di cui ha la responsabilità. Tale appropriazione deve consentire che si
manifesti una naturale solidarietà tra gli uomini” (CCC 2402).
Il terzo ed ultimo punto è la destinazione universale dei beni. Dio,
infatti, crea e distribuisce beni e ricchezze non certo perché siano
appannaggio di pochi eletti per i loro egoistici bisogni e interessi. In questo
senso l’uomo ricco deve considerarsi (e tale è realmente) una sorta di
“amministratore delegato” della divina Provvidenza: quello che ha ricevuto in
sovrappiù deve essere da lui, liberamente
e gioiosamente (e non tramite forzati espropri proletari…), amministrato
per sovvenire i bisogni e le necessità di chi è privo del necessario. Vedremo a
suo tempo che è proprio questo principio morale a rendere legittima la
tassazione (purché sia equa!!!) da parte degli Stati, in base a cui si prelevano
parte dei beni dei cittadini per redistribuire equamente e per fini buoni
redditi e ricchezze. Torneremo su questo punto a suo tempo. È bene evidenziare anche
quest’ultimo principio con una nuova citazione del Catechismo della Chiesa
cattolica che, al riguardo, è quanto mai chiaro ed eloquente: “Il diritto alla proprietà
privata, acquisita o ricevuta in giusto modo, non elimina l'originaria
donazione della terra all'insieme dell'umanità. La destinazione universale dei
beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto
della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio. ‘L'uomo,
usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente
possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano
giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri’ [GS 69]. La proprietà di un
bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo
fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i
propri congiunti” (CCC
2403-2404).
I due peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio:
oppressione dei poveri e frode del giusto salario agli operai
Il settimo comandamento tutela, come abbiamo visto, la legittima proprietà dei beni materiali e impone la
giustizia e l’onestà nell’uso del denaro, che, come dice san Paolo, quando
diventa occasione di avarizia, diventa la “radice di tutti i mali” (1Tim 6,10).
Vediamo come si contravviene a questo comandamento cominciando dai peccati in
assoluto più gravi.
Ben due delle quattro specie dei peccati che
gridano vendetta al cospetto di Dio sono oggetto del settimo comandamento. Si
tratta della mancata corresponsione della giusta mercede (o del giusto salario)
agli operai e dell’oppressione dei poveri. Con la prima fattispecie si intende
anzitutto lo sfruttamento della manodopera altrui, sottopagando chi si guadagna
il pane con il sudore della fronte. Questa eventualità, negli attuali
ordinamenti giuridici dove, grazie a Dio, è ampiamente diffusa la
contrattazione collettiva e la tutela sindacale, è generalmente riscontrabile
nell’ambito del cosiddetto “lavoro in nero”. Ora, prescindendo momentaneamente
dall’ordinaria illiceità di questa
prassi, si deve comunque affermare che il datore di lavoro di un operaio “a
nero”, davanti a Dio ha esattamente gli stessi e identici obblighi che avrebbe
nei confronti di un lavoratore regolarmente assunto: giusta retribuzione,
riposo settimanale, orario di lavoro umano, ferie, permessi, malattia, etc.
Qualora mancasse a uno solo di questi obblighi, abusando del fatto che il
malcapitato lavoratore, privo di contratto, non potrebbe agire legalmente per
la tutela dei suoi diritti, potrebbe forse farla franca davanti alla giustizia
umana, ma sappia che dovrà rendere rigoroso conto a quella divina. Al riguardo
san Giacomo apostolo ammonisce con toni severi: “Ecco, il salario da voi
defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste
dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti” (Gc 5,4).
Similmente rientra in questa tipologia la pessima prassi, purtroppo non poco
diffusa, di non pagare gli operai per
tempo, ovvero, a seconda degli accordi contrattuali (anche non scritti…),
alla fine o agli inizi del mese. Anche questa ipotesi non ricorre,
ordinariamente, nei settori della grande industria o imprenditoria, ma in tutta
quella serie (numerosissima) di piccole attività imprenditoriali o commerciali
dove è minore il controllo e la pressione sindacale. Il libro del Levitico,
contro questo pessimo modo di procedere, tuona: “il salario del bracciante al
tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo” (Lv 19,13).
Guai dunque a chi abusa di questo e toglie di bocca il giusto salario a chi per
sopravvivere ha bisogno dello stipendio frutto del suo onesto lavoro. Vorrei
aggiungere, data l’analogia, una parola sul costume assai biasimevole di
ritardare e dilazionare i pagamenti dinanzi a beni o servizi ricevuti. Ritengo
personalmente tale comportamento assai grave, in quanto, di fatto, si tratta di
usare come una sorta di “banca” (a costo zero…) persone che hanno impiegato
mezzi e lavoro per fornire beni e servizi. Se il salario del bracciante non
deve restare presso la casa del padrone fino all’alba del giorno dopo, è
evidente che nemmeno il corrispettivo di beni e servizi ricevuti può essere
arbitrariamente trattenuto nel caso di lavori eseguiti, collaudati e
consegnati. Ho conosciuto aziende che hanno rischiato di fallire e di chiudere
i battenti per commesse di lavori eseguiti e consegnati (su cui ordinariamente
si deve tra l’altro pagare l’I.V.A. al momento dell’emissione della fattura e
non a pagamento percepito…), che sono stati pagati con un ritardo di mesi e
talora anche di anni… Agire in questo modo non è forse rubare? Si potrebbe
obiettare: forse non aveva i soldi per pagare. Allora o si evita di chiedere il
lavoro oppure si chiede un prestito alle banche, accollandosene gli oneri e non
facendola pagare, come “banca forzata”, a chi ha lavorato… Purtroppo questi
comportamenti, tanto disinvoltamente abbracciati da più di qualcuno (tant’è
vero che c’è anche l’aforisma ironico: “per morire e per pagare c’è sempre
tempo”…), sono oltremodo diffusi. Ma costituiscono gravi peccati contro questo
comandamento e sono certo che saranno severamente trattati dalla divina
giustizia. L’altro peccato che grida vendetta al cospetto di Dio è
l’oppressione dei poveri. Si tratta di tutte quelle situazioni in cui chi è
nell’abbondanza pone in essere comportamenti atti ad angariare, sfruttare, o
opprimere chi è privo del necessario, abusando e approfittando della condizione
di bisogno e indigenza del povero. Anche in questo caso, l’attuale legislazione
giuslavoristica e le tutele garantite ai lavoratori salariati dall’azione
sindacale pongono un argine non indifferente al dilagare dell’iniquità che
altrimenti, come la storia ha ampiamente dimostrato, non tarderebbe ad apparire
e manifestarsi. Rimangono tuttavia, anche in questo caso, le aree del
“sommerso”, dove possono ingenerarsi situazioni di abuso oppressivo, tipo
l’approfittarsi della situazione di indigenza o di bisogno di qualcuno per
costringerlo a prestazioni sottopagate oppure somministrandogli beni o servizi
a costi che non può permettersi. Qui per la verità massima attenzione devono
porla anche legislatori e governanti dal momento che, purtroppo, specie
nell’attuale congiuntura economica, sono numerose le persone ad aggirarsi nei
pressi o al di sotto della soglia di povertà, forse anche in forza di qualche
incauto provvedimento legislativo. Le norme dello Stato non devono mai essere
cieche, ma tenere conto di queste situazioni che, come ogni sacerdote in cura
di anime sa, in alcuni casi rasentano il limite della disperazione e non devono
per nessun motivo essere onerate di pesi e carichi che non possono e non
debbono sostenere .
I poveri, lungi dall’essere oppressi, devono essere
oggetto di attenzione particolare non solo da parte della Chiesa (che sempre,
sull’esempio del suo Signore, ha avuto per essi una cura speciale e un occhio
di profondo riguardo), ma anche da parte delle autorità civili e di tutti
coloro che, per aver avuto in sorte una maggiore disponibilità di beni
materiali, non per questo possono abusarne ma anzi, come abbiamo accennato
nella precedente puntata e come vedremo meglio in seguito, sono tenuti a
supplire con la loro abbondanza all’altrui indigenza. La Sacra Scrittura, il
profeta Amos in particolare (si vedano soprattutto i capitoli 4 e 8), è
particolarmente severa con chi opprime i poveri. E’ vero che purtroppo, in
alcuni settori della Chiesa e soprattutto da alcune correnti teologiche relativamente
recenti, questo tema è stato ipertrofizzato come se unico compito della Chiesa
fosse quello di “servire” i poveri o “rivendicare” (anche con mezzi non sempre
evangelicamente corretti…) i loro diritti. Ma, respinte fermamente tali
esacerbazioni unilateralistiche e al limite dell’eterodossia, resta il fatto
che i poveri sono nel cuore di Dio e chi li opprime, li vessa, li sfrutta o li
maltratta dovrà vedersela (anche su questa terra) con i rigori della Sua divina
giustizia.
