Il gravissimo peccato della comunione sacrilega
Il senso del primo comandamento è l’affermazione chiara,
netta e decisa dell’esistenza e dell’assoluta sovranità di Dio, che vuole e
deve essere riconosciuto come unico e vero Dio, essere adorato come a Lui
conviene, ricevere il culto ed i sacrifici che gli sono dovuti. L’esame sul
primo comandamento dovrebbe essere condotto in materia molto seria e
coscienziosa, perché i peccati contro di esso sono commessi da molti ma
confessati da molto pochi. I principali peccati gravi contro il primo
comandamento sono: uso sacrilego dei sacramenti (eucaristia e confessione);
rifiuto di rendere a Dio l’adorazione, anche esterna, che gli è dovuta; rifiuto
di rendere a Dio il doveroso ossequio della preghiera; ateismo; agnosticismo;
incredulità e contestazione delle verità di fede, disperazione, odio di Dio,
idolatria, pratiche occulte e superstizione. Analizzeremo ora nel dettaglio
ciascuna di queste singole condotte gravemente peccaminose.
L’uso sacrilego dei sacramenti della penitenza e
dell’eucaristia è purtroppo un fenomeno oggi diffusissimo. Volendo mutuare
un’espressione del beato Antonio Rosmini, si tratta di una vera e propria piaga
della Chiesa, che indebolisce enormemente il vigore dei suoi figli e, per
contro, accresce il potere del Nemico dell’umana salvezza. Oggi, nelle nostre
chiese, assistiamo a vere e proprie interminabili processioni di gente che si
accosta alla santa comunione, in un clima che spesso indulge a un malinteso
senso di gioia e di festa, nella più piena inconsapevolezza di ciò che si va a
ricevere e, talora, con una leggerezza che lascia a dir poco sconcertati. Le
nostre nonne ci raccontavano che, quando erano giovani, ben pochi osavano accostarsi
alla santa comunione, pur essendo vastissima la percentuale di cattolici che
regolarmente frequentavano la santa Messa domenicale (oltre l’80%). Questo non
perché, come qualcuno tuttora insinua, si aveva un’idea di Dio terribile e
inadeguata, ma perché era chiaro quanto veniva insegnato, in modo semplice e
chiaro, dall’immortale catechismo di san Pio X, secondo cui per accostarsi alla
santa comunione, oltre che aver osservato il digiuno eucaristico, occorre essere in grazia di Dio e pensare e considerare Chi è Colui che si va
a ricevere. Oggi, purtroppo, abbiamo una frequenza regolare alla santa
Messa domenicale che in Italia oscilla tra l’8 e il 15 (massimo 20%), una
scarsissima frequentazione del sacramento della confessione e un vero e proprio
“arrembaggio” all’altare quando si tratta di ricevere la comunione. Molte
persone si accostano alla comunione ridendo e scherzando, qualcuno “porta a
spasso” la sacra particola, che viene masticata e deglutita quasi come fosse
una caramella e terminata la santa Messa si affretta a scappare fuori
immediatamente, anche perché, purtroppo, qualora si volesse soffermare (come
doveroso) nel ringraziamento a Gesù eucaristico, si imbatterebbe nella triste
realtà di Chiese trasformate in una specie di foro, dove si chiacchiera, si
ride e si scherza senza alcuna considerazione della sacralità del luogo, della
presenza di Colui che abita nel Tabernacolo e della giusta esigenza di coloro
che desiderano, nel silenzio e nel raccoglimento, ringraziarlo, adorarlo,
lodarlo, benedirlo e supplicarlo. Sono parole crude e tristi, ma amaramente
costatabili da chiunque si limiti semplicemente ad osservare. Ed è ancora più
triste considerare che quasi nessuno si renda conto dell’enormità e della
gravità di tali peccati.
Si pensi ancora al tristissimo e quanto mai diffuso fenomeno
di fedeli che, in occasione di funerali di qualche persona cara, osano
accostarsi alla santa comunione, pensando di fare cosa buona o addirittura
doverosa per il defunto, quando magari si tratta di persone che non mettono
piede in Chiesa da anni e sono lontane dal confessionale da più anni ancora.
Non è senz’altro un caso che nel lontano 1916, in previsione dell’attuale stato
di grave e continua profanazione del più grande e del più santo dei sacramenti,
l’Angelo del Portogallo, apparendo in visione ai tre pastorelli di Fatima, li
invitò a guardare un’Ostia consacrata di nostro Signore “orribilmente
oltraggiato” nel santissimo sacramento ed a prostrarsi in atto di riparazione
verso così grave crimine, che a detta di una schiera innumerevole di santi, è
in assoluto il più grave dei peccati
che si possa commettere, il meno perdonabile e quello che produce le peggiori
conseguenze sia nella singola persona che nella Chiesa intera, dando un potere
enorme al Nemico dell’umana salvezza, che riesce in questo modo a trasformare
il sacramento che è “farmaco di immortalità” (per chi vi si accosta degnamente)
in veleno mortale, come ci avverte con monito severo l’Apostolo delle genti,
secondo cui chi si accosta indegnamente alla mensa del Signore mangia e beve la
sua condanna (cf 1Cor 11,27-29).
Non minore è la trascuratezza dell’altra condizione per una
comunione degna e fruttuosa, ovvero pensare e considerare Chi è Colui che si va
a ricevere. Il raccoglimento orante, la rinnovazione del proprio pentimento con
un atto di dolore, la cura di infervorare e accendere i desideri del cuore con
qualche breve e fervente giaculatoria e comunione spirituale, unitamente ad una
grande compostezza e dignità del portamento e dei gesti soprattutto nell’atto
di ricevere nostro Signore, dovrebbero essere la norma in tutti i fedeli.
Quello che invece ordinariamente accade nelle “processioni” per la comunione e
nel modo di ricevere le Sacre Specie è sotto gli occhi di tutti. Ringraziamo il
Pontefice emerito Benedetto XVI, per aver avuto il coraggio di rompere un muro
di silenzio dinanzi ad “abusi al limite del sopportabile” e di aver inaugurato,
con l’esempio e con la parola, un modo di accostarsi a nostro Signore che esprima
l’adorazione che gli è dovuta e che ricordi a tutti che altro è ricevere un
pezzo di pane, altro è ricevere Gesù Cristo nostro Dio vivo e vero, in Corpo,
Sangue, Anima e Divinità. Esempio che appare condiviso e seguito dal suo
successore e che si spera faccia sempre più breccia nel cuore di tutti i
pastori.
