I sacrilegi commessi nella confessione
Iniziando l’analisi dei peccati contro il primo comandamento
abbiamo visto che l’uso sacrilego dei sacramenti rappresenta, in assoluto, la
forma più grave di offesa diretta a Dio e alla sua divina Maestà. Oltre che le
comunioni sacrileghe, purtroppo, oggi è quanto mai diffuso un altro gravissimo
peccato: quello dell’uso sacrilego del sacramento della confessione. Prima di
addentrarci in questa nuova cancrena che affligge dal profondo i figli della
Chiesa, è bene osservare che uno dei precetti generali della Chiesa obbliga i
fedeli all’uso minimo di questi due
importantissimi sacramenti: la confessione almeno una volta l’anno e la
comunione almeno a Pasqua. Per la verità il santo Curato d’Ars piangeva quando
doveva rammentare ai suoi fedeli questo precetto, parendogli assurdo che la
Chiesa dovesse imporre sub gravi una
cosa tanto bella come la santa comunione, che dovrebbe essere ricevuta (secondo
le intenzioni di Chi l’ha istituita) preferibilmente ogni giorno. Tuttavia il santo Parroco doveva amaramente costatare
che è tale e tanta la stoltezza dell’uomo, che la Chiesa, come madre premurosa
di un figlio discolo, ha dovuto imporre quel minimo assolutamente
indispensabile per evitare di lasciare i suoi figli in stato di dannazione.
Conseguentemente non solo chi profana ma anche chi omette almeno questa
frequenza minima a questi sacramenti
non è scusabile da colpa grave. Ecco perché la prima cosa da dire quando si
entra in confessionale è “da quanto tempo non ci si confessa” e, qualora il
penitente non lo faccia, il sacerdote è tenuto a interrogarlo in merito. Qualora
infatti non ci si confessasse da dieci, quindici, trent’anni il confessore
capirebbe subito che sul povero fedele gravano dieci, quindici, trenta peccati
mortali.
Ora, la santa Chiesa, nel Concilio tridentino (di cui è eco
fedelissimo il grande dottore sant’Alfonso Maria de’ Liguori, patrono dei
confessori e dei moralisti, a cui faremo ampio riferimento) ha insegnato che
per ottenere il perdono di Dio dei peccati commessi dopo il Battesimo occorrono
alcune condizioni, in mancanza delle quali la confessione o è invalida o,
peggio, è sacrilega. Anzitutto oggetto obbligatorio
della confessione sono tutti e
singoli i peccati mortali di cui il penitente abbia coscienza, che siano
stati commessi da quando si ha l’uso della ragione al momento in cui ci si sta
confessando. Tali peccati vanno confessati per numero, specie e circostanze e si otterrà la misericordia
di Dio solo se di essi si è realmente pentiti
ovvero: 1) si prova dolore per il peccato commesso (perfetto se originato dal fatto di aver offeso Dio o imperfetto se
scaturisce dal timore dell’Inferno e dei castighi dovuti per i peccati); 2) lo
si detesta con tutto il cuore; 3) si ha il fermo, risoluto e deciso proposito
di non commetterlo più. Il confessore, durante l’amministrazione di questo
sacramento, svolge, come insegna sant’Alfonso, quattro funzioni; quella di padre,
in quanto interprete della bontà e della misericordia di Dio; quella di maestro, in quanto deve aiutare il
penitente nell’esaminare e nel formare la sua coscienza, formulando alcune
domande qualora abbia motivo di ritenere che il penitente non sia in grado di
discernere le colpe gravi (cosa che oggi accade spessissimo); quella di giudice, in quanto deve verificare se la
confessione è sincera e se il penitente sia pentito, cercando, in caso
negativo, di stimolarne o provocarne il pentimento durante la confessione. In
quanto giudice il sacerdote deve4 verificare se può o meno assolvere il
penitente; ed in caso positivo impartire una soddisfazione sacramentale (o
penitenza) che sia proporzionata al numero e alla gravità dei peccati; quella infine
di medico, in quanto deve, con le
opportune esortazioni, indicare al penitente le vie di futura preservazione dal
male. Anche nel decidere il tipo di penitenza da imporre, il confessore deve
ricordare che sta agendo come un medico dinanzi ad un malato che ha bisogno di
terapie per guarire e per ristabilirsi in perfetta forma fisica.
Dinanzi a tale disciplina, vediamo ora quando la confessione
è sacrilega. Anzitutto quando il penitente non
è pentito, cioè non prova dolore per quello che ha fatto, ma, soprattutto,
non ha intenzione di smettere. È inutile, in questi casi, andarsi a cercare
confessori dalla “manica larga” (oggi, purtroppo, molto diffusi), perché se
anche il sacerdote osasse assolvere un fedele non pentito, commetterebbe
peccato mortale e sarebbe responsabile di tutte le comunioni sacrileghe fatte
dal penitente erroneamente illuso di essere stato assolto. Seguono le
confessioni incomplete per colpa del
penitente, o perché si vergogna o ha paura di rivelare qualche peccato, oppure
perché (cosa peggiore) rifiuta di riconoscere qualche peccato come mortale
(pochissimi, per esempio, oggi accettano che mancare alla Messa domenicale o
commettere atti impuri sia peccato mortale). La confessione viene invalidata in
via successiva se il penitente omette di fare la penitenza sacramentale che gli
è stata imposta dal confessore, che va adempiuta seriamente e scrupolosamente.
Essa, infatti, è requisito essenziale della confessione, tant’è vero che per
larga parte del primo millennio l’assoluzione veniva concessa solo dopo aver adempiuto alla penitenza
imposta.
L’esperienza pastorale insegna che quei (pochi) fedeli che
si confessano spesso lo fanno assai male e che purtroppo non pochi ministri,
atteggiandosi a fare i buoni, causano una vera e propria rovina di innumerevoli
anime. A conclusione di questo spinoso tema mi permetto di dare alcuni consigli
per evitare di incorrere in spiacevoli e gravi inconvenienti: 1) Pregare Dio
che ci faccia trovare un buon confessore ed avere, di norma, un confessore fisso, di sana dottrina, di vita tendenzialmente santa e animato da santo zelo. I modelli di confessori sono tre:
san Pio da Pietrelcina, il santo Curato d’Ars e sant’Alfonso M. de’ Liguori,
tutti pieni di misericordia ma anche di severità, di dolcezza ma anche di
fermezza; 2) Far bene l’esame di coscienza e chiedere di persona al confessore
di essere interrogati, qualora si pensi di non essere in grado di discernere le
colpe gravi; 3) Essere sommamente sinceri e curare di confessare bene i peccati
per specie (non basta dire “ho
commesso atti impuri”: un conto è l’adulterio, un conto l’omosessualità, un
conto la pornografia, etc.), per numero
(non basta dire “ho mancato alla Messa”, ma bisogna specificare il numero e,
qualora non lo si ricordi, dare un ordine di grandezza) e per circostanze (se un padre bestemmia
davanti a un figlio deve specificarlo); 4) Preparare la confessione ricorrendo
all’ausilio della Beata Vergine Immacolata e pregare per il confessore, perché
abbia da Dio la luce e la grazia per aiutarci a troncare con il peccato,
giacché, come diceva il santo Curato d’Ars, “se non c’è in noi un completo
cambiamento, non abbiamo meritato l’assoluzione: e c’è da temere che il nostro
sia solo un sacrilegio. Ah, se almeno ogni trenta assoluzioni ve ne fosse una
valida, come si convertirebbe presto il mondo!”.
