Il
quarto comandamento è il primo e il più importante della serie dei precetti
dedicati all’amore del prossimo, comunemente designati come “seconda tavola”.
La sua formulazione originaria, cristallizzata nel libro dell’Esodo, lega al
suo adempimento la benedizione della longevità: “Onora tuo padre tua madre,
perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore tuo Dio” (Es
20,12). L’oggetto proprio e formale di questo comandamento è dunque costituito
dai doveri dei figli verso i genitori, ma, secondo la dottrina tradizionale, si
estende ad ogni forma di autorità costituita (doveri degli alunni verso i
docenti, dei cittadini verso lo Stato, dei “sudditi” verso i “superiori”, etc.)
e sottintende i reciproci doveri di ogni legittima autorità verso i propri sottoposti
(dei genitori verso i figli, delle autorità dello Stato verso i cittadini, dei
fedeli verso i sacerdoti, etc.).
L’ambito
di estensione del quarto comandamento, rebus
sic stantibus, abbraccia, sia pur per
accidens, istituzioni e situazioni la cui problematica è di strettissima
attualità: la famiglia, la moralità delle leggi dello Stato, l’educazione,
tanto per citarne qualcuna. Inevitabilmente, pertanto, la trattazione di quest’argomento
richiederà delle ponderate considerazioni su tali tematiche, tanto più urgenti
quanto più grande sembra farsi la confusione e lo smarrimento su alcuni
secolari capisaldi del pensiero e della cultura occidentale, che qualcuno
vorrebbe frettolosamente mettere nel dimenticatoio o in una sorta di museo di istituzioni
anacronistiche.
Il
quarto comandamento, come già il terzo, è espresso in forma positiva e
prescrive di “onorare” il padre e la madre. Qual è il contenuto dell’onore
dovuto ai genitori? Per comprenderlo, è bene passare in rassegna i vari
comportamenti da tenere nelle relazioni con gli altri in base alla virtù
cardinale della giustizia, che configurano altrettante virtù con i relativi
atti. Essi sono: adorazione, venerazione, onore, rispetto. L’adorazione è dovuta a Dio solo, Creatore
e Signore di tutte le cose, come atto supremo di riconoscimento della sua
assoluta santità ed eccellenza, a cui è dovuta ogni lode, onore e gloria oggi e
sempre nei secoli. La venerazione è invece
dovuta alle creature moralmente meritevoli,
la cui eccellenza è attestata dal vivere secondo virtù: tra esse, la prima a
cui è dovuta la venerazione (anzi la “iper-venerazione” o “iperdulia”) è la
Madonna, seguita dai santi. Per la verità anche nel consorzio civile è conosciuta
una variante laica di questa virtù, con i vari riconoscimenti civili o militari
al merito, che ha peraltro un suo parallelo anche nelle onorificenze
ecclesiastiche (tutti i lettori avranno certamente conosciuto qualche
“monsignore”…). L’onore è l’atteggiamento
dovuto alle legittime autorità costituite ed è loro dovuto a prescindere dalle
qualità soggettive di esse. È molto importante chiarire da subito quest’aspetto
essenziale: mentre la venerazione presuppone l’eccellenza morale del suo
destinatario, non così l’onore dovuto alle legittime autorità. Un genitore non
perfetto e non assolutamente esemplare, non perde il diritto all’onore da parte
del figlio, così come dei governanti non perfetti che emanassero leggi
moralmente lecite; né eventuali rifiuti o ribellioni da parte dei soggetti
all’autorità potrebbero giustificarsi con la vera o presunta indegnità morale
dell’autorità legittimamente costituita. L’onore è dunque qualcosa di più del
semplice rispetto, in quanto comporta, a differenza di quest’ultimo, il dovere
della gratitudine e dell’ubbidienza. Il rispetto, infine, è dovuto ad ogni
creatura umana in quanto tale, anche qui a prescindere dalla bontà o cattiveria
morale del destinatario. Il fondamento dell’onore si trova nel fatto che le
autorità legittime rappresentano Dio in quanto sovrano e Signore di tutti e di
ciascuno; il fondamento del rispetto si trova nel fatto che in ogni uomo c’è
l’immagine di Dio e per ciascun essere umano il Figlio di Dio si è fatto uomo,
ha patito ed è morto. Si badi dunque che mentre le prime due virtù hanno come
fondamento il merito e l’eccellenza dei destinatari (Dio e coloro che si
distinguono per virtù e santità), le ultime due hanno come fondamento oggettivo l’ordine stabilito
dall’Altissimo e pertanto non dipendono dalle qualità soggettive dei
destinatari.
Il
dovere di onorare il padre e la madre costituisce una parte della virtù
cardinale della giustizia che regola i rapporti dei figli verso i genitori,
ovvero la pietà filiale. Essa si
specifica anzitutto nella riconoscenza
e gratitudine che i figli devono sempre avere e conservare verso i
genitori per il dono, unico e non ricambiabile né eguagliabile, della vita
ricevuta, nonché per tutte le cure e i sacrifici che i genitori hanno dovuto
affrontare per allevare, mantenere, educare e far crescere i loro figli. Al
riguardo, è opportuno citare uno splendido aforisma del libro del Siracide, che
sentenzia: “Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare i dolori di
tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato; che darai loro in cambio di
quanto ti hanno dato?” (Sir 7,27-28). La pietà filiale, inoltre, comporta il
dovere di ubbidienza verso i genitori
che i figli hanno non solo quando sono ancora infanti o adolescenti, ma, come
ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, “per tutto il tempo in cui [il
figlio] vive nella casa dei suoi genitori” (CCC 2217). Anche quest’ultimo
dovere è ben evidenziato dalla Sacra Scrittura, come si evince da questi due
brevi ma emblematici passi: “Figlio mio, osserva il comando di tuo padre, non
disprezzare l’insegnamento di tua madre” (Prv 6,20); “Figli, obbedite ai
genitori in tutto; ciò è gradito al Signore” (Col 3,20). Il terzo dovere
contenuto nella pietà filiale è quello di assistere
moralmente e materialmente i genitori
nel tempo della loro vecchiaia, oppure quando versassero in condizioni di
malattia, solitudine o indigenza economica. Anche per quest’ultimo dovere,
citiamo due luoghi della Sacra Scrittura, il primo dei quali è tratto da un
esplicito insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo, quando rimproverava i
Farisei di non sottrarre l’aiuto economico dovuto ai genitori indigenti sotto
lo specioso pretesto di devolvere il denaro a scopi di culto: “Mosè disse:
Onora tuo padre e tua madre e chi maledice il padre e la madre sia messo a
morte. Voi invece dicendo: se uno dichiara al padre o alla madre: è Korban,
cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete di
fare più nulla per il padre e la madre, annullando la parola di Dio con la
tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte” (Mc
7,10-13). A questo severo monito di Gesù, fanno eco le parole chiare e forti
del Libro del Siracide, che anzitutto così esorta: “Figlio, soccorri tuo padre
nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il
senno, compatiscilo e non disprezzarlo mentre sei nel pieno del vigore” (Sir
3,12-13). Nei versetti seguenti, tuttavia, dopo aver ricordato le ricompense e
le benedizioni promesse alla pietà filiale, il testo biblico tuona: “Chi
abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto
dal Signore” (Sir 3,16). Queste severe parole ci proiettano nella parte
“negativa” del comandamento, stigmatizzando con estrema chiarezza alcuni comportamenti
gravemente peccaminosi.
A
fronte dei tre gravi doveri dei figli verso i genitori si trovano altrettanti doveri
dei genitori verso di essi. Si tratta del dovere di accoglierli una volta
concepiti (e di non impedire che il concepimento avvenga), di educarli e di
allevarli e mantenerli, provvedendo ai loro normali bisogni materiali e spirituali.
Il
primo dovere, come è evidente, chiama subito in causa le gravissime piaghe
dell’aborto e della contraccezione, su cui avremo modo di soffermarci
largamente nella disamina del Quinto e del Sesto Comandamento. Per ora ci
limiteremo a dire che si tratta di doveri nativi e fontali, radicati nel sacramento
stesso del Matrimonio, in cui la procreazione (almeno nella Dottrina classica)
rappresenta il fine assolutamente primario, senza il quale il Matrimonio
semplicemente non avrebbe ragione di essere. La mentalità, oggi così diffusa,
secondo la quale scegliere se fare i figli, quando e quanti farne,
se “tenerli” qualora fossero frutto di “incidenti imprevisti e
indesiderati” è tanto più disdicevole e aberrante quanto più sembra oggi essere
accettata come perfettamente e assolutamente normale, come ambito esclusivo e insindacabile
della “coscienza” (???) dei genitori, su cui nessuno (neanche, anzi, tanto meno
i confessori) può azzardarsi a mettere bocca (o becco!). Gravissime sono le
responsabilità dei genitori verso i figli non nati, sia quelli soppressi perché
indesiderati sia quelli nemmeno concepiti per calcoli egoistici o comunque
molto umani. Responsabilità non solo verso creature a cui si è impedito di
venire sulla terra e compiere la missione pensata per loro da Dio, ma verso Dio
medesimo, che se ha dato all’uomo l’onore di essere suo collaboratore nel
trasmettere la vita, chiederà anche stretto e severo conto a chi ha dimenticato
l’onere speculare, consistente nel non impedire che una nuova vita, che è
sempre un immenso dono di Dio, venga al mondo per compiere la sua Volontà e poi
goderlo in Paradiso. Necessariamente più articolato deve essere il discorso
sull’educazione, problema quanto mai attuale e scottante. Tutti i cattolici, infatti,
sanno (o almeno dovrebbero sapere) che la Chiesa italiana attraverso la CEI ha
posto il problema dell’educazione al centro della pastorale per il decennio 2010-2020,
prendendo atto del vero e proprio disastro educativo a cui si sta assistendo,
peraltro puntualmente profetizzato, a suo tempo, dal grande San Pio da
Pietrelcina che, prevedendo i tristi tempi attuali, tuonava non molto prima di
lasciare questo mondo: «Verrà una generazione di genitori incapaci di educare i
figli! Non vorrei essere nei panni dei vostri nipoti». Se c’è un campo in cui
la deriva antropocentrica e psicologizzante che ha imperato negli ultimi
quarant’anni in Italia (senza che la tendenza sembri a tutt’oggi invertita) ha
causato vere e proprie devastazioni è proprio quello dell’educazione, a tutti i
livelli, ma soprattutto familiare e scolastica. Tutti i principi
dell’educazione cristiana, accumulati in un’esperienza di vita e cultura
bimillenaria, sono stati letteralmente gettati dalla finestra e da qualcuno messi
letteralmente al bando. Un vero e proprio oblio, compiuto nel nome di un
buonismo tanto più assurdo quanto più apparentemente seducente. La logica che
presiede ai nuovi “sistemi educativi” (o diseducativi?...), a parere di chi scrive,
è quella che affonda le radici nel pensiero del filosofo illuminista Rousseau,
che coniò la nuova perniciosissima variante laica dell’eresia pelagiana. Per Rousseau
aveva radicalmente torto Hobbes nel predicare il noto aforisma “homo homini
lupus”, ovvero l’irrimediabile e incurabile cattiveria congenita dell’uomo
(variante laica dell’eresia di Martin Lutero, per cui l’uomo è assolutamente, inesorabilmente
e inevitabilmente peccatore). L’uomo, secondo Rousseau, è invece
fondamentalmente e radicalmente buono. La cattiveria che a volte si constata in
lui dipende semplicemente da ignoranza (non sa di fare il male) o da qualche cattiva
abitudine contratta in base al cattivo esempio. Basterà dunque insegnare
(ovviamente con amore e dolcezza) e far capire la cattiveria di un’azione,
perché il problema educativo sia risolto. Guai a usare mezzi coercitivi, guai a
mortificare, guai a umiliare! Che senso avrebbe fare queste cose se del male
nessuno è moralmente responsabile? Chiediamoci ora: cosa ci stanno insegnando
dagli inizi degli anni ’70 ad oggi? Che i figli non bisogna contrariarli
altrimenti crescono frustrati, che i figli non si picchiano mai e per nessun
motivo, che i loro desideri vanno assecondati, che non bisogna dar loro mancare
nulla altrimenti cresceranno con i complessi, che non bisogna umiliarli con
castighi, che non bisogna umiliarli con castighi, che bisogna scusarne i
capricci e impedire a chiunque di usare qualunque atteggiamento contrario a
questi canoni, ritenuti più sacri e inviolabili dei dogmi di Santa Romana
Chiesa. Ora, senza scomodare per adesso i fior di educatori germogliati nel
giardino della Chiesa cattolica, limitiamoci a una rapidissima rassegna di
alcuni luoghi biblici che parlano dell’educazione dei figli. Forse, per qualche
lettore, non mancheranno le sorprese. “Non risparmiare al giovane la
correzione, anche se lo batti con la verga non morirà; anzi se lo batti con la verga, lo salverai dagli inferi” (Prv
23,13-14). Più forti ancora sono le parole del libro del Siracide: “Chi ama il proprio figlio usa spesso la
frusta, per gioire di lui alla fine. Chi corregge il proprio figlio ne trarrà
vantaggio e se ne potrà vantare con i suoi conoscenti. Chi
ammaestra il proprio figlio renderà geloso il nemico, mentre davanti agli amici
potrà gioire. Chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite, a
ogni grido il suo cuore sarà sconvolto. Un cavallo non domato diventa restio,
un figlio lasciato a se stesso diventa sventato. Coccola il figlio ed egli ti
incuterà spavento, scherza con lui, ti procurerà dispiaceri. Non ridere con lui
per non doverti con lui rattristare, che non debba digrignare i denti alla
fine. Non concedergli libertà in gioventù, non prendere alla leggera i suoi
difetti. Piegagli il collo in gioventù e battigli le costole finché è
fanciullo, perché poi intestardito non ti disobbedisca e tu ne abbia un
profondo dolore. Educa tuo figlio e prenditi cura di lui, così non dovrai
affrontare la sua insolenza” (Sir 30,1-3.7-13). I passi potrebbero
abbondantemente moltiplicarsi, ma preferiamo concludere con due citazioni
tratte dal Nuovo Testamento, meno crude nei termini e nella forma, ma
ugualmente chiare e ferme nei principi affermati: “Voi, padri, non inasprite i
vostri figli, ma allevateli nell`educazione e nella disciplina del Signore” (Ef
6,4). “Qual è il figlio che non è corretto dal padre? In verità, ogni
correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però
arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che sono stati addestrati per
suo mezzo.” (Eb 12,7b.11). Indubbiamente tra queste affermazioni, per quanto
particolarmente forti (e, per questo, da prendere “cum grano salis”) e gli slogans triti e ritriti della propaganda
pseudo-culturale dei nostri giorni, c’è un vero e proprio abisso. La prima cosa
da fare è prenderne atto; la seconda è vedere come tali princìpi possono e devono
essere applicati anche ai nostri tempi.
L’educazione
cristiana è stata tradizionalmente sempre ispirata ai principi di una sana ed
equilibrata severità. Sulla base degli insegnamenti biblici, con cui abbiamo terminato
la puntata precedente, si è sempre cercato da parte degli educatori cristiani
di trasmettere ai figli “la disciplina del Signore”, tenendo anche conto del
dato assolutamente fondamentale dell’antropologia cristiana, che tempera gli
opposti (ed erronei) estremi di Rousseau da un lato e Hobbes dall’altro: l’uomo
è stato creato buono, anzi perfetto da Dio, ma il peccato originale ne ha
intaccato, pesantemente e permanentemente, l’originaria bontà, segnandolo col
marchio della concupiscenza ovvero della tendenza al male, che pur non
distruggendo l’essenziale bontà dell’uomo ne ha minato profondamente ed
inesorabilmente la capacità di operare il bene, letteralmente impossibile a
farsi senza un radicale aiuto della grazia, senza un tenace sforzo ascetico e
senza una disciplina che miri a tenere lontane le occasioni di peccato.
In
conformità a questi importantissimi dati rivelati, fuori dei quali si prendono
dei colossali abbagli (e non solo sul fronte educativo), gli educatori
cattolici (un nome su tutti: san Giovanni Bosco) hanno sempre raccomandato
anzitutto una grande e soprannaturale carità da esercitare e far percepire ai
destinatari dell’educazione (figli o allievi); inoltre una modalità educativa
che tenda, più che possibile, a trasmettere valori sodi, fermi e motivati,
cercando di radicarli dentro il cuore dei ragazzi che, anche nei periodi di
grande turbamento e tentazione, conservano un’irresistibile attrattiva verso il
bene; il ricorso, nel caso di fallimento dei modi educativi amorevoli, motivati
e “pacifici”, all’esercizio dell’autorità, anche mediante l’applicazione di
salutari e proporzionati castighi; in ogni caso, una grande attenzione ad
evitare di scaraventare o abbandonare i ragazzi a continue e pericolose
occasioni di peccato, cercando, per quanto possibile, di custodirne la
moralità, la purezza e la bontà al riparo da luoghi, persone e ambienti che
potessero in qualche modo minarle.
Questi
principi furono elencati, proprio in questa rivista, in uno splendido articolo
apparso qualche tempo fa, che presentava un ottimo “decalogo dell’educatore”,
le cui sagge e oculate norme vorrei anzitutto richiamare, sottoscrivere e
ribadire: 1. Mostrare affabilità, ma non debolezza; 2. Unire austerità a
mitezza e battere su dovere e disciplina; 3. Mostrare e far percepire amore
vero; 4. Mostrare che si è disposti al sacrificio per educare; 5. Impegnarsi di
più con i caratteri difficili e ribelli; 6. Essere vigilanti senza trasformarsi
in poliziotti; 7. Coltivare confidenza e sana familiarità con i ragazzi, anche partecipando
volentieri ai loro giochi; 8. Correggere al momento opportuno; 9. Mostrarsi
comprensivi verso le difficoltà dei ragazzi (anche in campo religioso); 10.
Ricordare che Dio e i sacramenti sono la base dell’educazione, sia per gli
educatori sia per gli “educandi”.
Vorrei
ora, riallacciandomi idealmente a questi “comandamenti”, permettermi di
chiosarli con un ulteriore decalogo, che, attualizzando alcune posizioni
educative “classiche”, orienti dinanzi ad alcuni atteggiamenti concreti (da
tenere o da evitare) su cui mi sembra che ci sia non poca confusione ai nostri
giorni. Essi sono frutto, oltre che di attività speculativa, dell’esperienza
che, come parroco, sono andato accumulando nei miei non molti ma intensi anni
di ministero apostolico. 1. Sospettare sui figli non è peccato. Siamo stati
tutti ragazzi e quasi tutti (concediamo che tra i lettori ci sia qualche
santo…) abbiamo provato a fare i furbi con i nostri genitori. Non si capisce la
grande ingenuità con cui molti genitori attuali non solo non mantengono un
atteggiamento guardingo sui figli, ma sembrino ciechi anche dinanzi ad evidenti
e gravi spie che cominciano ad apparire soprattutto in età adolescenziale. 2.
Verificare se i figli sono degni di fiducia, ossia se non mentono. La menzogna è
una delle figlie primogenite del nostro nemico, chiamato non senza motivo il
“padre della menzogna”. I ragazzi, anzi i bambini, vi ricorrono non di rado per
nascondere marachelle più o meno grandi. Guai a illudersi che “mio figlio mi
dice tutto e non dice mai bugie!”. 3. Non tollerare mai e per nessun motivo
mancanze di rispetto. Oggi molti ragazzini si permettono di rispondere in
maniera villana e screanzata ai genitori, di mancare di rispetto anche
pubblicamente, a volte addirittura di offendere apertamente i genitori. Lasciar
fare senza intervenire risolutamente anzitutto è segno di debolezza (e non di
bontà) e rende i genitori e gli educatori conniventi con tutti i comportamenti
sprezzanti e arroganti che i ragazzi avranno da adulti con chicchessia: se non
si rispetta chi ti ha dato la vita, come rispetterai tua moglie, il tuo
collega, i tuoi governanti? 4. Verificare le compagnie, anche di zii, cuginetti
e cuginette. Le cronache nere attuali sono piene di brutti episodi legati alle
cattive compagnie, sovente tra le cerchie dei parenti ristretti. Innumerevoli
sono i casi di prematura rovina di anime innocenti per la frequentazione di
qualche parente poco raccomandabile. La vigilanza sulle compagnie è dovere
fondamentale dei genitori, perché la sapienza popolare ammonisce che “chi va
con lo zoppo impara a zoppicare”. 5. Insegnare che i premi vanno meritati. I
beni non essenziali (motorini, oggetti elettronici, colonie estive, etc.) non
possono e non devono essere elargiti senza condizioni: i ragazzi devono imparare
che sono un premio per la loro bontà e per il loro impegno scolastico. Dare
sempre e tutto anche a chi è immeritevole, indegno o ingrato è sommamente
diseducativo. 6. Non assumere mai e per nessun motivo atteggiamenti contrari a
professori e maestri. A mio avviso è questa una gravissima e diffusissima
piaga: “guai chi tocca mio figlio, guai chi si permette di dargli un brutto
voto, di contrariarlo, di mortificarlo”. Le nostre nonne, se si prendeva un
brutto voto, riservavano immediati e salutari sculaccioni a completamento e
complemento della giusta mortificazione subita a causa di poco studio,
mostrandosi non nemiche ma alleate di chi educa e insegna come deve, applicando
(come d’obbligo nel caso del rendimento scolastico) i principi di una rigorosa
giustizia sostanziale. Oggi non pochi professori scrupolosi si sono visti
recapitare avvisi di garanzia e denunce per aver “osato” mortificare un ragazzo
con un brutto (e meritato) voto. Dio ci salvi da tanta sciocca miopia! 7.
Evitare la televisione in camera e “seguire” l’uso dei computer. Quale
occasione di peccato più grande della televisione o del computer, specialmente
se si ha libero accesso ad Internet? Come pensare che un bambino di 8-10 anni
sappia resistere ai precoci e violenti allettamenti del senso, continuamente
sbattuti in faccia dai media? Come non capire che lasciare tali strumenti nella
libera disponibilità di un preadolescente è come incitarlo a peccare? 8.
Evitare usi precoci del telefonino. Anche il cellulare può rappresentare un pericolo,
che diventa grave nel caso dei moderni smartphone, su cui è possibile accedere
a video e scambiarli con un click tra amici non sempre raccomandabili. Se
possibile, rimandare più in là che si può la consegna di un telefonino in piena
disponibilità e limitarne l’uso allo stretto necessario. 9. Non scherzare o
ironizzare su “fidanzatini” e sfavorire risolutamente esperienze sentimentali
precoci. Molti genitori oggi minimizzano e scherzano sulle uscite di bambini e
bambine che parlano di “fidanzato” anche a 4 o 5 anni e non sembrano affatto
preoccupati che il proprio figlio o la propria figlia “esca con il suo
ragazzo”, anche fino a tarda notte, anche a 13-14 anni… Sicuramente i santi
educatori cattolici avevano, al riguardo, idee e posizioni radicalmente opposte…
10. Evitare se possibile la frequentazione di luoghi ad elevato “rischio di
peccato”. A parere di chi scrive, due di essi emergono su tutti: le discoteche
e le gite scolastiche. Le rovine che ho sentito causare da una sola serata in
discoteca e dalla partecipazione ad una apparentemente tranquilla e innocua
gita scolastica mi spingono ad ammonire, genitori e educatori, a ponderare
seriamente e gravemente, davanti a Dio, tali problematiche, evitando soluzioni
semplicistiche, buoniste o di comodo…
Prima
di concludere la sezione dedicata al quarto comandamento, mi sembra opportuno
spendere qualche ulteriore parola sul tema dell’educazione dei figli. Dopo aver
passato in rassegna il decalogo dell’educatore e le sue applicazioni pratico-operative,
vorrei portare l’attenzione su alcune “sindromi” dei genitori, oggi purtroppo
molto diffuse, che minano alla radice il rapporto educativo (che presuppone una
relazione non paritaria, ma fondata sul principio di autorità) e che sono la
causa del naufragio sempre più endemico di larga parte della gioventù, a cui
purtroppo siamo costretti ad assistere come spettatori non di rado consenzienti
o quanto meno conniventi. Anche queste ultime considerazioni sono in larga
parte figlie dell’osservazione e della personale (e per questo opinabile)
esperienza pastorale di chi scrive. Il tono leggero e scherzoso in cui vengono
formulate, vuole solo servire s temperare l’estrema serietà, per non dire la
drammaticità, che le caratterizza.
Molto
diffusa è anzitutto la sindrome dello
struzzo, che poggia sul dogma-slogan: “a mio figlio non può capitare”. Di
fronte agli scenari attuali, infatti, quando si assiste a qualche bella
conferenza con dati e statistiche allarmanti (si pensi alla larghissima
diffusione di droga e alcool anche fra giovanissimi, alla sempre più precoce
iniziazione sessuale, al fenomeno del bullismo, etc.), i genitori che
partecipano annuiscono col capo e strabuzzano gli occhi in segno di evidente
sconcerto e preoccupazione. L’unica cosa che si esclude a priori è che il
proprio figlio o la propria figlia possa vestire i panni dell’attore
protagonista di quella brutta storia narrata dal conferenziere, con la nefasta
conseguenza che quasi nessun ascoltatore si attiverà per prevenire quei mali
tanto drammaticamente denunciati. Segue la “sindrome
del cieco nato”, consistente nell’incapacità di guardare in modo oggettivo
il proprio figlio, sapendone riconoscere insieme agli indubbi pregi anche gli
inevitabili difetti. Il dogma-slogan di questa sindrome è “guai a chi tocca mio
figlio”. Esempi concreti: guai al professore che si azzarda a mettere un voto
negativo, una nota, guai al genitore dell’amichetto che si permettesse di
fargli un rimprovero, guai al maestro sportivo o di musica che non pensi che
mio figlio sia un campione incompreso o un talento nascosto. Le nostre nonne se
si tornava da scuola con un brutto voto, prima menavano le mani e poi
chiedevano (ma non sempre…) eventuali spiegazioni; le nostre mamme, dopo aver
compatito il povero figlio bistrattato e incompreso, vanno a fare scenate (se
non denunce…) al malcapitato professore o maestro di turno… Un’altra delle
sindromi tipiche del nostro tempo, è la sindrome
del telefono azzurro, che poggia sul dogma-slogan: “i figli non si
picchiano”, ovvero la magna charta degli pseudo psicologi, sociologi,
antropologi anni ‘70 e ‘80, che dopo aver applaudito alla rivoluzione
studentesca hanno causato la proliferazione di personalità instabili, inconsistenti,
arroganti e presuntuose, che un’educazione molle, senza un minimo di disciplina
e severità, è inevitabilmente destinata a generare. Altra follia dei nostri
tempi è la sindrome di cappuccetto rosso:
“i figli devono fare le loro esperienze”. L’assurdità di questo improbabile
ragionamento si dimostra praticamente da sola. Chi di noi si sognerebbe di
approvare un ragazzino che dicesse: “prendo la sega elettrica e mi taglio un
braccio, perché voglio provare come si vive con un braccio solo…”. La vita
insegna che alcune esperienze sono nefaste e le conseguenze spesso
irreversibili (almeno da un punto di vista pratico e salvo interventi
straordinari di Dio), per cui non solo l’asserto è falso, ma è vero l’esatto
contrario: ai figli non va data l’opportunità, per quanto possibile, di fare
esperienze nefaste. Altro cancro endemico del nostro sciagurato tempo è la sindrome del medico pietoso, in base ai
cui dogmi “i figli vanno sempre accontentati”, altrimenti soffrono, crescono
frustrati, piangono, si sentono inferiori, etc. Tale sindrome attesta l’egoismo
dell’educatore, che deve prendersi spesso la responsabilità e il dolore (talora
non lieve) non solo di soffrire, ma anche di far soffrire in vista del bene. Una sindrome in fase oggi
nettamente calante (ma presente soprattutto nelle situazioni di famiglie
sfasciate) è quella della mamma chioccia,
che esaspera l’aspetto, di per sé non contestabile, che i figli devono essere
seguiti e controllati, elevando il tasso di controllo ai livelli dell’asfissia,
del soffocamento e del diniego di tutto. Altro grave attestato di egoismo è la sindrome di Amnesty International, in
base alle cui norme fondanti “la guerra è sempre da evitare”. Asserto di per sé
condivisibile, anche nell’educazione, purché si ricordi la dottrina del peccato
originale, in base alla quale in alcune circostanze il ricorso ai mezzi
coercitivi è non solo inevitabile, ma anche doveroso. Abbastanza fuori moda è invece la sindrome del padre-padrone, che vorrebbe
ridurre l’educazione al solo uso, indiscriminato, massiccio e spregiudicato dei
mezzi coercitivi, senza spiegazione, senza misura e senza discrezione. Grave e
alquanto diffusa è invece la sindrome
della rassegnazione imbelle o della desistenza, che applica maldestramente
un dato oggi assai diffuso tra i genitori post-sessantottini: “siamo stati
giovani anche noi e le abbiamo combinate di tutti i colori, cosa vogliamo
pretendere dai figli? E poi, tutto sommato, non è che sia successa la fine del
mondo… in qualche modo ne siamo venuti fuori”. Come se il fatto di aver
commesso un peccato, bastasse a chiudere per sempre la bocca a chi ha il
compito di correggerlo, prevenirlo o ripararlo… Un’applicazione sana di questi
principi, viceversa, richiederebbe tanto maggiore sforzo educativo quanto maggiori
fossero state le cadute e i disastri vissuti in età giovanile dagli educatori,
onde impedire che i figli debbano subire gli stessi sconquassi e scompensi di
genitori figli della “diseducazione” dell’ultimo quarto del terzo millennio.
Restano la sindrome del timido, quella
del modernismo e quella dell’illuso, anch’esse molto diffuse. La prima
equivoca su un erroneo concetto di libertà, affermando che basta dire le cose,
poi però non si possono imporre per forza né privare i figli della libertà,
dimenticando che la libertà è tale e non degenera in puro arbitrio proprio e
solo quando è specificata e ristretta entro limiti e argini ben precisi (si
pensi alle leggi civili di un moderno stato democratico. Chi si sognerebbe di
dire di non essere libero perché non può tranquillamente derubare il
prossimo?). La seconda sbandiera il trito, ritrito e stupido slogan: “i tempi
sono cambiati e non si possono più imporre certe cose o certi valori”, a
dispetto di ciò che la Madonna, chiaramente e fermamente ebbe a dire a Fatima:
”verranno mode che offenderanno molto Dio. Non bisogna seguire le mode. La
Chiesa non ha mode. Dio è sempre lo stesso”, ed anche a dispetto della Sacra
Scrittura che afferma: “Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre. Non
lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine” (Eb 13,8-9). L’ultima è tanto
più colpevole quanto maggiormente ingenuo è il dogma-slogan su cui poggia: “Di
mio figlio mi posso fidare, perché a me dice tutto!”. Ho fatto molte prove con
i gruppi di ragazzi chiedendo loro di dire la verità: “alzi la mano, ragazzi,
chi tra di voi può affermare che ai genitori dice tutto”. Non ho mai visto una
mano alzata… Se qualcuno, anche tra i lettori, avesse esperienze differenti…
non esiti a contattare il sottoscritto o la redazione! Ne saremmo indubbiamente
consolati, ma varrebbe comunque il proverbio, ispirato a popolare saggezza, che
“una rondine non fa primavera”!
