Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2017-04-20

L'Amore è l'Essenza di Dio Uno e Trino

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Le creature dotate di ragione sono capaci di conoscere, ricevere, comprendere, corrispondere all’Amore divino, e viverlo donandolo agli altri. L’Amore infatti è il mistero dell’Essenza divina, ed è anche il mistero di ogni sua creatura, che per amore è stata creata e all’amore aspira.



La professione di fede dell’undicesimo Sinodo di Toledo, che abbiamo esposto negli articoli precedenti, mi è sembrata la più degna, chiara e limpida conclusione di questo lungo excursus alla scoperta di quel poco che si può conoscere del primo e grandissimo mistero della nostra fede.
Riprendendone in quest’ultimo articolo qualche espressione, vorrei anzitutto ribadire che la rivelazione del Dio Trino e Unico è la stessa cosa che la rivelazione dell’Amore come essenza di Dio. Il fatto che le Persone Divine siano tre (cioè l’unico vero Dio è uno, ma non è “da solo”), coeterne (“non c’è un prima e un dopo”), uguali (“non c’è un maggiore o un minore”), pienamente e ugualmente in possesso della pienezza dell’unica sostanza divina senza nessuna differenza o gradazione (“hanno indivisa e uguale divinità, maestà o potestà, che non è né diminuita nelle singole persone, né aumentata dalle tre insieme”) non è altro che l’ovvia conseguenza (e al tempo stesso condizione di possibilità e verità) della grande rivelazione del mistero divino nell’emblematica e audace definizione che osò dare di esso solo l’apostolo prediletto di Gesù: “Dio è amore”, come scrisse in due distinti versetti del quarto capitolo della sua prima epistola (1Gv 4,8.16). Se Dio fosse da solo, non potrebbe essere “amore”, dato che il termine stesso “amore” indica una relazione tra un “io” e un “tu”. Se l’amore fosse solo un attributo di Dio e non la stessa essenza divina, allora potrebbe anche essere verosimile quel che pensava l’eretico Ario: solo il Padre è Dio veramente e crea una sorta di “super demiurgo” per mezzo del quale crea l’universo, avendo con lui, evidentemente, un rapporto d’amore così grande e sublime da rendergli possibile di chiamarsi “figlio” (ma senza esserlo realmente, perché, come gli ariani cianciavano con una filastrocca greca, “[il Padre] c’era, quando [il Figlio] non c’era” - “hen ote ouk hen pote”, in greco). Ma in questo caso non si potrebbe dire che Dio “è” amore, ma solo che Dio (Padre) “ha” un amore immenso per il Figlio. Esso diverrebbe un attributo e non più espressione dell’essenza divina e del suo essere. 
Avere chiaro questo, significa, peraltro immediatamente trarne alcune importantissime conseguenze. Anzitutto, stante l’antico principio “agere sequitur esse” (“l’agire segue l’essere”), se Dio è amore (questa è la sua essenza, che peraltro in Lui coincide con l’essere: “Io sono Colui che sono”, Es 3,14), tutto quello che Egli fa sia all’interno della Trinità, che all’esterno di essa (creazione e creature) è sempre, soltanto, comunque, dovunque, immancabilmente, infallibilmente e inesorabilmente mosso dall’amore. La perfetta ed infinita beatitudine delle tre Persone divine non è dunque nient’altro che il sommo godimento reciproco dell’infinito amore dell’Una verso l’Altra: e tale sarà la beatitudine che attende tutte le creature intelligenti che la raggiungeranno nell’unione beatifica. Inoltre, il motivo per cui Dio ha creato l’universo, gli angeli, le creature intelligenti è sempre e solo l’amore, ossia il desiderio che, tale infinita prorompenza di amore infinito, in qualche modo uscisse dalla sua sede e si comunicasse, in forme svariate, infinite e stupendamente differenziate “fuori di sé”. Conseguentemente tutto parla di Lui, tutto quello che noi vediamo non è nient’altro che una eco, forte o lieve, chiara o pallida, eloquente o silenziosa, del suo amore. Le creature intelligenti (angeli e uomini), vertici dell’opera creativa di Dio, sono quelle capaci di conoscere, ricevere, comprendere, accogliere, corrispondere all’amore divino e viverlo, dandolo le une alle altre. Allontanarsi da questo, lo stesso peccato, è sempre intrinsecamente un “no” detto all’amore e l’odio (che è divenuto, sciaguratamente lo status quasi ontologico e certamente irreversibile degli angeli ribelli) ne è l’oscura e sinistra conferma. Dove c’è il male, c’è sempre l’odio, ossia una separazione netta dall’amore e dal bene; dove c’è il bene, c’è sempre l’amore. Ecco perché la carità è la virtù più grande di tutte e l’unica che resterà per sempre… Perché l’amore è Dio! Le altre religioni monoteiste, che non hanno accolto questa pienezza della Rivelazione (iniziata nell’Antico Testamento proprio come rivelazione anzitutto dell’unicità di Dio, che esse appunto accolgono, credono e riconoscono), mancano semplicemente di alcuni fondamentali dati per comprendere bene l’essenza profonda della divinità. Noi che abbiamo, come insegna santa Madre Chiesa, la “pienezza della Rivelazione”, dovremmo accogliere in tutto e per tutto il mistero del Dio amore e diventare esperti della sua grammatica, perfetti esecutori dei primi due grandissimi comandamenti: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze e il prossimo così come l’Amore fatto carne della seconda Persona ci ha amati. Ecco perché sant’Agostino, in un’enfasi di amore esclamò: “ama e fa’ quel che vuoi”. Purché ben si conosca la grammatica dell’amore. Infine, credere che l’essenza divina di un Dio che è onnipotente è l’amore, significa non avere difficoltà a credere che tutto ciò che accade (che non può accadere al di fuori del suo controllo o senza di esso), anche quando fosse non buono in apparenza, negativo è sempre permesso e consentito per una superiore e non comprensibile ragione d’amore: e questo porta inesorabilmente una grandissima pace e quiete del cuore, che è un altro distintivo dei veri figli di Dio.
Bisogna ovviamente ben comprendere che il primo passo dell’amore è accogliere l’amore divino, recependo anzitutto il cammino della vita che sono i comandamenti (“se mi amate, osservate i miei comandamenti”, Gv 14,15) e il punto di arrivo è vivere alla lettera quanto l’apostolo delle genti, con rara bellezza e maestria, scrisse nel capitolo tredici della lettera ai Corinzi, nello splendido inno alla carità, di cui mi piace ricordare un passaggio: “se anche […] ma non avessi la carità: non sono nulla” (1Cor 13,2). Non solo “non ho nulla” o “nulla mi giova” come aggiunge nel versetto seguente, ma appunto “non sono” nulla, quasi a richiamare velatamente come l’amore, che è il mistero dell’essere e dell’essenza divina, lo è in qualche modo anche della sua creatura, che dall’amore è stata pensata e creata, per amare vive e nell’abbraccio dell’eterno amore troverà il compimento della sua esistenza e la pienezza della beatitudine.



Continuiamo l’esposizione della professione dell’undicesimo sinodo di Toledo (DS 525-532), la cui splendida e chiara dottrina commenteremo (brevemente) nel prossimo articolo.
(14) Questa è la presentazione della santa Trinità: essa non deve esse detta e creduta triplice, ma Trinità. Non può essere giusto dire che nell’unico Dio è la Trinità, ma che l'unico Dio è la Trinità.  (15) Per il nome delle persone però, che esprime una relazione, il Padre è in riferimento al Figlio, il Figlio al Padre e lo Spirito Santo ad ambedue: sebbene in vista della loro relazione vengano chiamate tre persone, tuttavia esse sono, crediamo, una sola natura o sostanza. (16) E come tre persone non predichiamo tre sostanze, bensì una sostanza, ma tre persone. (17) Ciò che infatti è il «Padre», non lo è in relazione a se stesso, ma al Figlio; e ciò che è il «Figlio», non lo è in relazione a sé, ma al Padre; similmente anche lo Spirito Santo non è in relazione a sé, ma al Padre e al Figlio, essendo chiamato Spirito del Padre e del Figlio. (18) Parimenti quando diciamo «Dio», ciò vien detto non in relazione a qualcosa, come il Padre al Figlio o il Figlio al Padre o lo Spirito Santo al Padre e al Figlio, ma «Dio» vien detto in modo particolare in relazione a se stesso.
(19) Infatti se veniamo interrogati sulle singole persone, dobbiamo professarle come Dio. Perciò il Padre viene detto singolarmente Dio, il Figlio Dio, lo Spirito Santo Dio: e tuttavia non ci sono tre dèi, ma un solo Dio. (20) Parimenti viene singolarmente detto onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, onnipotente lo Spirito Santo: e tuttavia non ci sono tre onnipotenti, ma un solo onnipotente, come si parla di una sola luce e di un solo principio.(21) Dunque secondo la nostra professione di fede sia ogni persona è singolarmente perfetto Dio, sia tutte e tre le persone un solo Dio: esse hanno indivisa e eguale divinità, maestà o potestà, che non è né diminuita nelle singole, né aumentata nelle tre (insieme); poiché non ha di meno quando ogni persona viene chiamata singolarmente Dio, e non di più quando tutte e tre le persone vengono annunciate come un solo Dio.
(22) Questa santa Trinità, che e l'unico e vero Dio, non si sottrae dunque al numero, né è soggetta al numero. Nella relazione delle persone infatti si riconosce il numero; nella sostanza della divinità non si comprende che cosa venga enumerato. Perciò solo nel fatto di essere in riferimento l'una all’altra, mostrano un numero; e nel fatto di essere in relazione a se stesse, fanno a meno del numero. (23) Infatti a questa santa Trinità conviene un solo nome così naturale, che esso per tre persone non possa essere usato al plurale. Perciò crediamo anche quel detto nelle sacre Scritture: «Grande è il nostro Dio e grande la sua potenza, e per la sua sapienza non c'è numero» [Sal 147,5].
(24) Non potremo dire però che avendo detto che queste tre persone sono un solo Dio, il Padre sia il medesimo che il Figlio o il Figlio il medesimo che il Padre o che chi è lo Spirito Santo sia il Padre o il Figlio. (25) Poiché il Padre non è il medesimo che il Figlio, né il Figlio il medesimo che il Padre, né lo Spirito Santo il medesimo che il Padre o il Figlio; tuttavia il Padre è la realtà medesima del Figlio, il Figlio la medesima realtà del Padre, il Padre e il Figlio la medesima realtà dello Spirito Santo, cioè di natura un unico Dio. (26) Infatti dicendo che il Padre non è il medesimo del Figlio, ciò si riferisce alla distinzione delle persone. Dicendo invece che il Padre è la medesima realtà del Figlio, il Figlio la medesima realtà del Padre e lo Spirito Santo la medesima realtà del Padre e del Figlio, ciò si riferisce evidentemente alla natura, in virtù della quale è Dio o alla sostanza, giacché quanto alla sostanza sono una sola realtà: distinguiamo infatti le persone, non separiamo la divinità.
(27) Riconosciamo dunque la Trinità nella distinzione delle persone, professiamo l'unità a motivo della natura o della sostanza. Queste tre dunque sono una sola realtà, cioè quanto alla natura, non quanto alle persone. (28) Tuttavia queste tre persone non si devono stimare come separabili, giacché, crediamo, nessuna e mai esistita o ha operato qualcosa prima delle altre, nessuna dopo le altre, nessuna senza le altre. (29) Infatti sono trovate inseparabili sia in ciò che sono che in ciò che fanno: giacché tra il Padre che genera, e il Figlio che fu generato, e lo Spirito Santo che procede (da loro), non c'e  stato, crediamo, nessun intervallo di tempo, per cui il genitore ha preceduto il generato oppure il generato mancava al genitore oppure lo Spirito Santo procedente dal Padre e dal Figlio apparve più tardi. (30) Perciò questa Trinità viene da noi detta e creduta inseparabile e inconfusa. Si parla dunque di queste tre persone, secondo la dottrina degli antenati, affinché esse vengano riconosciute, non affinché vengano separate. (31) Infatti se facciamo attenzione a ciò che la Scrittura santa dice della Sapienza: «è lo splendore della luce eterna» [Sap 7,26], come costatiamo che lo splendore è inseparabilmente inerente alla luce, cosi professiamo che il Figlio non può essere separato dal Padre. (32) Come dunque non confondiamo queste tre persone di una sola e  inseparabile natura, cosi diciamo che non sono affatto separabili.
(33) In verità la Trinità stessa si è degnata di mostrarci ciò in maniera tanto chiara, che anche in questi nomi, con i quali secondo il suo volere le persone vengono riconosciute singolarmente, non permette che l'una venga compresa senza l'altra: infatti né il Padre viene riconosciuto senza il Figlio, né si trova il Figlio senza il Padre. (34) Invero la relazione stessa (espressa) dal nome delle persone vieta di separare le persone: infatti anche se non le nomina contemporaneamente, contemporaneamente vi allude. Nessuno poi può udire uno di questi nomi, senza essere costretto a comprendere insieme anche l'altro. (35) Sebbene dunque queste tre siano una realtà sola, e la sola realtà tre, tuttavia rimane ad ogni singola persona la sua peculiarità. Il Padre infatti ha l'eternità senza nascita, il Figlio l'eternità con la nascita, lo Spirito Santo poi il procedere senza nascita con l’eternità.

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