Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2023-07-12

Sapere é dovere: il peccato d'ignoranza

← Tutti gli articoli

                                  I principi della vita morale: la libertà e le cause che la diminuiscono
 

L’uomo è realmente libero e i suoi atti sono, ordinariamente, volontari e a lui attribuibili. Tali atti, appunto, in quanto volontari, chiamano in causa la responsabilità personale circa le loro conseguenze, sia in bene che in male. 
La volontarietà degli atti di un uomo adulto si dice che è perfetta in quanto capace di deliberare sulla bontà o cattiveria dei fini, ovvero, degli obiettivi che intende raggiungere, sull’opportunità o meno di perseguirli e sui mezzi con cui ottenerli. La volontarietà di un atto può essere diminuita in tutto o in parte da una serie di circostanze che ora vedremo nel dettaglio, sempre corredando il discorso con degli esempi che ne facciano comprendere la sua estrema concretezza e rilevanza per la vita “pratica”. La prima causa di possibile involontarietà dell’atto (totale o parziale) si ha quando l’agente subisca una coercizione estrinseca denominata “violenza”, sia essa fisica (percosse, torture finalizzate a estorcere il compimento di una certa azione), oppure morale o psicologica (perpetrata attraverso minacce, attraverso violenze o minacce a familiari, etc.). A differenza di quanto comunemente si pensi, questa circostanza, salvo rarissimi e ben determinati casi, non toglie del tutto la volontarietà dell’atto, ma ne diminuisce solo la gravità. Per quanto gravi siano le minacce, le percosse e ogni altra forma anche raffinata di violenza, non si perde, infatti, mai la possibilità di resistere e non fare ciò che l’autore della violenza vorrebbe. C’è un esempio attinente alla vita morale che fa pienamente luce su questo punto: Santa Maria Goretti  resistette al tentativo di violenza sessuale di Alessandro Serenelli nonostante questi minacciasse di ucciderla, come di fatto fece, con un punteruolo. Qualche anno fa venni a sapere che la ragazza di nome Amelia, di cui la Madonna di Fatima rivelò a suor Lucia nella prima apparizione che sarebbe dovuta rimanere in Purgatorio fino alla fine del mondo, aveva subito una violenza sessuale a cui per paura (di certo umanamente comprensibile) non si era ribellata. Presumibilmente (io personalmente lo ignoro) ci saranno state altre problematiche attinenti alla vita morale di questa persona, che giustifichino una sosta tanto lunga nel luogo di purgazione; ma nella fattispecie in questione la volontarietà dell’atto non è del tutto assente, in quanto in circostanze del genere, bisogna trovare il coraggio e la forza di reagire in tutti i modi possibili per evitare il compimento di tale atto turpe. Solo nel caso in cui, volendo rimanere in questo scabroso esempio, la vittima venisse totalmente immobilizzata (legata, oppure tenuta ferma da più persone) e subisse quindi tale violenza in maniera invincibile, la volontarietà sarebbe del tutto assente. Questo esempio apre il campo all’analisi di un secondo fattore che influisce sulla piena volontarietà di un atto, che è la paura. San Tommaso d’Aquino insegna perentoriamente che tale fattore, molto presente nel cuore dell’uomo, non causa e non può causare mai l’involontarietà piena di un atto e questo perché, anche se a causa della paura ci si muove in un senso o in un altro per evitare un male maggiore o per sfuggire a qualche grave e imminente male, in chi agisce rimane sempre la ripugnanza verso l’azione concreta compiuta in balia della paura, che in circostanze ordinarie non si sarebbe compiuta. Si pensi pure al rimprovero che Gesù nei Vangeli dà al servo che “per paura” aveva nascosto il talento in un fazzoletto; oppure alla paura che venne al giovane ricco quando Gesù gli prospettò la chiamata a vendere tutto e seguirlo. Il servo fannullone è stato condannato e il giovane ricco se ne è andato, con la sua tristezza, a mordersi le mani per un “no” detto a Dio per paura. La paura è una pericolosissima passione che deve essere combattuta e vinta, perché satana la usa spessissimo come arma per trasgredire la legge di Dio. Quanti giovani perdono la purezza “per paura di rimanere da soli” o di essere lasciati dal partner che chiede loro di concedersi! Quanti giovani si rovinano per paura di rimanere senza amici, adeguandosi allo stile del branco e incamminandosi verso precoci vie di perdizione! Quante persone oggi vanno “a convivere” per paura di prendere una direzione di vita seria, impegnativa e definitiva e pensano che basti fare il “giro di prova” per avere delle certezze che solo la fede in Dio, la forza del sacramento e la scelta di un amore pieno e incondizionato può dare. Concludo citando un passo di un testo di Padre Francesco Bamonte (“La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi”), dove riporta queste illuminanti rivelazioni di satana a proposito della totale assenza di paura nella Tutta Pura: “Era un giglio dei campi, intoccato, intoccabile, niente avrebbe potuto sfiorarla; Lei non ha avuto mai paura; lei non conosceva la paura, neanche quando minacciavano suo Figlio; Lei non aveva mai paura; Lei non aveva mai rancore. Lei ha sempre sorriso, anche quando piangeva. Lei è il riscatto della vostra razza” (pag. 160-161). 

Apriamo ora il delicatissimo e importantissimo discorso sull’ignoranza, ossia se e quando si può dire, come molti fanno, “non lo sapevo”, in modo che ciò sia realmente una circostanza scusante dal peccato. La disciplina morale, come vedremo subito, è per molti aspetti diversa da quella giuridica ed anche da ciò che si pensa comunemente; per altro, abbastanza nota. Secondo san Tommaso d’Aquino esistono tre generi di ignoranza, uno solo dei quali scusa dal peccato: ignoranza concomitante, ignoranza conseguente (o volontaria), ignoranza antecedente (o involontaria). La prima si ha quando, contemporaneamente al momento in cui si sta compiendo un atto, che comunque si voleva compiere, sopravviene una circostanza accidentale ed esterna rispetto a quell'atto (che appunto comunque si voleva compiere). L’esempio di scuola chiarirà subito la fattispecie. Un uomo è a caccia e vede dietro un cespuglio muoversi qualcosa. Pensando che sia una lepre, spara. Quando va a verificare, si accorge che non era la lepre, ma il suo peggior nemico (che egli aveva già deciso di uccidere). Effettivamente la persona non sapeva che dietro il cespuglio ci potesse essere il suo nemico. Ma se, con un buon avvocato, potrà scampare alla condanna degli uomini, o quanto meno limitarla, davanti a Dio questo fatto è del tutto irrilevante, solo perché la persona aveva già comunque deliberato di uccidere il suo nemico e dovrà rispondere di omicidio volontario. E se, diversamente, il cacciatore pensava di intravedere dietro il cespuglio il suo nemico e tutto contento spara, pensando di poter in qualche modo coprirsi dietro un apparente incidente, ed invece uccide una lepre (perché questa e non il suo nemico era dietro il cespuglio), davanti agli uomini sarà totalmente innocente, ma davanti a Dio colpevole di omicidio volontario. L’atto compiuto in questo modo non si può, infatti, definire involontario (= contro la propria volontà), perché quell’uomo lo si voleva comunque uccidere; ma semplicemente “non volontario”, essendo le circostanze concrete del tutto irrilevanti in ordine alla volontarietà dell’atto, anche se così potrebbe non sembrare. E quindi questa ignoranza, dal punto di vista morale, è del tutto irrilevante e non scusa in nessun modo dal peccato né diminuisce la responsabilità. Il secondo genere di ignoranza, il più diffuso, è quella volontaria (detta “conseguente”, perché dipendente da una cattiva deliberazione precedente della volontà del soggetto) e si distingue in tre specie. Quella “crassa” o “affettata” (tecnicamente definita “direttamente volontaria”), tipica delle persone che si rifiutano di sapere come stanno le cose e dove sta la verità per non essere distolti dal peccare; questa non solo non scusa, ma ordinariamente aggrava la colpa, perché dipende da una preventiva chiusura alla possibilità di essere illuminati per agire diversamente. Si pensi a un lussurioso incallito che rifiuta di ascoltare chi cercasse di fargli comprendere perché questo vizio è così orribile e degradante. La seconda specie è detta “ignoranza di inconsiderazione (o “indirettamente volontaria”) che è quasi sempre presente nelle scelte cattive, abitudinarie o passionali. Si pensi, tornando all’esempio del cacciatore e della preda, a chi, guardando il cespuglio, vede muoversi qualcosa, ma gli viene il sospetto che possa essere non una lepre ma un uomo e decide di sparare. Si reca sul luogo e trova una lepre morta. Nessuna legge umana potrà mai fargli il processo all’intenzione né accusarlo di nulla, ma davanti a Dio è colpevole di omicidio volontario e dovrà risponderne, perché ha sparato sconsideratamente, assumendosi il rischio di  uccidere, per tanto banale motivo, un essere umano. La terza specie di ignoranza volontaria - questa davvero diffusissima - è detta “di negligenza” ed è tipica di chi ignora la legge morale perché non si è curato, come suo dovere, di cercare di conoscere la verità. Quanta gente dice: “ho scoperto solo oggi di aver commesso questo peccato, ma non lo sapevo che era peccato”. Dio gli obietterà il giorno di giudizio: “ma tu cosa hai fatto per formare la tua coscienza? E poi sei proprio sicuro che non ne avessi neanche un lontano sentore”? Indubbiamente questa ignoranza, frequentissima, può in parte diminuire la responsabilità, ma mai scusare del tutto. Solo nel caso in cui - e questo Dio solo può saperlo con certezza - per la persona fosse oggettivamente o soggettivamente  impossibile arrivare a conoscere il bene, sarebbe del tutto scusato. Si vede, dunque, come anche nel caso della legge morale vale il principio giuridico in base al quale “l’ignoranza della legge non scusa”. Il terzo ed ultimo genere di ignoranza, l’unico che scusa, è quella “antecedente”, che causa atti realmente involontari in quanto fa compiere un’azione in presenza di circostanze che, se conosciute, mai avrebbero portato il compimento di quell’atto. Rimanendo ancora nel celebre esempio, il famoso cacciatore spara ad una lepre e, disgraziatamente, proprio nell’istante in cui fa fuoco, improvvisamente un altro cacciatore si inserisce nella traiettoria del proiettile e ne resta ucciso. Quasi certamente la legge umana incriminerà il malcapitato di omicidio colposo ma, davanti a Dio, la persona è completamente innocente e, nonostante sia morto un uomo, non può e non deve pensare di averlo ucciso, né deve confessarsi. Si pensi anche all’odioso gioco per fanciulli, in base al quale si induce l’ignaro destinatario del gioco a proferire, attraverso un escamotage, una bestemmia materiale al termine di esso. I ragazzi che cadono in questo, si disperano pensando di aver bestemmiato. Ma chi dovrà rispondere di bestemmia davanti a Dio non è il povero ragazzo (che in realtà è una vittima), ma l’autore del gioco anche se non ha materialmente proferito alcuna espressione blasfema. Dal che si deduce che “scusa non l’ignoranza della legge, ma solo l’ignoranza del fatto".







Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.