L'importanza di avere un buon confessore
Sant’Alfonso
Maria de’ Liguori, nella sua aurea operetta “Pratica del confessore” – che ogni confessore farebbe assai bene a leggere e
meditare – enumerava quattro tradizionali doti che dovrebbe avere un buon confessore: padre,
maestro, medico e giudice. L’assenza di uno o più di questi requisiti
influisce, a seconda dei casi, sulla fruttuosità o addirittura (anche se assai di rado) sulla validità stessa della
confessione. Cerchiamo di vederli più da vicino.
Anzitutto un
confessore deve essere padre. Deve quindi trattare le anime con la cura,
l’amore e la premura che avrebbe un padre verso un figlio, ma anche, se
necessario, con l’autorevolezza e l’autorità che un padre può e deve avere ed
esercitare nei confronti di un figlio “scapestrato”. In questo senso deve
sempre tenere unita la dolcezza alla fermezza (una “dolce fermezza” e una
“ferma dolcezza”) e la misericordia alla verità (come ci ricorda il Salmo:
“misericordia e verità si incontreranno”, Sal 84,11). Guai a sbilanciarsi
imprudentemente verso una di queste direzioni (misericordia senza verità o
verità senza misericordia; dolcezza senza fermezza – che diventa debolezza – e
fermezza senza dolcezza – che diventa severità eccessiva oppure sterile
rigidità). Questo requisito influisce molto sulla dimensione psicologica della
confessione (non importante da un punto di vista strettamente sacramentale e
canonico, ma molto dal punto di vista esistenziale) e può compromettere la fruttuosità del sacramento (un confessore troppo rigido
può scoraggiare il penitente e rendergli odioso il sacramento e la stessa vita cristiana, mentre un
confessore troppo largo può letteralmente rovinare un’anima, spalancandole il
baratro di una vita dissoluta dentro una coscienza rilassata).
Deve inoltre
essere maestro. Essere maestro vuol dire che, attraverso
un dialogo prudente ma anche chiaro, deve aiutare il penitente a prendere gradualmente coscienza del peccato perché si renda conto del male morale che ha
commesso e, pentendosene, possa riconciliarsi con Dio e con la Chiesa. Il tema della formazione della coscienza è quanto mai delicato, anche se attualissimo, trovandoci ormai in una situazione dove il senso del peccato si è largamente perduto. Indubbiamente la coscienza
della persona, in quanto tale, è sacra ed inviolabile e il grado di colpevolezza davanti a Dio di ogni persona dipende da quanto la sua coscienza ha interiorizzato riguardo il bene ed il male. Ma è altrettanto certo che la coscienza deve essere formata sulla base dei principi della
morale cristiana (cattolica), perché anche il male inconsapevolmente compiuto - come insegnava egregiamente san Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor - quand'anche non fosse imputabile in tutto o in parte a livello soggettivo, non cessa di essere tale a livello oggettivo e a produrre male e devastazione sia nella vita del penitente che nella vita del suo prossimo. La coscienza, dunque, deve essere debitamente formata, perché non è l'arbitrio del penitente a stabilire ciò che è bene o
male (e, per la verità, nemmeno il confessore!), ma la legge di Dio, che deve essere conosciuta, riconosciuta e osservata. Se poi il
penitente pur conoscendo la legge di Dio omettesse volutamente di confessare alcuni
peccati perché, a suo parere, non ci sarebbe in essi niente di male, non sarebbe scusabile da una vera e propria confessione sacrilega. Il confessore, con la debita prudenza, può (e in alcune circostanze deve) delicatamente verificare se il penitente si trovi in reale ignoranza (e in tal caso aiutarlo nella confessione almeno delle colpe più comuni e grossolane) e ammonirlo nel caso si mostri reticente a riconoscere e quindi confessare un peccato grave come tale. Si tenga inoltre presente che la confessione termina,
ordinariamente, con un’esortazione che il confessore rivolge al penitente, in
cui continua ad esercitare il suo ministero di formatore delle anime. Un buon
maestro rivolgerà una buona esortazione, quella di un maestro cattivo (Dio voglia che non ce ne siano) sarà fuorviante, dando vita alla fattispecie di evangelica memoria del "cieco che guida un altro cieco" (cadendo così entrambi dentro il fosso).
Il confessore
deve essere anche medico. Il peccato, infatti, lascia delle piaghe profonde
nell’anima e queste devono essere, come ricorda metaforicamente la parabola del
figliol prodigo, lavate, medicate e fasciate in vista di una completa
guarigione. Un buon medico sarà anzitutto capace di condurre, immediatamente o
gradualmente, il penitente a tagliare seriamente, radicalmente e definitivamente con il
peccato, specialmente nei casi di peccatori recidivi. Lo farà anche scegliendo - dove possibile e sempre con la debita prudenza - salutari penitenze, adatte, proporzionate ed efficaci per lo scopo (purificazione e guarigione
dell’anima in vista di una perfetta vita di grazia), che fungono da autentiche medicine dell'anima. La terapia, a volte, può
essere caustica e dolorosa, fino a dover usare il bisturi. È
il confessore che deve capire cosa fare e come comportarsi, tenendo conto che ordinariamente è sempre bene
seguire una certa gradualità (specie con i peccatori recidivi), come la Chiesa raccomanda (la legge della gradualità, che è però cosa diversa dalla gradualità della legge). Sulla base di questo requisito
si comprende quanto sia importante avere un confessore fisso, che conosca le
patologie (croniche e acute…) dell’anima e possa lavorare per azzeccare la
terapia risolutiva. L’assenza di questo requisito, evidentemente, non mina la
validità del sacramento, ma ne condiziona grandemente la fruttuosità.
Infine il confessore deve essere giudice. Un giudice senz’altro clemente e magnanimo, ma un vero e proprio giudice. Il confessionale veniva tradizionalmente chiamato “tribunale della penitenza” o “della misericordia”, nel senso che ivi avviene una sorta di processo senz’altro “sui generis”, ma che termina con una vera e propria sentenza (assoluzione o non assoluzione). Anche se questo requisito e questo linguaggio oggi può apparire superato o obsoleto, esso conserva tutta la sua piena importanza e urgenza, tanto più che esso condiziona pesantemente la validità della confessione. Se il confessore, infatti, si accorge con certezza che il penitente non è pentito e non reagisce positivamente agli inviti al pentimento fatti durante la confessione, non solo non deve ma non può assolverlo, quanto meno non subito, perché, facendo ciò, oltre a far commettere un sacrilegio al penitente, lo commetterebbe a sua volta egli stesso. Un’assoluzione data in assenza certa di uno dei requisiti di validità (soprattutto il pentimento) è, infatti, nulla e sacrilega. Massima attenzione va prestata con i peccatori recidivi (che non possono essere sempre assolti immediatamente, specie se non danno segni di progresso nella lotta contro i vizi) oppure con coloro che nascondono le colpe o mostrano chiari e manifesti segni di totale assenza di pentimento. Gli esempi che oggi possono presentarsi sono molteplici: una coppia di fidanzati che rifiuta radicalmente anche solo di provare a vivere castamente, considerando la castità un disvalore ed un valore la pratica esplicita della sessualità fuori del matrimonio; coppie che praticano la contraccezione in forma stabile e continuativa, senza aprirsi alla dottrina cattolica sull'apertura alla vita e sull'uso (almeno) dei metodi naturali leciti per regolare le nascite; persone che trascurano abitualmente il precetto domenicale e non vogliono fare almeno il proposito di correggersi; persone invischiate in relazioni adulterine che non intendano rompere il legame extraconiugale; persone che odiano o non parlano con qualche persona (specie parente) e non hanno intenzione né di fare gesti di riconciliazione né di concedere il perdono; etc. In queste situazioni, grande deve essere l'attenzione del confessore nel ponderare con estrema attenzione la condizione della persona e tutte le circostanze. Se grande, molto grande è la responsabilità del confessore, facciano tuttavia attenzione anche quei penitenti che, con malizia, premeditazione e dolo, vanno in cerca di confessori di manica larga, per illudersi di ricevere il perdono divino senza il minimo proposito di lasciare il peccato. Risponderanno davanti a Dio (che è buono e misericordioso, ma che non si deve irridere) della loro ipocrisia e simulazione, rimanendo non solo la loro anima macchiata delle colpe di cui non sono pentiti, ma aggravata anche dal grave sacrilegio di una confessione malfatta e, generalmente, delle conseguenti comunioni sacrileghe.
Infine il confessore deve essere giudice. Un giudice senz’altro clemente e magnanimo, ma un vero e proprio giudice. Il confessionale veniva tradizionalmente chiamato “tribunale della penitenza” o “della misericordia”, nel senso che ivi avviene una sorta di processo senz’altro “sui generis”, ma che termina con una vera e propria sentenza (assoluzione o non assoluzione). Anche se questo requisito e questo linguaggio oggi può apparire superato o obsoleto, esso conserva tutta la sua piena importanza e urgenza, tanto più che esso condiziona pesantemente la validità della confessione. Se il confessore, infatti, si accorge con certezza che il penitente non è pentito e non reagisce positivamente agli inviti al pentimento fatti durante la confessione, non solo non deve ma non può assolverlo, quanto meno non subito, perché, facendo ciò, oltre a far commettere un sacrilegio al penitente, lo commetterebbe a sua volta egli stesso. Un’assoluzione data in assenza certa di uno dei requisiti di validità (soprattutto il pentimento) è, infatti, nulla e sacrilega. Massima attenzione va prestata con i peccatori recidivi (che non possono essere sempre assolti immediatamente, specie se non danno segni di progresso nella lotta contro i vizi) oppure con coloro che nascondono le colpe o mostrano chiari e manifesti segni di totale assenza di pentimento. Gli esempi che oggi possono presentarsi sono molteplici: una coppia di fidanzati che rifiuta radicalmente anche solo di provare a vivere castamente, considerando la castità un disvalore ed un valore la pratica esplicita della sessualità fuori del matrimonio; coppie che praticano la contraccezione in forma stabile e continuativa, senza aprirsi alla dottrina cattolica sull'apertura alla vita e sull'uso (almeno) dei metodi naturali leciti per regolare le nascite; persone che trascurano abitualmente il precetto domenicale e non vogliono fare almeno il proposito di correggersi; persone invischiate in relazioni adulterine che non intendano rompere il legame extraconiugale; persone che odiano o non parlano con qualche persona (specie parente) e non hanno intenzione né di fare gesti di riconciliazione né di concedere il perdono; etc. In queste situazioni, grande deve essere l'attenzione del confessore nel ponderare con estrema attenzione la condizione della persona e tutte le circostanze. Se grande, molto grande è la responsabilità del confessore, facciano tuttavia attenzione anche quei penitenti che, con malizia, premeditazione e dolo, vanno in cerca di confessori di manica larga, per illudersi di ricevere il perdono divino senza il minimo proposito di lasciare il peccato. Risponderanno davanti a Dio (che è buono e misericordioso, ma che non si deve irridere) della loro ipocrisia e simulazione, rimanendo non solo la loro anima macchiata delle colpe di cui non sono pentiti, ma aggravata anche dal grave sacrilegio di una confessione malfatta e, generalmente, delle conseguenti comunioni sacrileghe.
