Il santo Sacrificio della Messa nella dottrina del Concilio di Trento
Una delle perle preziose del Concilio tridentino è indubbiamente il decreto sul santo Sacrificio della Messa, che contiene la pura e autentica dottrina cattolica su questo grande, immenso, adorabile e insondabile mistero. Le indicazioni dogmatiche su questo argomento si rivelano, nuovamente, di strettissima attualità e dovrebbero essere tenute ben presenti per evitare di ridurre la Messa ad opera umana, farcita di innumerevoli elementi estranei ad essa e alla sua sacralità, e a volte letteralmente profanata con gesti, “segni” ed esibizioni totalmente fuori luogo, di cui ampia rassegna è purtroppo facilmente reperibile online da chiunque volesse rendersi conto della situazione davvero preoccupante a cui si assiste in certi luoghi. Come gli altri decreti, anche questo contiene una risposta “frontale” alle eresie protestanti in merito ed è distinto in una parte esplicativa dottrinale (Denz 1738-1750) ed in una dichiarativa e precettiva (canoni, Denz1751-1759). Cominciamo come sempre dalla prima. Il Concilio afferma che l’unico e cruento sacrificio della Croce, compiuto dal Signore il Venerdì santo, doveva essere perpetuato nei secoli. Una redenzione “eterna” compiuta dal Sommo ed eterno Sacerdote. Questa “perennizzazione” doveva avvenire attraverso un sacrificio visibile, che attualizzasse e significasse l’unico sacrificio cruento della Croce offerto una volta per tutte, prolungandone la memoria (efficace e salvifica) fino alla fine del mondo. Questo sacrificio visibile fu istituito nell’ultima Cena, momento in cui, contestualmente ad esso, gli apostoli furono costituiti sacerdoti della Nuova Alleanza (con le parole: “fate questo in memoria di Me”), promulgata in quel medesimo momento. In questo sacrificio visibile che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in maniera incruenta lo stesso Cristo che si offrì sulla Croce. Cambia solo il modo di offrirsi della Divina Vittima (cruento sulla Croce, incruento nella Messa). Essendo un vero sacrificio, come tutti i sacrifici è veramente propiziatorio, nel senso che placa la divina giustizia ed ottiene ogni grazia e il dono del pentimento dei peccati ai vivi e la soddisfazione delle pene dovute per i peccati per coloro che non sono ancora pienamente purificati. Questo divino sacrificio è sempre e solo offerto al Padre per la remissione dei peccati e per tutte queste altre intenzioni. Nelle Messe celebrate in onore dei santi non è certo ad essi che si offre il sacrificio eucaristico, ma semplicemente si ringrazia Dio per le loro vittorie (che sono state possibili solo grazie alla redenzione operata da Cristo) e si invoca la loro protezione e intercessione. Il Concilio prosegue affermando la sacralità dell’antico canone della santa Messa, “che non contiene niente che non profumi di santità e di pietà e non innalzi a Dio la mente di quelli che lo offrono” e spiega che tutte le cerimonie della Santa Messa (i paramenti sacri, l’incenso, le benedizioni, le rubriche del Messale, etc.) sono finalizzate a “rendere più evidente la maestà di un così grande sacrificio” e aiutare i fedeli a contemplare le sublimi realtà nascoste dietro quei veli e simboli. Un deciso encomio e una difesa particolare sono spesi in favore dell’uso esclusivo della lingua latina nella santa Messa. Infine viene sancito che per la validità della santa Messa è necessario che si comunichi solo il sacerdote celebrante, che deve consumare la vittima sacrificale “ad validitatem Missae”. La comunione sacramentale dei fedeli è quanto mai raccomandata e auspicata, ma non è affatto necessaria, né la partecipazione alla santa Messa da parte di un fedele che non si accosti alla comunione sacramentale deve essere considerata invalida o inopportuna. Si verifica solo una partecipazione meno abbondante ai frutti di questo Sacrificio. Conseguentemente è non solo pienamente lecita, ma anche altamente utile al bene di tutta la Chiesa, una Messa che fosse celebrata dal solo celebrante (“Messa privata”), perché tale Messa è celebrata dal ministro della Chiesa “non solo per sé, ma per tutti i fedeli che appartengono al Corpo di Cristo”, vivi e defunti e pertanto il sacrosanto sinodo non solo approva questo tipo di Messe, ma anche le raccomanda. Ora come allora.
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Dopo aver presentato sinteticamente la mirabile dottrina cattolica del decreto sul santo sacrificio della Messa, passiamo ad analizzarne i canoni. 1. Se qualcuno dirà che nella Messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato in cibo, sia anatema. 2. Se qualcuno dirà che con le parole: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1Cor 11,24), Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o che non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrissero il suo corpo e il suo sangue, sia anatema. 3. Se qualcuno dirà che il sacrificio della Messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o una semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non un sacrificio propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema. 4. Se qualcuno dirà che col sacrificio della Messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema. 5. Chi dirà che celebrare le Messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la Chiesa intende, è un’impostura, sia anatema. 6. Se qualcuno dirà che il canone della Messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema. 7. Se qualcuno dirà che le cerimonie, le vesti e gli altri segni esterni, di cui si serve la Chiesa cattolica nella celebrazione delle Messe, siano piuttosto elementi adatti a favorire l’empietà, che manifestazioni di pietà, sia anatema. 8. Se qualcuno dirà che le Messe, nelle quali solo il sacerdote si comunica sacramentalmente, sono illecite e, quindi, da sopprimere, sia anatema. 9. Se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la Messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell’offrire il calice non debba esser mischiata l’acqua col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo, sia anatema.
Sappiamo, inoltre, che i riformatori luterani negarono l’esistenza del sacerdozio ministeriale come distinto ed essenzialmente diverso dal sacerdozio comune, di cui sono rivestiti i fedeli di Cristo in quanto battezzati. Negarono quindi l’esistenza di una vera istituzione del sacramento dell’ordine sacro da parte del Signore. Ora, evidenziare come la prima – sia pur “del tutto singolare” – ordinazione sacerdotale sia avvenuta con le parole “fate questo in memoria di me”, fa invece comprendere e risaltare la natura assolutamente peculiare dell’ordine sacro, il suo legame intrinseco e indissolubile con l’eucaristia e la sua funzione mediatrice e propiziatrice, che perpetua la mediazione sacrificale e salvifica di Cristo Sommo sacerdote. I sacerdoti, quando esplicano le funzioni loro proprie, agiscono “in persona Christi”: cioè Cristo li usa come strumenti meramente passivi per continuare ad esercitare il suo sacerdozio salvifico nel tempo e nella storia. Cosa, questa, ben diversa dal sacerdozio comune, con il quale i cristiani sono abilitati a ricevere i sacramenti, a pregare il Signore per sé e per tutti e ad offrire se stessi e i propri sacrifici per la salvezza propria o altrui. Qui è Cristo che offre il suo proprio sacrificio per mezzo dei sacerdoti; un gesto essenzialmente e totalmente differente, dal quale peraltro traggono origine ed efficacia tutte le preghiere, offerte e atti compiuti dai cristiani, che senza di esso non avrebbero nessun senso né valore davanti a Dio. Sminuire o minimizzare la grandezza del sacerdozio cattolico è cosa che non favorisce affatto l’umiltà dei ministri ordinati, ma solo una indebita banalizzazione delle loro altissime funzioni, con grande danno per la loro personale santità e, soprattutto, per il bene della Chiesa e dei fedeli tutti.
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Proseguendo nel commento dei canoni sul santo Sacrificio della Messa, si badi come il Concilio insista sul carattere propiziatorio, nel duplice senso di “impetratorio” e “espiatorio” (o, se si preferisce, “satisfattorio”) del santo sacrificio eucaristico. Il che ci riporta ad un aspetto essenziale della Passione e Morte del Signore: la necessità, per divina giustizia, di qualcuno che ripari e impetri per ottenere le grazie perdute dall’uomo a causa del peccato e che ne espii le conseguenze in termini di pene dovute per il peccato. È per questo che la Messa può essere offerta per i vivi (per esempio per la conversione di un peccatore) che per i defunti (perché, grazie ai meriti e alle soddisfazioni di Gesù, sia abbreviato il tempo della purificazione nel Purgatorio). I protestanti potevano concedere che si parlasse di sacrificio solo nel senso di “sacrificio di lode o di ringraziamento” (indubbiamente presenti sia nel sacrificio della Croce che nel sacrificio eucaristico), ma non di “sacrificio propiziatorio”; perché sbandieravano una dottrina della misericordia falsa e strampalata. Altra idea astrusa che fu messa in giro a quei tempi era che se si fosse evidenziato il carattere sacrificale della santa Messa, si sarebbe “bestemmiato” (sic!) contro l’unico sacrificio di Cristo consumato – come si legge nella lettera agli Ebrei – una sola volta il Venerdì santo sulla Croce. Ma il sacrificio della Messa non è per nulla una ripetizione del sacrificio della croce, ma la sua “rinnovazione” o “ripresentazione” sacramentale (e incruenta): cioè è semplicemente il modo mirabile miracolosamente “inventato” da Gesù per rendere presente, qui ed ora, in ogni tempo e in ogni luogo, l’unico sacrificio della croce, perché i suoi frutti siano applicati a beneficio dei vivi e dei defunti. Ecco perché il canone quattro anatematizza severamente chi affermava tale grossolana sciocchezza. I riformatori erano anche agguerriti contro i santi e contro le Messe celebrate in loro onore e andavano dicendo che i cattolici erano idolatri perché offrivano sacrifici a san Francesco, sant’Agostino etc. In realtà, il loro attacco contro i santi era logica conseguenza della loro dottrina della salvezza senza opere e senza sforzi, “per sola fede”, a cui, evidentemente, ostava l’esempio degli eroismi, delle fatiche, delle opere e delle penitenze compiute dai santi, che vengono nella santa Messa semplicemente venerati come esempi che hanno accolto in tutto la grazia e seguito le orme dell’unico Maestro, a cui solo e sempre si offre ogni sacrificio. Ecco spiegato, in questo senso, il tenore del canone quinto. Altri speciosi argomenti dei protestanti utilizzati per distruggere la Messa, erano anzitutto la presenza di fantomatici “errori” contenuti nel canone (romano) della santa Messa, che è in realtà un esempio mirabile di santità, spiritualità e “sobria romanità” di gesti, forme e riti; e, in secondo luogo, la critica verso le vesti, le cerimonie, i vasi sacri utilizzati per rendere gloria e onore a Dio, a parer loro “manifestazioni di empietà” piuttosto che mezzi atti a favorire la pietà.
Gli ultimi due canoni sanciscono la perfetta liceità della Messa in cui si comunica solo il sacerdote (cosa di cui abbiamo già avuto modo di parlare) e condannano la posizione di chi riteneva che la santa Messa dovesse necessariamente essere celebrata in lingua volgare. Attualmente, nel nuovo rito della santa Messa, ordinariamente si celebra in lingua volgare, ma non si dimentichi che la lingua ufficiale della liturgia della Chiesa è e rimane tuttora il latino. Così, infatti, stabilì proprio quella costituzione dogmatica del Concilo Vaticano II “Sacrosanctum Concilium”: “L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” (SC 36).
