Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2015-05-27

Senza Messa non possiamo vivere!

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Il santo Sacrificio della Messa nella dottrina del Concilio di Trento




Una  delle  perle  preziose  del  Concilio  tridentino  è indubbiamente  il  decreto  sul  santo Sacrificio della Messa, che contiene la pura e autentica dottrina cattolica su questo grande, immenso,   adorabile   e   insondabile   mistero.   Le   indicazioni   dogmatiche   su   questo argomento  si  rivelano,  nuovamente,  di  strettissima attualità  e  dovrebbero  essere  tenute ben  presenti  per  evitare  di  ridurre  la  Messa  ad  opera  umana,  farcita  di  innumerevoli elementi  estranei  ad  essa  e  alla  sua  sacralità, e a volte  letteralmente  profanata  con gesti, “segni” ed esibizioni totalmente fuori luogo, di cui ampia rassegna è purtroppo facilmente reperibile  online  da  chiunque volesse rendersi conto della situazione davvero preoccupante a cui si assiste in certi luoghi. Come gli altri decreti, anche questo contiene una  risposta  “frontale”  alle  eresie  protestanti  in merito  ed  è  distinto  in  una  parte esplicativa  dottrinale  (Denz  1738-1750)  ed  in  una  dichiarativa  e  precettiva  (canoni, Denz1751-1759). Cominciamo come sempre dalla prima. Il  Concilio  afferma  che  l’unico  e  cruento  sacrificio  della  Croce,  compiuto  dal  Signore  il Venerdì santo, doveva essere perpetuato nei secoli. Una redenzione “eterna” compiuta dal Sommo  ed  eterno  Sacerdote.  Questa  “perennizzazione”  doveva  avvenire  attraverso  un sacrificio  visibile, che  attualizzasse  e  significasse  l’unico  sacrificio  cruento  della  Croce offerto  una  volta  per tutte, prolungandone  la  memoria  (efficace  e  salvifica)  fino  alla  fine del  mondo.  Questo  sacrificio  visibile  fu  istituito  nell’ultima  Cena,  momento  in  cui, contestualmente ad esso, gli apostoli furono costituiti sacerdoti della Nuova Alleanza (con le parole: “fate questo in memoria di Me”), promulgata in quel medesimo momento. In questo sacrificio visibile che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in maniera incruenta  lo  stesso  Cristo  che  si  offrì  sulla  Croce.  Cambia  solo  il  modo  di  offrirsi  della Divina  Vittima  (cruento  sulla  Croce,  incruento  nella  Messa).  Essendo  un vero sacrificio, come  tutti  i  sacrifici  è  veramente propiziatorio,  nel  senso  che  placa  la  divina  giustizia  ed ottiene  ogni  grazia  e  il  dono  del  pentimento  dei  peccati  ai  vivi  e  la  soddisfazione  delle pene dovute per i peccati per coloro che non sono ancora pienamente purificati.  Questo divino sacrificio è sempre e solo offerto al Padre per la remissione dei peccati e per tutte queste altre  intenzioni.  Nelle Messe  celebrate in onore dei santi non  è  certo  ad  essi che si offre il sacrificio eucaristico, ma semplicemente si ringrazia Dio per le loro vittorie (che sono state possibili solo grazie alla redenzione operata da Cristo) e si invoca la loro protezione e intercessione. Il Concilio prosegue affermando la sacralità dell’antico canone della santa Messa, “che non contiene niente che non profumi di santità e di pietà e non innalzi a Dio la mente di quelli che  lo  offrono” e spiega che tutte le cerimonie della Santa Messa (i  paramenti  sacri, l’incenso,  le  benedizioni,  le  rubriche  del  Messale, etc.) sono finalizzate a “rendere  più evidente la maestà di un così grande sacrificio” e aiutare i fedeli a contemplare le sublimi realtà nascoste dietro quei veli e simboli. Un deciso encomio e una difesa particolare sono spesi in favore dell’uso esclusivo della lingua latina nella santa Messa. Infine viene sancito che per la validità della santa Messa è necessario che si comunichi solo il sacerdote celebrante, che deve  consumare la vittima sacrificale “ad validitatem Missae”. La comunione  sacramentale  dei  fedeli  è  quanto  mai  raccomandata  e  auspicata,  ma  non  è affatto necessaria,  né  la  partecipazione alla santa Messa da parte di un fedele che non si accosti alla comunione sacramentale deve essere considerata invalida o inopportuna. Si  verifica  solo  una  partecipazione  meno abbondante ai frutti di questo Sacrificio. Conseguentemente è non solo pienamente lecita, ma anche altamente utile al bene di tutta la Chiesa, una Messa che fosse celebrata dal solo celebrante (“Messa privata”), perché tale Messa è celebrata dal ministro della Chiesa “non solo per sé, ma per tutti i fedeli che appartengono al Corpo di Cristo”, vivi e defunti e pertanto il sacrosanto sinodo non solo approva questo tipo di Messe, ma anche le raccomanda. Ora come allora.
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Dopo  aver  presentato  sinteticamente  la  mirabile  dottrina  cattolica  del  decreto  sul  santo sacrificio della Messa, passiamo ad analizzarne i canoni. 1.  Se  qualcuno  dirà  che  nella  Messa  non  si  offre  a Dio  un  vero  e  proprio  sacrificio,  o  che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato in cibo, sia anatema. 2.  Se  qualcuno  dirà  che  con  le  parole:  “Fate  questo  in  memoria  di  me”  (Lc  22,19;  1Cor 11,24), Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o che non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrissero il suo corpo e il suo sangue, sia anatema. 3.  Se  qualcuno   dirà   che  il   sacrificio   della  Messa   è  solo  un  sacrificio   di   lode   e  di ringraziamento,  o  una  semplice  commemorazione  del  sacrificio  offerto  sulla  croce,  e  non un  sacrificio  propiziatorio;  o  che  giova  solo  a  chi  lo  riceve;  e  che  non  si  deve  offrire  per  i vivi  e  per  i  morti,  per  i  peccati,  per  le  pene,  per  le  soddisfazioni,  e  per  altre  necessità,  sia anatema. 4. Se qualcuno dirà che col sacrificio della Messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema. 5.  Chi  dirà  che  celebrare  le  Messe  in  onore  dei  santi  e  per  ottenere  la  loro  intercessione presso Dio, come la Chiesa intende, è un’impostura, sia anatema. 6. Se qualcuno  dirà  che il  canone della Messa contiene degli  errori, e  che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema. 7. Se  qualcuno  dirà  che  le  cerimonie, le vesti e gli  altri  segni  esterni,  di  cui  si  serve  la Chiesa  cattolica  nella celebrazione  delle  Messe,  siano piuttosto elementi adatti a favorire l’empietà, che manifestazioni di pietà, sia anatema. 8. Se qualcuno dirà che le  Messe, nelle quali solo il sacerdote si comunica sacramentalmente, sono illecite e, quindi, da sopprimere, sia anatema. 9. Se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della  consacrazione  si  profferiscono  a  bassa voce,  è  da  riprovarsi;  o  che  la  Messa debba  essere  celebrata  solo  nella  lingua  del  popolo;  o  che  nell’offrire  il  calice  non  debba esser  mischiata  l’acqua  col  vino,  perché  ciò  sarebbe  contro  l’istituzione  di  Cristo,  sia anatema.
Sappiamo, inoltre, che i riformatori luterani negarono l’esistenza del sacerdozio ministeriale come  distinto  ed  essenzialmente  diverso  dal  sacerdozio comune,  di  cui  sono rivestiti  i  fedeli  di  Cristo  in  quanto  battezzati. Negarono  quindi  l’esistenza  di  una  vera istituzione del sacramento dell’ordine sacro da parte del Signore. Ora, evidenziare come la prima  – sia pur “del tutto singolare” – ordinazione sacerdotale sia avvenuta con le parole “fate questo in memoria di me”, fa invece comprendere e risaltare la natura assolutamente peculiare dell’ordine sacro, il suo legame intrinseco e indissolubile con l’eucaristia e la sua funzione  mediatrice  e  propiziatrice,  che  perpetua  la  mediazione  sacrificale  e  salvifica  di Cristo  Sommo  sacerdote. I sacerdoti, quando esplicano  le  funzioni  loro  proprie,  agiscono “in persona Christi”: cioè Cristo li usa come strumenti meramente passivi per continuare ad esercitare il suo sacerdozio salvifico nel tempo e nella storia. Cosa, questa, ben diversa dal sacerdozio comune, con il quale i cristiani sono abilitati a ricevere i sacramenti, a pregare il Signore per sé  e per tutti  e  ad offrire se stessi e i propri sacrifici per  la salvezza propria o altrui.  Qui  è  Cristo  che  offre  il suo proprio  sacrificio  per  mezzo  dei  sacerdoti;  un  gesto essenzialmente  e  totalmente  differente,  dal  quale  peraltro  traggono  origine  ed  efficacia tutte  le  preghiere,  offerte  e  atti  compiuti  dai  cristiani,  che  senza  di  esso  non  avrebbero nessun senso né valore davanti a Dio. Sminuire o minimizzare la grandezza del sacerdozio cattolico  è  cosa  che  non  favorisce  affatto  l’umiltà  dei  ministri  ordinati,  ma  solo  una indebita  banalizzazione  delle  loro  altissime  funzioni,  con  grande  danno  per  la  loro personale santità e, soprattutto, per il bene della Chiesa e dei fedeli tutti.

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Proseguendo nel commento dei  canoni sul santo Sacrificio  della Messa, si badi come il Concilio  insista  sul  carattere  propiziatorio,  nel  duplice  senso  di  “impetratorio”  e “espiatorio”  (o,  se  si preferisce,  “satisfattorio”)  del  santo sacrificio  eucaristico.  Il  che  ci riporta ad  un  aspetto essenziale della Passione e  Morte del  Signore: la necessità, per divina giustizia, di qualcuno che ripari e impetri per ottenere le grazie perdute dall’uomo a causa del peccato e che ne espii le conseguenze in termini di pene dovute per il peccato. È per questo che la Messa può essere offerta per i vivi (per esempio per la conversione di un peccatore) che per i defunti (perché, grazie ai meriti e alle soddisfazioni di Gesù, sia abbreviato il tempo della purificazione nel Purgatorio). I protestanti potevano concedere che si parlasse di sacrificio solo nel senso di “sacrificio di lode o di ringraziamento” (indubbiamente presenti sia nel sacrificio della Croce che nel sacrificio eucaristico), ma non di “sacrificio propiziatorio”; perché  sbandieravano  una  dottrina  della misericordia  falsa  e strampalata. Altra  idea  astrusa  che  fu  messa  in  giro  a  quei  tempi  era  che  se  si  fosse  evidenziato  il carattere  sacrificale  della  santa  Messa,  si  sarebbe “bestemmiato”  (sic!)  contro  l’unico sacrificio di Cristo consumato – come si legge nella lettera agli Ebrei – una sola volta il Venerdì santo sulla Croce. Ma il sacrificio della Messa non è per nulla una ripetizione del sacrificio  della  croce,  ma  la  sua  “rinnovazione”  o “ripresentazione”  sacramentale  (e incruenta): cioè è semplicemente il modo mirabile miracolosamente “inventato” da Gesù per rendere presente, qui ed ora, in ogni tempo e in ogni luogo, l’unico sacrificio della croce, perché i suoi frutti siano applicati a beneficio dei vivi e dei defunti. Ecco perché il canone quattro anatematizza severamente chi affermava tale grossolana sciocchezza. I riformatori erano anche agguerriti contro i santi e contro le Messe celebrate in loro onore e andavano dicendo che i cattolici erano idolatri perché offrivano sacrifici a san Francesco, sant’Agostino etc. In realtà, il loro attacco contro i santi era logica conseguenza della loro dottrina della salvezza senza opere e senza sforzi, “per sola fede”, a cui, evidentemente, ostava l’esempio degli eroismi, delle fatiche, delle opere e delle penitenze compiute dai santi, che vengono nella santa Messa  semplicemente venerati  come  esempi  che  hanno accolto in tutto la grazia e seguito le orme dell’unico Maestro, a cui solo e sempre si offre ogni sacrificio. Ecco spiegato, in questo senso, il tenore del canone quinto. Altri speciosi argomenti dei protestanti utilizzati per distruggere la Messa, erano anzitutto la presenza di fantomatici “errori” contenuti nel canone (romano) della santa Messa, che è in realtà un esempio mirabile di santità, spiritualità e “sobria romanità” di gesti, forme e riti; e, in secondo  luogo, la critica verso le vesti, le  cerimonie, i vasi sacri utilizzati per rendere gloria e onore a Dio, a parer loro “manifestazioni di empietà” piuttosto che mezzi atti a favorire la pietà.
Gli ultimi due canoni sanciscono la perfetta liceità della Messa in cui si comunica solo il sacerdote (cosa di cui abbiamo già avuto modo di parlare) e condannano la posizione di chi riteneva che la santa Messa dovesse necessariamente essere celebrata in lingua volgare. Attualmente, nel nuovo rito della santa Messa, ordinariamente si celebra in lingua volgare, ma non si dimentichi che la lingua ufficiale  della  liturgia  della  Chiesa  è e rimane tuttora il latino. Così, infatti, stabilì proprio quella costituzione dogmatica del Concilo Vaticano II “Sacrosanctum Concilium”: “L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” (SC 36).

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