Dal quarto precetto fondamentale della Chiesa
Cattolica, i fedeli sono tenuti a
venire incontro alle Sue necessità materiali
Il quarto precetto generale della regola il dovere
di tutti i fedeli di partecipare, in modo proporzionato alle proprie
possibilità, alle necessità materiali della Chiesa, affinché essa possa svolgere
la sua missione evangelizzatrice, missionaria, pastorale e caritativa nel
mondo. L’argomento è di quelli scottanti; e anche su questo c’è tanto
pressappochismo unito a scarsissima formazione (e informazione) da parte di non
pochi fedeli. Peraltro alcune “leggende nere” collegate a fatti di
cronaca, contribuiscono ulteriormente a creare confusione e disinformazione su
questo argomento.
Diciamo subito, per sgombrare immediatamente il campo da
possibili equivoci, che il messaggio cristiano non ha assolutamente nulla a che
fare né con il comunismo né con il pauperismo. La proprietà privata è lecita e
conforme al disegno di Dio, non altera il principio della destinazione
universale dei beni, la povertà evangelica è un consiglio e non un obbligo da
vivere effettivamente da parte di
tutti, e non è in alcun modo vera l’equazione: ricchi
= peccatori incalliti praticamente dannati, poveri = giusti sfruttati e perseguitati sicuri abitatori futuri
del cielo. Il migliore amico di Gesù, Lazzaro, figlio del governatore della
Siria Teofilo, non era certo un poveraccio (anzi!) e le eresie nate nel corso
della bimillenaria storia della Chiesa da un’esasperazione rigida e apodittica
della povertà evangelica non si possono contare. La Chiesa ha sempre insegnato
che i beni, anche materiali (compresi i soldi), sono “beni”, certamente temporali e da doversi impiegare al servizio del
bene (cosa tutt’altro che scontata), ma pur sempre “beni”. Certamente, a causa della condizione decaduta dell’uomo,
l’avidità di beni e di denaro, la tendenza all’accumulo egoistico di essi con
totale chiusura del cuore alle necessità del prossimo, rappresentano un
pericolo assai reale, come insegna l’episodio evangelico del giovane ricco, con
il conseguente insegnamento di Gesù circa i pericoli delle ricchezze (cf Mt
19,16-30 e paralleli) e l’analogo episodio dell’anonimo ricco epulone,
condannato all’Inferno per la sua totale chiusura di cuore alle necessità del
povero derelitto Lazzaro (Lc 16,19-31). Ma su questa, come su altre materie, il
fedele cristiano deve formarsi e imparare, anche grazie all’ascesi e alla
mortificazione, un uso buono e santo del denaro e dei beni materiali,
consapevole del fatto che, se non sono certamente i principali e i più grandi,
sono al tempo stesso indispensabili per sovvenire alle necessità e agli impegni
della vita in questo mondo. Uso santo che consiste nel trattenere per sé e per
la propria famiglia tutto ciò che è necessario ad una vita decorosa e
dignitosa, senza indulgere a lussi gratuiti o esagerati, riservando il
sovrappiù alle due destinazioni da sempre praticate e raccomandate dai maestri
di spirito: le necessità dei poveri e i bisogni della Chiesa.
Il Nuovo Testamento ci fornisce numerosi esempi di questa
primitiva presa di coscienza ecclesiale dell’importanza di quest’argomento e di
come la carità, necessariamente, dovesse abbracciare anche queste dimensioni
“concrete e terrene” dell’esistenza umana. I primi sette diaconi furono,
infatti, istituiti per il “servizio delle mense” (cf Atti degli Apostoli, cap.
6), ovvero quella prima embrionale forma di carità con cui la Chiesa,
attraverso le risorse di tutti i fedeli, sopperiva alla condizione di indigenza
o miseria di alcuni suoi membri. Un fenomeno, questo, non solo circoscritto a
livello locale (la Chiesa di Gerusalemme), ma praticato anche a livello “inter-ecclesiale”,
come forma di solidarietà con cui le Chiese più ricche sovvenivano alle
necessità delle comunità più povere. La famosa “colletta” organizzata da san
Paolo a Corinto per una chiesa sorella, ne è solo uno tra i tanti esempi
emblematici attestati dalle fonti (Cf Seconda lettera ai Corinzi, capitoli 8 e
9). Sono, inoltre, note e attestate dal secondo capitolo degli Atti degli
apostoli alcune consuetudini sorte spontaneamente nella comunità primitiva di
Gerusalemme, quali quella di tenere alcune cose in comune o di vendere alcuni
beni per condividere il ricavato con chi era privo del necessario. Infine san
Paolo ricorda ai Corinzi come le spese per il suo sostentamento durante la
missione nella loro comunità furono sostenute dalla Chiesa di Macedonia, per
evitare che qualcuno potesse pensare che l’azione missionaria dell’Apostolo
fosse mossa da fini non nobili e intenzioni non buone (cf 2Cor 11,7ss).
Sulla base di quanto emerso da questo primo excursus, possiamo enucleare i seguenti
principi fondamentali circa la dottrina ecclesiale sui beni temporali. La
Chiesa ha sempre realisticamente compreso la necessità dei beni materiali per
questa vita, ripudiando inopportuni angelismi o pauperismi. Ha promosso nella
coscienza dei fedeli, anche accogliendo alcuni liberi atti eroici (come la vendita di beni propri a scopo
caritativo), la formazione su questo punto, insegnando che fa parte della
sacrosanta “comunione dei santi” anche la disponibilità a condividere generosamente
il denaro e i beni temporali e materiali. Consapevole dell’importanza
fondamentale della missione apostolica e del fatto che gli apostoli, per quanto
santi e asceti, avevano (e hanno) bisogno almeno del necessario per mangiare,
vestirsi e quant’altro occorre per lo svolgimento della loro missione, non ha
esitato a promuovere una particolare sensibilità missionaria, accettando che le
comunità cristiane si facessero carico delle esigenze economiche insite nella
missione apostolica, sulla base dell’adagio evangelico del Signore secondo il
quale “l’operaio ha diritto alla sua mercede” (Lc 10,7). La Chiesa, infine, ha
promosso fin dalle origini delle “strutture istituzionali” che potessero
provvedere in forma stabile e organizzata alle necessità dei poveri e degli
indigenti della comunità.
Come si può agevolmente vedere, le moderne “conquiste”
degli Stati sociali e del cosiddetto “Welfare” hanno antenati ben lontani, che
fanno comprendere come la Chiesa abbia svolto una funzione educatrice del mondo
dal di dentro, in questo come in tanti altri settori del vivere, acquisendo
degli evidentissimi meriti che non possono essere in nessun modo misconosciuti
e che dovrebbero indurre ad estrema cautela chi non fa altro che gettare fango
o sparare a vuoto sulla Chiesa e sulla sua missione nel mondo.
Chiarito che “i soldi
servono per vivere” – fermo restando che non si vive per i soldi – dovrebbe
apparire evidente che sia il denaro sia il possesso di alcuni beni temporali
sono essenziali, anzi imprescindibili, perché la Chiesa possa compiere la sua
missione. Gli uomini di Chiesa che sono chiamati ad amministrare questo
patrimonio dovranno certamente agire con molto scrupolo e rettitudine perché il
buon uso dei beni sia effettivamente osservato e dovranno rendere conto al
Signore qualora ci ù distorsioni o sbavature nell’adempimento di questo
delicato mandato. Tuttavia di essi la Chiesa non può fare a meno, salvo
omettere di compiere la sua missione. Essa, stante la volontà del suo
Fondatore, consiste essenzialmente e principalmente nell’evangelizzazione del mondo
intero: “andate in tutto il mondo e annunciate il Vangelo ad ogni creatura” (Mt
28,16). Tutto il resto viene dopo e in subordine, perfino il dovere di
sovvenire – anche materialmente – chi versasse in condizioni di povertà
materiale. La Chiesa, infatti, non è una Onlus che si occupa di assistenza
materiale né una sorta di “Caritas mondiale”. Essa esiste per portare al mondo
la salvezza, cosa che passa per l’annuncio del Vangelo, ovvero del bisogno che
ogni uomo ha di essere redento e salvato dal peccato – unico e vero male universale
e nefasto – e che questa salvezza viene dalla conversione a Cristo e
dall’accettazione di Lui, del Suo messaggio e dei mezzi salvifici che Egli ha
istituito e che sono amministrati dalla Chiesa, da Lui fondata, che ne continua
in ogni tempo e in ogni luogo la missione redentrice. Evidentemente per
svolgere questa missione la Chiesa ha bisogno di mezzi e di denaro: i
missionari, per quanto morigerati, hanno bisogno almeno di mangiare e coprirsi
e di un tetto dove riposare; i mezzi di trasporto costano; gli edifici di culto
devono essere costruiti, amministrati e mantenuti; e così via. L’attuale clima
di pauperismo dilagante, purtroppo, ha l’effetto di obnubilare non di rado
qualche mente e di indurire qualche cuore, per cui tende a ingenerarsi una strana
mentalità in base alla quale “dare i soldi alla Chiesa” sarebbe inutile o
addirittura quasi peccaminoso, in quanto sottrarrebbe le risorse all’unica
finalità per cui, secondo un certo pensiero comune, dovrebbero essere
destinati: le necessità dei poveri. Eppure nei Vangeli si trova un episodio
(uno dei rarissimi casi attestati in tutti e quattro i Vangeli, i sinottici e
quello di san Giovanni) dove Gesù in persona cerca di formare rettamente le
coscienze dei suoi discepoli, che pur mantenendo alta la sensibilità verso il
problema della povertà (Lui stesso si è identificato con i poveri ed è vissuto
poveramente) non devono contrapporla ingenuamente alle esigenze connesse al
servizio di Dio e della sua causa. Si tratta del famoso episodio dell’unzione di
Betania in cui, nella redazione di san Giovanni (cf Gv 12), si fanno anche nomi
e cognomi dei protagonisti. Maria, sorella di Lazzaro (identificata dalla
tradizione con colei che, prima della conversione, era Maria di Magdala, la
peccatrice di cui si parla nel settimo capitolo del Vangelo di san Luca), rompe
un vasetto contenente un unguento del valore di 300 denari per ungere Gesù. La
stima del valore fu fatta in estemporanea da Giuda Iscariota, che la redarguì
per aver sprecato tale somma che avrebbe potuto (e, secondo lui, dovuto) essere
riservata ai poveri. Gesù difese Maria e ammonì Giuda, ricordando che i poveri
sarebbero sempre stati con noi e sarebbe sempre stato possibile trovare modo e
tempo di beneficarli, ma non per questo non si sarebbe potuto (e dovuto)
riservare beni e denaro per Lui. Con questo il Signore dava una duplice
ammonizione. La prima era quella di dimenticarsi eventuali soluzioni
“definitive” del problema della povertà (“i poveri sono sempre con voi”), che,
in questo mondo, non ci saranno. Solo la carità e le opere di misericordia
contribuiranno a lenire, nel corso della storia, le sempre nuove e variegate
forma di povertà, che nessun sistema politico, soluzione economica e nemmeno
impegno caritativo ecclesiale potrà mai del tutto eliminare. La seconda era
quella di non cadere nella trappola di riservare al Signore sempre il minimo o
gli “scarti”. Se si pensa che, a detta degli interpreti, un denaro era (a quei
tempi) la paga giornaliera di un operaio a giornata (basti pensare alla parabola
dell’operaio dell’ultima ora per rendersene conto), 300 denari erano
equivalenti a quasi un anno di stipendio di un operaio… Se volessimo tentare
un’equivalenza in euro, considerando almeno 50 euro al giorno come paga di un
salariato, avremmo un valore di 15000 euro (50 x 300) per questo famoso
unguento usato per ungere Gesù… Diciamoci la verità: quanti di noi si sarebbero
associati all’espressione mista di stupore e sdegno di Giuda Iscariota (sarà un
caso che l’ha pronunciata proprio lui…)? Eppure Gesù non l’ha sottoscritta,
prendendo per contro le difese di Maria, che aveva compreso come al Signore e,
analogicamente, alla Sua causa va sempre riservato il meglio e le primizie. I
santi hanno sempre osservato questa regola, vivendo a volte una povertà estrema
per sé, ma esigendo una grande
magnificenza quando lo richiedeva, per esempio, il decoro del culto o dei luoghi
sacri. Si pensi a quante chiese furono restaurate e abbellite dai frati di san
Francesco e al fatto che questi esigeva che i vasi sacri fossero di metallo
prezioso, preferibilmente d’oro, lui che per se stesso si privava perfino dei
sandali per camminare! Oppure allo stile del santo Curato d’Ars che girava con
una talare ampiamente al di sotto del limite della decenza, ma spendeva e spandeva
per restaurare la sua chiesetta (attingendo ampiamente dal suo…) o per
l’acquisto di paramenti sacri raffinatissimi e costosissimi, tanto da suscitare
lo stupore dei venditori che pensavano che quel prete trasandato e povero non avrebbe
avuto di che pagare tanto ben di Dio… Speriamo che dietro tante preoccupazioni
un po’ troppo accorate e dietro tanti moralismi inopportuni non si celi un
novello spirito di Giuda Iscariota, che si stracciò le vesti per i 300 denari
impiegati per ungere Gesù e non si vergognò di venderlo (solo qualche giorno
dopo) per un decimo (trenta denari…). Cura per Gesù, per il culto e per la
missione della Chiesa vanno perfettamente d’accordo con la cura dei poveri.
Come gli esempi di Gesù e dei santi – di tutti i santi – hanno sempre mostrato
e dimostrato.
