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Blog · 2021-03-27

Il sesto comandamento: roba d'altri tempi o ancora pienamente attuale?

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Non commettere atti impuri: cosa dice la Sacra Scrittura e cosa insegna la Chiesa sulla castità




Il sesto comandamento rappresenta senz’altro un tema di scottante attualità. Dopo lo sciagurato 1968 e la “rivoluzione sessuale”, il precetto “non commettere atti impuri” è stato letteralmente messo sotto i piedi dalla quasi totalità degli uomini (compresi - purtroppo e disgraziatamente - non pochi battezzati, anche "praticanti"), che ritengono peraltro di poter pacificare la coscienza grazie al beneplacito dell’odierna cultura contemporanea, nudista, iper-erotizzata e pansessualista. Occorre anzitutto partire da un'elementare e semplicissima verità, da sempre professata dalla Chiesa (e prima di essa dalla Sacra Scrittura, cf Eb 13,8): ossia che Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre e che, su questa materia, la Legge di Dio non si è mossa (e mai si muoverà) neppure di un millimetro. Guai quindi a lasciarsi "sviare da dottrine varie e peregrine" (Eb 13,9), specialmente se presentate con la scusa dell'aggiornamento e dell'adeguamento alla mutata mentalità dei tempi. Le attuali disgraziate congiunture storico-culturali, per la verità, rendono solo estremamente difficile (e in certi casi quasi eroica) una perfetta osservanza del sesto comandamento, ma nulla tolgono alla sua cogente, immutata e immutabile obbligatorietà.
L’importanza di questo comandamento la si comprende alla luce dell’estrema importanza che tutta la tradizione della Chiesa ha dato a questa materia, per il semplice motivo che gli atti contrari a questo comandamento sono sempre e comunque “gravi”. In base ad un antichissimo e tuttora valido adagio della teologia morale, infatti, "in re venerea non datur parvitas materiae” ossia “in tema di piaceri venerei non esiste materia lieve”.  Questo significa che tutti i peccati impuri sono, dal punto di vista oggettivo, sempre peccati gravi (dal più piccolo al più grande) e pertanto, nella misura in cui vengano commessi con piena avvertenza e deliberato consenso, sempre peccati mortali, cioè fanno perdere la grazia santificante ed espongono al pericolo dell'eterna perdizione. I peccati impuri, pur essendo sempre gravi, da un punto di vista oggettivo non sono i peccati  più gravi di tutti (la bestemmia e l'aborto, solo per fare due semplici esempi, sono certamente tipologie di peccato più grave degli atti impuri), ma certamente i più frequentemente commessi. A causa dell'intenso e violento godimento che provocano, infatti, sono quelli in cui si cade più spesso e più facilmente e pertanto sono essi, disgraziatamente, a procurare il maggior numero di "clienti" all’Inferno. 
La Madonna a Fatima ammonì tutti noi, dicendo chiaramente ai pastorelli che “i peccati che portano più anime all’Inferno sono quelli della carne” ed aggiungendo che sarebbero presto arrivate nel mondo mode che avrebbero offeso molto Dio (cosa che ormai non ha bisogno di essere commentata, essendo tristemente sotto gli occhi di tutti). Sempre nel contesto delle apparizioni di Fatima, come è noto, avvenne la visione dell'Inferno da parte dei pastorelli e l'amarissima constatazione della Madonna che esso è tutt'altro che vuoto e popolato da povere persone che, oltre ad esservi cadute per questo peccato, in larghissima parte non credeva né alla sua esistenza, né all'esistenza del diavolo, né tantomeno alla possibilità di un'eterna ed irreversibile dannazione.
Questo comandamento è diretto alla promozione e alla tutela della virtù della castità, che non è altro che la capacità di vivere la sessualità in modo autenticamente umano e conforme ai voleri di Dio, integrandola all’interno della totalità della persona umana (che è non solo corpo, ma anche emotività, affettività e spiritualità) e nel suo essere intrinsecamente linguaggio di amore atto alla trasmissione della vita. Ad essere casti si impara, ricorrendo fondamentalmente a tre mezzi: volontà ferma di non peccare, fuga dalle occasioni, ricorso ai sacramenti e alla preghiera, specialmente mariana. La castità è una virtù unica, ma che ha diverse espressioni e modalità di esercizio: una cosa, infatti è la castità dei celibi e dei consacrati, che assume la forma della verginità; altra cosa è la castità delle persone celibi, nubili o fidanzate, che si esercita nella continenza; ed altra ancora è la castità coniugale delle persone che vivono nel sacramento del matrimonio, che consiste nella capacità di vivere la sessualità secondo il disegno di Dio, ossia come atto integrato nell'amore reciproco e aperto alla vita, nella fedeltà reciproca e nell'indissolubilità del vincolo di amore sponsale. I consacrati, dunque, rinunciano all’esercizio fisico della sessualità sublimandola in un amore più grande, che ha Dio come termine esclusivo e tutti gli uomini come termini inclusivi. Anche celibi e nubili devono vivere la castità nella dimensione - come accennato - della continenza, che tuttavia in coloro che avvertono la vocazione al matrimonio ha natura temporanea, nell’attesa di trovare l’uomo o la donna della propria vita con cui unirsi in matrimonio. In particolare, i fidanzati possono vivere una prima ma limitata forma di esercizio della sessualità umana, che sia però polarizzata esclusivamente sulla dimensione affettiva, senza mai coinvolgere la sfera erotica che si esplica nei contatti sessuali diretti ed espliciti. La castità coniugale, infine, implica la fedeltà reciproca, l’indissolubilità del matrimonio, l’apertura alla vita nel compimento degli atti coniugali, l’uso ordinato e lecito della sessualità umana. 
Il vizio della lussuria, che si oppone direttamente alla castità, si esplica nei seguenti atti: uso della sessualità al di fuori della relazione tra uomo e donna al fine di trarne piacere fisico; unione sessuale tra uomo e donna al di fuori del matrimonio, in forma parziale o totale; adulterio, uso di metodi contraccettivi contrari alla legge morale; rapporti sessuali contro natura, prostituzione, stupro, incesto, pornografia, poligamia, inseminazione, atti omosessuali, perversioni sessuali, divorzio, convivenze e matrimoni civili. 
Il punto fondamentale da comprendere è che le numerose proibizioni e divieti coperti da questo comandamento rappresentano una sorta di siepe e baluardo perché possa essere vissuto, felicemente e santamente, uno dei più bei misteri della vita terrena: il mistero dell’amore umano. L’amore, parola oltremodo inflazionata, è ciò che tutti vogliamo e cerchiamo, verso cui ci sentiamo irresistibilmente attratti, ma sovente ne constatiamo tristemente l’assenza o la scomparsa: cerco amore e non lo trovo, voglio amare e non ci riesco… Come mai? Personalmente, quando mi trovo a parlare del tema dell’amore con gli adolescenti lancio una provocazione ironica: “Ricordate, ragazzi, che l’ottavo comandamento proibisce di dire le bugie e alla vostra età spesso se ne dice una grossa quanto una casa”… “Ma che dici, don? Quale sarebbe?”. “Ve lo dico subito, ragazzi. Avete mai detto a qualcuno: ‘ti amo’? Bene, sappiate che in età adolescenziale questa è quasi sempre una bugia… per dire la verità basta sostituire una consonante, mettendo una “m” al posto di una “t”… Mi amo, non ti amo”.
L’amore, infatti, anche e soprattutto quello tra uomo e donna che ne è un po’ l’emblema, consiste fondamentalmente, come ha luminosamente insegnato a suo tempo papa Benedetto XVI nell’enciclica “Deus caritas est”, in un movimento che parte dall’io e termina al “tu”: è un volere il bene dell’altro, desiderare il bene, fare il bene, adoperarsi per la felicità dell’altro… Mi tornano in mente le parole della prima lettera che santa Giovanna Beretta Molla scrisse a Pietro Molla: “dimmi cosa devo fare per renderti felice”… Aveva trentadue anni e stavano per fidanzarsi… Una splendida sintesi dell’amore di coppia: spendermi perché tu sia felice.
Purtroppo questo splendido mistero è stato minato alla radice dal peccato originale e dai molti peccati attuali, per cui dietro tante dichiarazioni d’amore (purtroppo non solo tra adolescenti) c’è spessissimo un neanche troppo celato egoismo… Non far felice l’altro, ma cercare la propria felicità, la propria gratificazione, il proprio piacere attraverso l’altro, talora strumentalizzandolo, a volte addirittura asservendolo. Nient’altro che una colossale bugia o, se si preferisce, una gigantesca illusione.
Pertanto prima di addentrarci nelle singole tipologie di peccato contro il sesto comandamento, è anzitutto da ribadire che i divieti e le proibizioni in tema di morale sessuale sono delle indicazioni e dei moniti che ci indicano le varie modalità in cui questo stupendo mistero creato da Dio, il rapporto tra uomo e donna, luogo dell’amore e della vita, può diventare la tomba dell’uno e dell’altro. Non più un donarsi totalmente fino ad essere “una sola carne” (come insegna Gesù sulla scia del libro della Genesi) per cooperare con Dio alla generazione della vita, ovvero l’amore che si autotrascende nella generazione; ma un usarsi per scopi bassi e brutali, rinnegando ed escludendo la vita in via preventiva o, peggio, in via successiva (con l’orribile delitto dell’aborto).
Molte volte si sente dire, parlando del sesto comandamento: "ma dove sta scritto che queste cose sono peccato?", pensando che tale materia sia, in larga parte, stata in qualche modo inventata ed elaborata da teologi moralisti troppo rigidi e di altri tempi, oppure sia una presa di posizione irragionevole, mortificante e anacronistica di qualche vescovo o prete un po’ retro’, demodé, sessuofobo (o, peggio ancora, "omofobo" come oggi si epiteta chiunque ribadisca l'insegnamento della Chiesa anche su tali atti - si badi "anche", evidentemente non "solo" su questi atti), completamente al di fuori del tempo e della cultura in cui viviamo. Tuttavia la Sacra Scrittura (ossia il luogo in cui dovrebbe "stare scritto") non solo parla di questa materia, ma lo fa con un linguaggio così chiaro, esplicito e (anche alquanto) severo che non lascia adito né a dubbi né a possibili problemi di interpretazione. Per cui a chi interessa sinceramente cosa Dio pensa, non resta che mettersi in ascolto e prendere atto dell’evidenza ed eloquenza delle parole che stiamo per ascoltare. I testi che seguono hanno carattere esemplificativo (ce ne sarebbero di ulteriori, ma questi appaiono i principali e più importanti):

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! (1Cor 6,13.15-20)

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi
La volontà di Dio è la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito (1Ts 4,3-7)

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati
Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio (Gal 5,19-21)

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono (Col 3,5-6)

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - che è roba da idolatri - avrà parte al regno di Cristo e di Dio (Ef 5,3-5)

Dalla lettera di san Giuda apostolo
Ora io voglio ricordare a voi, che già conoscete tutte queste cose, che il Signore dopo aver salvato il popolo dalla terra d’Egitto, fece perire in seguito quelli che non vollero credere. Così Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si sono abbandonate all’impudicizia allo stesso modo e sono andate dietro a vizi contro natura, stanno come esempio subendo le pene di un fuoco eterno (1,5.7)

L’elenco potrebbe infoltirsi di molto, ma basti quanto detto. Questi passi assai emblematici sono indubbiamente la migliore e più efficace introduzione alla serietà e gravità di questo tema…

[continua...]

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