Dopo aver scandagliato
alcuni comportamenti direttamente e formalmente contrari al settimo
comandamento, ci sembra opportuno aprire l’argomento
dedicato alla materia fiscale, su cui tanto oggi si fa rumore e scalpore, per
cercare di vedere cosa insegna la Sacra Scrittura e la Chiesa su questa
materia, qual è il fondamento dell’imposizione fiscale, se esiste un principio
di “equa imposizione” in tal senso e quali sono le condizioni per cui lo Stato,
eticamente parlando, può e deve esigere il pagamento delle imposte. Dopo aver
esposto la dottrina della Chiesa su questo punto (per la verità molto sobria ed
essenziale), mi permetterò alcune considerazioni, facendo ampio riferimento ad
uno splendido articolo, apparso su Corrispondenza Romana,
pubblicato sulla rivista “Instaurare omnia in Christo”, dal titolo “Il dovere
fiscale secondo la dottrina cattolica” a firma di Samuele Cecotti, a cui
rimando per la lettura dettagliata e per i riferimenti, che io citerò in forma
generica (http://www.instaurare.org/XLI1.pdf, pag. 3).
Nel Nuovo Testamento due
sono i passi celebri che fanno riferimento al dovere di pagare i tributi:
quello dove Gesù, richiesto proprio circa la liceità del pagamento delle
imposte ai Romani, ricorda il dovere di rendere a Cesare quel che è di Cesare e
a Dio quel che è di Dio (cf Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,25); e quello dove san
Paolo raccomanda l’osservanza della giustizia sostanziale rendendo a ciascuno
il suo (Rm 13,7: “Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi le tasse, le
tasse; a chi il tributo, il tributo; a chi il timore, il timore; a chi il
rispetto, il rispetto”). Nessun dubbio, dunque, sul dovere di pagare le tasse e
sul diritto-potere dell’autorità civile di imporle.
Il catechismo della
Chiesa cattolica e il Compendio danno qualche interessante chiarimento sul fondamento di questo potere dello Stato,
che segna anche un’importante caratteristica dell’obbligazione che ne deriva:
lo Stato può imporre le imposte in quanto autorità legittimamente costituita e
quindi in base all’applicazione del quarto e non del settimo comandamento. Il
n. 2240 del Catechismo della Chiesa cattolica, dove si trova l’affermazione “la
sottomissione all’autorità e la corresponsabilità nel bene comune comportano l’esigenza morale del versamento delle
imposte” (con citazione della dottrina paolina poc’anzi riferita) si trova
all’interno della trattazione relativa al quarto comandamento. Questo significa
che il fondamento dell’obbligo di pagare le tasse risiede non nella giustizia
commutativa (come tutte le fattispecie del settimo comandamento), ma in quella
legale. Nella sezione relativa al settimo comandamento c’è un riferimento alla
materia fiscale, ma si annoverano come condotte immorali relative al fisco non
“il non pagare le tasse”, ma “la frode fiscale
e la contraffazione di assegni e fatture” (CCC 2409).
Ciò dunque che, a
livello di dottrina autentica, è dalla Chiesa insegnato su questa materia si
può ridurre dunque ai soli tre seguenti punti: 1) Lo Stato può imporre le tasse
ai cittadini; 2) Il fondamento di questo potere risiede nel suo essere autorità
legittima; 3) I cittadini devono pagare le imposte in base ai doveri di
giustizia legale fondati sulla pietas verso
lo Stato.
Detto questo si aprono
alcune questioni, che sono state in passato (e sono tuttora) oggetto di
dibattito e che è bene precisare ai fini di una corretta comprensione di questa
materia e anche per sfatare una sorta di mito (comune a certi ambienti) secondo
cui “non pagare le tasse fino all’ultimo centesimo” sarebbe il delitto in
assoluto più grave che si possa commettere.
Le domande sono le
seguenti: il diritto dello Stato di imporre le tasse, incontra o no dei limiti?
Esiste cioè un limite di “tassazione equa” oltre il quale lo Stato non può
andare e, qualora lo facesse, perderebbe il diritto morale (non legale, attenzione al termine!) di ricevere i tributi?
Esiste, a fronte del diritto dello Stato di riscuotere i tributi, un dovere di
amministrarli in modo conforme alla giustizia e alla moralità, mancando il
quale, di nuovo, verrebbe a cadere il diritto di esigerli?
Tutti capiscono come
queste domande, a cui nell’articolo citato all’inizio ci sono vari tentativi di
risposta, sono scottanti e attualissime. Si pensi ai seguenti esempi annoverabili
tra le innumerevoli casistiche che
possono oggi proporsi: è possibile che la pressione fiscale (relativa solo alle
imposte dirette…) raggiunga in Italia
un tetto medio di circa il 45% e che in alcune zone del Nord Italia salga
addirittura al 70%? Sono giuste imposte che assumono queste proporzioni?
Sarebbe giusto, anche se uno abbondasse nei beni di questo mondo, chiedergli di
versare allo Stato 2/3 dei suoi redditi? Oppure: è giusto che lo Stato, al di
fuori dei tradizionali ambiti della sicurezza e dell’ordine pubblico, attragga
dentro la sua orbita di “tutela” sempre maggiori spazi della vita sociale
(sanità, trasporti, scuole, tanto per fare alcuni esempi) facendone ricadere il
peso sui cittadini con oneri retributivi sempre più onerosi? Ancora: è giusto
che un cattolico, che paga le tasse per la scuola pubblica, se decide di
mandare il figlio in una scuola cattolica deve pagare due volte? È giusto che
lo Stato usi i nostri soldi per pagare gli aborti che vengono commessi, a spese
dei contribuenti, negli ospedali? Se un titolare di azienda si trovasse
nell’alternativa di pagare tutti i salari fino all’ultimo centesimo o tutte le
tasse fino all’ultimo centesimo, cosa dovrebbe fare? Se un commerciante, a
causa dell’imposizione fiscale troppo onerosa, rischiasse di portare al
fallimento la sua attività o di non avere il necessario per provvedere ai
fabbisogni della famiglia, cosa dovrebbe fare? È giusto che il pur doveroso
controllo dello Stato sulle frodi ed evasioni raggiunga forme che da qualcuno
sono state paragonate a “regime di polizia tributaria”, potendo entrare dentro
i conti correnti bancari e monitorare tutti i movimenti, chiedendo spiegazione
di tutti o di ciascuno di essi, oppure predisponendo strumenti per controllare la congruenza della (presunta)
“posizione fiscale” del cittadino?
Tutte queste casistiche
siano tenute a mente, per comprendere bene un’illustrissima citazione,
riportata nell’articolo di Samuele Ceccotti, a firma niente di meno che del
Cardinal Velasio De Paolis, esperto canonista di indiscussa fama
internazionale, che, rispondendo all’esortazione di un noto politico, già
presidente del Consiglio, che esortava i confessori ad essere più attenti al
peccato di “evasione fiscale”, ebbe a dire: “il Legislatore ha il diritto di
imporre le tasse, il cittadino ha il dovere di pagarle, ma il governo deve usare bene quei soldi: se li usa male o se la tassazione è eccessiva, viene a mancare il presupposto”.
Con questo non si vuole fare
altro che porre un problema e ammonire anche alcuni cattolici a non cadere
nelle trappole di certe aree, ben note, della politica nostrana. Le questioni
gravissime, nella nostra povera Italia, sono ben altre rispetto all’evasione
fiscale: piaghe già in atto (aborti, divorzi, fecondazioni assistite, libere
convivenze dilaganti, contraccezioni di tutti i tipi, nudismi e volgarità
estreme, televisioni che hanno superato il limite del sopportabile) e piaghe in
arrivo (legalizzazione delle unioni di fatto, anche omosessuali, con annessi
diritti di adozione…). Questa materia è indubbiamente grave e seria, ma va
sempre valutata tenendo conto delle innumerevoli circostanze in cui va situata,
il cui piccolo elenco, appena riferito, ha valore solo esemplificativo.
