Un tema controverso nel mondo tradizionalista
In questo articolo affronto un tema assai spinoso e controverso, oggetto di dibattiti e di differenti posizioni all'interno del mondo tradizionalista. Intendo presentare il mio modesto contributo, al riguardo, sulla base di alcuni riscontri fattuali ed oggettivi, alcune evidenze incontrovertibili, ed una serie di ragionevoli considerazioni basate fondamentalmente sul buon senso e sulla reductio ad absurdum degli argomenti contrari.
Le questioni che coinvolgono il Novus Ordo Missæ (noto anche come Messa di Paolo VI), anche in relazione alla sua relazione con il Vetus Ordo Missæ (o Messa di san Pio V) abbracciano, a mio parere, cinque piani distinti di analisi e conseguenti delucidazioni:
La validità. La Messa Novus Ordo è valida o no?
La legittimità. La stesura e l'approvazione del Novus Ordo Missæ da parte di Paolo VI (e la sua conseguente imposizione generalizzata all'intera Chiesa cattolica, con persecuzione del Vetus Ordo e sua relegazione nelle catacombe) è operazione legittima o no?
La liceità. Celebrare la Messa in Novus Ordo o parteciparvi è peccato (magari anche mortale) o no?
La fruttuosità o efficacia. Quali sono i frutti che si traggono dalla partecipazione alla Messa di Paolo VI?
È possibile (ed eventualmente come e a quali condizioni) partecipare alla Messa in Novus Ordo qualora si fosse costretti da necessità ineludibili o dallo stato di necessità soggettiva?
La validità della Messa Novus Ordo
Non si può dubitare che la Messa in Novus Ordo sia valida. Come ho spiegato approfonditamente nel mio ciclo di catechesi al riguardo (qui), il problema della Messa e di tutti i sacramenti riformati dopo il Concilio Vaticano II è riassumibile con tre parole: impressionante impoverimento (o depauperamento) dei riti, mutilazione (ossia taglio di molte parti, alcune molto significative di essi) e depotenziamento (ossia calo effettivo ed oggettivo della loro potenza ed efficacia santificante).
Una semplice analisi comparata dei testi fa balzare inequivocabilmente dinanzi agli occhi tali aspetti a qualunque osservatore scevro da pregiudizi, preconcetti o posizioni assunte per partito preso. Detto questo, in ogni sacramento (più o meno...) si riscontra a livello di forma, materia e ministro quel minimo richiesto perché esso sia oggettivamente valido.
Riguardo la santa Messa, nostro Signore stesso ha voluto sottoscrivere la realtà della transustanziazione nel Novus Ordo Missæ con diversi miracoli eucaristici testimoniati e riconosciuti:
Buenos Aires (Argentina) – 1992, 1994 e 1996
Nella parrocchia di Santa Maria si verificarono tre episodi distinti riguardanti ostie consacrate. Il più famoso è quello del 1996: un'ostia trovata profanata fu posta in acqua secondo le norme liturgiche e successivamente presentò alterazioni che portarono a indagini scientifiche. L'allora arcivescovo, Jorge Mario Bergoglio, autorizzò gli accertamenti.
Sokółka (Polonia) – 2008
Un'ostia consacrata caduta durante la Comunione fu posta in acqua per dissolversi. Comparve una zona rossastra. Le indagini commissionate dall'arcidiocesi conclusero che il materiale esaminato presentava caratteristiche compatibili con tessuto cardiaco umano. Nel 2009 la Curia Metropolitana di Białystok dichiarò che i fatti non erano contrari alla fede e autorizzò il culto relativo all'evento.
Tixtla (Messico) – 2006
Durante un congresso di preghiera apparve una sostanza rossastra su un'ostia consacrata. Il vescovo locale istituì una commissione di indagine; negli anni successivi furono rese pubbliche conclusioni favorevoli circa l'assenza di spiegazioni naturali soddisfacenti. Questo caso è frequentemente incluso negli elenchi contemporanei dei miracoli eucaristici riconosciuti in ambito cattolico.
Legnica (Polonia) – 2013
Durante la Messa di Natale del 2013 un'ostia consacrata cadde a terra e fu posta in acqua. Comparve una macchia rossa; le analisi istopatologiche parlarono di frammenti di tessuto simili al muscolo cardiaco umano. Nel 2016 il vescovo di Legnica, Zbigniew Kiernikowski, riconobbe ufficialmente il fenomeno e autorizzò la venerazione pubblica della reliquia.
Dinanzi a tali evidenze non c'è margine ragionevole di discussione. Mi permetto tuttavia di far notare (e ciò sarà molto utile per le considerazioni che seguiranno) che tre di questi quattro miracoli sono avvenuti in occasioni di gravi irriverenze (quando non vere e proprie profanazioni) delle specie eucaristiche. Sembra quasi che nostro Signore volesse richiamare la realtà della sua presenza reale nell'eucaristia per impedire che fosse tanto irriverentemente ed oltraggiosamente trattata (come spessissimo accade nelle Messe di Paolo VI). Il che fa subito capire alcuni degli evidenti ed innegabili problemi legati al Novus Ordo.
La legittimità
Come ampiamente dimostrato nel suddetto ciclo di catechesi e come magistralmente approfondito nello studio del padre Anthony Cekada «Frutto del lavoro dell'uomo» (qui in versione cartacea e qui in versione digitale), il Novus Ordo Missæ è stato il frutto di un lungo cammino iniziato nel 1948 con la costituzione della Commissione Pontifica per la riforma della liturgia (nota anche come «commissione segreta») che lavorò in assoluta segretezza — riunendosi 82 volte tra il 28 giugno 1948 e l'8 luglio 1960 — dando vita ai primi rimaneggiamenti del cosiddetto Messale di san Pio X (sostanzialmente fedele a quello di san Pio V); essi sfociarono dapprima nel Messale del 1962 di Giovanni XXIII poi — dopo l'emanazione della costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II per la riforma della liturgia il 4 dicembre 1963 e la seguente creazione del «Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia» — nelle edizioni del Messale del 1965, del 1967 fino al nuovo ordinario della Messa (1969).
Come rilevarono da subito i cardinali Bacci e Ottaviani nel celebre esame critico del Novus Ordo Missæ (1970), la nuova Messa rappresentava «un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa», era «una liturgia mutata o mutilata» «tale da contentare in molti punti i protestanti più modernisti», per cui la sua promulgazione - con conseguente abbandono di una tradizione liturgica millenaria - appariva, «volendo definirlo nel modo più mite, un incalcolabile errore».
La natura essenzialmente sacrificale della Messa, il dogma della transustanziazione e la conseguente presenza reale di nostro Signore Gesù Cristo nell'eucaristia (con la dovuta adorazione e riverenza che deve esserle prestata sia dal sacerdote che dai fedeli), la natura del sacerdozio ministeriale cattolico e il suo essere l'unico celebrante in senso vero e proprio del sacrificio della Messa, la sacralità del rito, del clima e dei gesti, l'orientamento teocentrico, la piena espressività di un culto eminentemente latreutico verso la Santissima Trinità appaiono fortemente compromessi, attenuati, minimizzati nel Novus Ordo Missæ.
Per cui, di per sé, un tale rito non dovrebbe avere diritto di cittadinanza nella Chiesa Cattolica e dovrebbe essere quanto prima abrogato per ripristinare la gloriosa e perenne Messa Romana e Cattolica (nella forma, peraltro, il più possibile vicina al suo apice e culmine, rappresentato dal Messale di san Pio V, cosa che è garantita ed osservata pienamente solo dal messale di san Pio X, prima delle varie opere di riforma cominciate ufficialmente nel 1951). Ad esso, pertanto, non può essere riconosciuta alcuna sostanziale legittimità. Questo va detto chiaramente e senza mezzi termini.
La liceità
Pur non avendo, dunque, diritto di cittadinanza legittima dentro la santa Chiesa Cattolica, il Novus Ordo Missæ è stato promulgato da Paolo VI ed imposto senza possibilità di resistenza alcuna a tutto il clero e a tutti i fedeli. Solo una minoranza di eroici difensori della liturgia e della fede cattolica hanno osato, a prezzo di sofferenze inaudite, persecuzioni e reiterate sanzioni canoniche di ogni genere, continuare a celebrare la Messa di sempre ed anche a formare sacerdoti che fossero capaci di celebrarla (oltre che in grado di predicare la sana dottrina cattolica di sempre sia per ciò che attiene alla fede che per quanto concerne la morale).
La stragrande maggioranza del clero formatosi dopo il 1970 e dei fedeli laici, di fatto, non ha altro accesso ad un sacramento vitale ed indispensabile alla vita cristiana (come è la santa Messa ed anche, ovviamente, la santa Comunione) che attraverso il Novus Ordo Missæ. In queste condizioni, che riguardano circa 450.000 sacerdoti e circa 1.250.000.000 di fedeli, pensare che la celebrazione della Messa in Novus Ordo e la partecipazione ad essa sia, ipso facto e sic et simpliciter, peccaminosa (ancor peggio se fosse gravemente peccaminosa), vorrebbe dire che la quasi totalità del clero e dei battezzati, obbligati a santificare le feste per precetto divino e per la legge della Chiesa con la partecipazione alla santa Messa, non potrebbero farlo senza commettere un peccato mortale (almeno dal punto di vista oggettivo). Il che, a prescindere da qualunque argomentazione si possa addurre, è semplicemente assurdo ed inimmaginabile, considerando che i sacerdoti tradizionalisti si aggirano complessivamente intorno al migliaio ed i fedeli tradizionalisti intorno al milione.
Quel che invece si può e si deve dire è che la nuova Messa, per l'ampio spazio di creatività che lascia al celebrante e per tutto ciò che de iure o de facto purtroppo consente, può certamente diventare peccaminosa quanto meno dal punto di vista soggettivo. Inoltre rimane comunque indubitabile che in se stessa, la nuova Messa non insegna e non custodisce adeguatamente la fede cattolica e che, specie in occasione di certe omelie (a quanto pare tutt'altro che poche) può diventare una fonte di ulteriore disorientamento nella vita e nella fede dei fedeli. Credo che nessuna di queste cose possa essere negata con argomenti seri e ragionevoli, e tanto meno con fatti oggettivi.
Si pensi, per esempio, alle esequie celebrate in Novus Ordo; a quello che accade nei matrimoni, nelle prime comunioni e nelle cresime, che sono diventate vere e proprie baraonde ed esibizioni sfrontate e spudorate di oscene nudità, dove non c'è più nulla di sacro; alla pratica di dare la comunione esclusivamente sulla mano, anche proibendo la comunione sulla lingua e/o in ginocchio; all'impedire ai fedeli di stare devotamente in ginocchio; all'impedire alle donne di indossare il velo muliebre, motteggiandole ed esponendole al ridicolo quando osino farlo; alle stravaganze e irriverenze di esposizioni di cartelloni, danze rituali, processioni offertoriali che sembrano più simili a carnevalate che azioni compiute all'interno di un rito sacro; a lettrici seminude che salgono sull'ambone a leggere; alle ministre straordinarie che danno la comunione truccate, con le unghie smaltate e con scollature procaci; ai cori parrocchiali che usano chitarre, bonghi, batterie e percussioni e che eseguono canti di qualità pessima e del tutto inadatti alla sacralità e maestà del santo sacrificio eucaristico.
Peraltro — e questo vale specialmente in Italia con la nuova traduzione del Messale — sono state recentemente introdotte delle preghiere e delle formule inaccettabili e a cui non è possibile in nessun modo prestare la propria partecipazione recitandole: per esempio, l'aver aggiunto «sorelle» alle formule del sacerdote ma anche al confesso; l'aver cambiato il Gloria («pace in terra agli uomini amati dal Signore» anziché «agli uomini di buona volontà») e il Padre Nostro («non abbandonarci alla tentazione», anziché «non ci indurre in tentazione»).
Per cui, pur non potendosi parlare di peccaminosità intrinseca della nuova Messa, come si può ben capire le circostanze concrete possono rendere praticamente impossibile partecipare — quanto meno attivamente — a tali celebrazioni. Lo si tenga in attenta considerazione per comprendere la risposta che si darà alle questioni successive.
La fruttuosità e l'efficacia
È senza dubbio questo il punto dolente della nuova Messa. Per quanto possa essere ben celebrata dal sacerdote; per quanto si cerchi di limitare gli innumerevoli abusi che in essa sovente si compiono; per quanto si curi lo splendore delle vesti e dei vasi sacri (cose oggi per lo più ampiamente trascurate); per quanto si faccia un'omelia incentrata sulla sana dottrina cattolica; per quanto il fedele si sforzi di partecipare con la massima devozione possibile; il rito rimane oggettivamente quello che è: depauperato, mutilato e depotenziato.
Le preghiere ai piedi dell'altare non ci sono più; le nuove formule del Confesso, del Gloria e del Padre Nostro non si possono recitare; l'offertorio non c'è più; l'orientamento a Dio non c'è più; lettori, lettrici e cantori sono onnipresenti (insieme alle immancabili preghiere dei fedeli); l'altare è sovente circondato da ministri (e oggi anche ministre); le preghiere eucaristiche utilizzabili sono almeno 10 (se si escludono i tre penosi formulari per la Messa dei fanciulli); la preghiera eucaristica più usata è la più breve ove non si fa la minima menzione del sacrificio; la consacrazione è recitata in forma narrativa, senza nessuna devozione e raccoglimento; l'unico momento prescritto per stare in ginocchio è dall'epiclesi al «mistero della fede»; la comunione è distribuita anche sulla mano per legge della Chiesa, senza che il celebrante possa opporvisi a meno che non accetti di incorrere in eventuali sanzioni canoniche; nelle domeniche ci si può sorbire la seconda predica con gli avvisi; se a Messa c'è un matrimonio o un battesimo, applausi e caciara a gogo; le preghiere leonine al termine della Messa sono state da tempo abolite, insieme alla lettura del Vangelo di san Giovanni; prima e dopo la Messa, spesso e volentieri, si respira clima da mercato o, in certi casi, da stadio.
In queste condizioni, quali frutti ed efficacia si traggono dal rito? Tutto questo, infatti, certamente non piace e non può piacere a Dio. Per quanto il rito sia valido e in se stesso non oggettivamente peccaminoso, nessuno può ignorare la triste situazione che ho descritto e trarne la logica inferenza che i frutti di santificazione di un tale rito sono ridotti (sperando che almeno in qualche caso ce ne siano) ai minimi termini. Ecco perché, ove possibile (anche a costo di ragionevoli o grandi sacrifici) se si ha la possibilità di assistere alla Messa di sempre ciò è senza dubbio e sempre da preferire. Tuttavia bisogna ricordare che nostro Signore Gesù Cristo continua a fare anche nella nuova Messa quanto dipende da Lui (ossia transustanziare le specie, offrire il suo sacrificio all'Eterno Padre ed il suo Santissimo Corpo come imprescindibile ed indispensabile cibo spirituale alle anime). Vedremo subito nel seguente ultimo punto cosa questo significhi.
Si può partecipare alla Messa di Paolo VI?
Anche in questo caso bisogna necessariamente fare delle opportune premesse e delle altrettanto opportune distinzioni. Anzitutto tra Messa festiva (che è obbligatoria di precetto) e Messa feriale, perché alla prima non si può mancare sotto pena di peccato grave, salvo che si sia scusati da una grave necessità. Poi bisogna considerare le condizioni e le situazioni in cui sarebbe impossibile disertare una Messa in Novus Ordo per ovvie ragioni (battesimi, prime comunioni e cresime, o matrimoni e funerali di familiari, parenti e amici). Infine i casi in cui ci si trovi nell'impossibilità oggettiva e soggettiva invincibile di partecipare ad una Messa in rito romano antico.
Le situazioni di necessità connesse alla celebrazione di sacramenti da parte di parenti e amici, ovviamente, non meritano eccessiva attenzione. In questi casi si deve partecipare alla santa Messa, scegliendo se parteciparvi in modo attivo oppure semplicemente passivo (a breve spiegheremo la differenza).
Il caso della Messa domenicale
Il vero caso di coscienza è quello della partecipazione alla Messa domenicale di un fedele che, pur consapevole di quanto abbiamo detto, si trovi nell'impossibilità di santificare il giorno del Signore con la partecipazione alla Messa di sempre, cosa che il più delle volte accade per l'assenza di una cappella o di una Chiesa in cui essa si celebri che si trovi ad una distanza ragionevole e che sia quindi raggiungibile senza un aggravio esorbitante di tempo e fatica.
Tradizionalmente ci si considerava esonerati dall'obbligo di partecipare alla Messa (con l'obbligo però di soddisfare al precetto con la preghiera personale, quale il Rosario, la Via Crucis, l'adorazione eucaristica, etc.) qualora per arrivare al luogo della celebrazione si impiegasse più di un'ora (oppure in caso di calamità e circostanze atmosferiche eccezionali, quali neve, ghiaccio e simili).
La domanda è: si deve applicare questo criterio e quindi esentarsi dalla partecipazione alla Messa in caso di impossibilità di raggiungere una Messa in Vetus Ordo oppure cercare di raggiungere una Messa in Novus Ordo (ovviamente che sia celebrata nella salvaguardia di quel minimo di decoro, decenza e riverenza comunque necessari per non offendere gratuitamente il Signore)?
Questa domanda — che trova la sua risposta ultima e definitiva nella coscienza debitamente formata del fedele — deve essere affrontata facendosi guidare anzitutto da un criterio oggettivo e imprescindibile: il bene oggettivo della propria anima. E dalla consapevolezza che Gesù Cristo e la sua Chiesa hanno stabilito l'obbligo di partecipare alla Messa non perché ne avessero bisogno loro, ma perché ne hanno bisogno le anime. Tutte, nessuna esclusa: "se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue, non avrete in voi la vita", disse il Signore. E i famosi martiri della Bitinia chiosavano e facevano eco: «senza la Messa non possiamo vivere».
Per cui, tolti ovviamente la stragrande maggioranza dei (pochi) fedeli che frequentano ancora la Messa domenicale e che sono nell'ignoranza probabilmente incolpevole di quanto abbiamo detto (e per i quali quindi il problema non si pone), i fedeli che sono consapevoli di tutto quanto abbiamo evidenziato in questo articolo, consapevoli delle responsabilità che si prendono davanti a Dio, devono operare delle scelte.
Io personalmente, se certamente non consiglierei positivamente di partecipare ad una Messa in Novus Ordo, comprenderei bene le esigenze di un fedele che, scegliendo con attenzione il «meno peggio», optasse ob torto collo per la partecipazione, non volendo privarsi del beneficio della Messa e della santa comunione ed avvertendo l'esigenza di ottemperare al precetto. Ferma restando, infatti, la validità e liceità della celebrazione e della partecipazione (purché, si ripeta, si celebri dignitosamente e con quel minimo di decoro e rispetto richiesti per non offendere spudoratamente il Signore), si può pensare ad una partecipazione passiva (ossia senza rispondere) o parzialmente attiva (evitando, per esempio, di dire quelle preghiere che per come sono state ora tradotte sono inaccettabili).
Si potrebbe anche, ingegnandosi un po', partecipare a tutta la Messa stando devotamente in ginocchio, recitando il Rosario, adorando il Signore al momento della consacrazione e dell'elevazione, ed andando a riceverlo con amore esigendo di essere comunicati in ginocchio e sulla lingua e magari recitando un po' di giaculatorie (ottime sono quelle di Fatima) per riparare gli oltraggi e i sacrilegi che si vedono (da parte di coloro che, durante il rito, si comunicano in mano). Una sorta di "partecipazione alternativa", che si discosta da ciò che si fa nel Novus Ordo e si avvicina al modo con cui si assiste ad una Messa in Vetus, unendo i doverosi atti di riparazione per quanto si dovesse vedere o udire che offende il Signore.
Trovandosi dunque in stato di necessità, nel senso di un'impossibilità oggettiva e soggettiva di partecipare ad una Messa domenicale in Vetus Ordo, con tutte queste ponderazioni ed accortezze (tutte, non una di meno) si potrebbe partecipare, a meno che il giudizio della propria coscienza non lo impedisca. Dicendo questo intendo ovviamente una coscienza formata e informata. Fare una scelta in coscienza significa, infatti, che, dopo adeguata formazione e informazione su una certa materia (in questo caso la Messa), dopo attenta ponderazione e profonda preghiera, si esprime un giudizio (questo è ciò che fa la coscienza) sulla cosa giusta da farsi alla luce delle circostanze concrete in cui ci si trova. Perché si sia innocenti davanti a Dio (anche se la scelta fosse, ai Suoi occhi, sbagliata) bisogna osservare rigorosamente tutti i passaggi: formazione e informazione, riflessione, ponderazione attenta delle circostanze, confronto e riflessione alla presenza di Dio (con richiesta della sua luce e del suo aiuto) nella preghiera e, infine, giudizio sulla cosa da farsi.
La Messa quotidiana
Un'ultima decisione gravosa spetta a chi, magari per anni, per amore e devozione a Gesù eucaristia si era abituato a partecipare alla Messa quotidiana, ricevendo la santa comunione quotidiana. Qui c'è maggiore margine di tranquillità perché non si tratta di pratica comandata sotto pena di peccato; si comprende tuttavia la sofferenza e il disagio da parte di chi smettendo di partecipare alla Messa si troverebbe privato del santissimo cibo spirituale dell'eucaristia.
Anche questa scelta spetta alla coscienza del fedele (libero, tuttavia, da pericolo di peccare) e nel caso in cui si optasse di evitare di partecipare alla Messa quotidiana in Novus Ordo, suggerirei di compensare questa grande mancanza con un congruo tempo di adorazione eucaristica, davanti a qualche tabernacolo, unendosi spiritualmente a tutte le Messe cattoliche celebrate durante il giorno e profondendosi in fervorose e plurime comunioni spirituali.
Come detto anche nel ciclo di catechesi che ho citato, non sarebbe scelta insensata pensare di trasferirsi altrove per avvicinarsi ad un luogo dove la Messa domenicale celebrata nel rito cattolico di sempre (e magari anche quella quotidiana) fosse assicurata.
Si badi tuttavia, che anche se la Messa di sempre custodisce oggettivamente la vera fede cattolica, rende a Dio il culto che gli è dovuto nella forma migliore, possiede e sprigiona la massima efficacia santificante, custodisce l'eucaristia al riparo da ogni oltraggio e sacrilegi oggettivi, tutto questo è tuttavia lasciato al nostro libero arbitrio: un sacerdote che celebrasse in stato di peccato mortale, la oltraggerebbe comunque, così come un fedele che si comunicasse in stato di peccato mortale; un sacerdote che celebrasse frettolosamente e svogliatamente (don Dolindo parlava di sacerdoti che "acciavattano" la Messa e padre Pio di "macellai"), non trarrebbe grandi frutti di santificazione, così come un fedele che partecipasse in maniera svogliata, distratta, e disattenta. Sono cose ovvie, ma è doveroso ricordarle. Perché nulla può salvarci, purtroppo, da noi stessi se non la nostra buona volontà sostenuta e aiutata dalla divina Grazia.
Una prova permessa da Dio
Questa situazione di emergenza e di necessità non durerà certamente in eterno. Al momento è purtroppo ancora in atto e Dio solo sa quando metterà la parola "fine" a tutto questo. Noi sappiamo con certezza dalla fede che prove grandi come queste sono — come tutte — da Dio permesse per evitare mali maggiori o per procurare beni migliori. E come in tutte le prove, gli atti di coraggio e a volte di eroismo richiesti per superarle torneranno a nostro vantaggio con impressionanti aumenti di grazie in terra e aumentati gradi di gloria in Cielo, dove regna glorioso, con il Padre e lo Spirito, il nostro unico grande Dio, Redentore e Salvatore Gesù Cristo, al quale sia sempre ogni onore, potenza e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.