Stemma di don Leonardo Maria Pompei Don Leonardo Maria Pompei Sacerdote · Apostolato

Blog · 2018-10-09

Il primato del successore di Pietro

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Sulla base delle parole di Gesù nel Vangelo, la Dottrina cattolica afferma che san Pietro fu costituito da Cristo Principe degli Apostoli e capo visibile della Chiesa, con un vero e proprio primato di giurisdizione e non semplicemente di onore, a differenza di ciò che confessano le comunità ortodosse e protestanti.

Prima di concludere la lettura della splendida costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, appare quanto mai opportuno approfondire due punti fondamentali della sua struttura assolutamente importanti ed essenziali per la sua corretta conoscenza e comprensione: il primato di Pietro e le note della Chiesa (una, santa, cattolica e apostolica).
Come a suo tempo accennammo, del primato di Pietro ebbe ad occuparsi in maniera approfondita, chiara ed esaustiva, la Costituzione dogmatica Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I (18 Luglio 1870). E
̀ bene darne una sostanziale (anche se succinta) presentazione per comprendere bene questo punto assolutamente fondamentale e basilare della vita della Chiesa, ricordando il celebre adagio di san Giovanni Bosco (condiviso, evidentemente, da tutti i santi) in base al quale “la Chiesa cattolica si regge sulle tre cose bianche: l’Eucaristia, la Madonna e il Papa” e chi osasse in qualche modo sminuire, minimizzare o, peggio, snaturare, una sola di queste tre preziosissime perle della Chiesa finirebbe con lo sferrarle un micidiale colpo al cuore, compromettendo la sua corretta e divina comprensione.
La Costituzione dogmatica Pastor Aeternus e
̀ composta da una breve introduzione seguita da quattro capitoli. Nell’introduzione si spiega che il primato di Pietro ha lo scopo di porre nella Chiesa un “visibile fondamento della duplice unità”: quella che il Concilio Vaticano II avrebbe, quasi un secolo dopo, definito unità degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro (cf Lumen Gentium 1: “La Chiesa è il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”). Nella Chiesa il Romano Pontefice è espressione visibile di questa unità: nell’unione e comunione gerarchica dell’episcopato con il Romano Pontefice, in particolare, si esprime l’unità della Chiesa con il suo Capo e delle sue membra tra di loro, secondo quella felice immagine di “Corpo di Cristo” che abbiamo a suo tempo approfondito. I quattro capitoli illustrano, rispettivamente: l’istituzione e il primato dell’apostolo Pietro; la trasmissione del primato a tutti i successori di Pietro; la natura e le caratteristiche di tale primato; il magistero infallibile del Romano Pontefice.


A suggello del conferimento a Pietro del primato sugli apostoli viene, ovviamente, citato nel primo capitolo il celebre passo di san Matteo (16,16-19), in cui solennemente il Signore afferma che sulla roccia di Pietro edificherà la sua Chiesa aggiungendo la promessa che le porte degli inferi non potranno su di essa prevalere, nonché la consegna delle “chiavi” del regno dei cieli con i relativi poteri ad esse annessi. La costituzione specifica che si tratta di un “primato di giurisdizione su tutta la Chiesa”, che tale primato fu conferito all’Apostolo in modo “immediato e diretto” e che ciò comporta l’anteporre il beato Pietro “a tutti gli altri apostoli, sia presi individualmente che nel loro insieme”. Conseguentemente a ciò si può e si deve affermare, sotto pena di ritrovarsi fuori della comunione con la Chiesa cattolica, che san Pietro fu costituito da Gesù principe degli apostoli e capo visibile della Chiesa, con un vero e proprio primato di giurisdizione e non semplicemente di onore. Bisogna fare a questo punto una piccola parentesi che sintetizzi, brevemente, le posizioni delle due aree principali di fratelli separati dalla Chiesa cattolica circa il primato di Pietro. Le comunità nate dalla riforma protestante, nella loro stragrande maggioranza, non negano che Gesù abbia realmente dato a Pietro un tale primato, ma negano che esso sia stato trasmesso ai suoi successori. Le chiese ortodosse, dal canto loro, riconoscono sia il primato che la sua trasmissione, ma negano che sia un vero primato di giurisdizione riducendo il ministero petrino ad un ufficio primaziale soltanto sul piano dell’onore. Volendo dunque esemplificare, si può dire che mentre il primo capitolo segna una distinta comprensione del primato da parte dei cattolici in relazione alle posizioni delle Chiese ortodosse, il secondo marca la differenza che c’è tra il mondo cattolico e le comunità nate dalla riforma. Di esso ci occuperemo ora, lasciando al prossimo articolo la trattazione degli ultimi due capitoli. Nel secondo capitolo si afferma dunque che la trasmissione del primato di Pietro fu istituita per volontà del Signore stesso, nel senso che chiunque succeda alla sua cattedra (quella di vescovo di Roma) ottiene lo stesso primato del beato apostolo su tutta la Chiesa. Tale asserto è confermato dalla Tradizione costante della Chiesa (fin dai tempi dei padri apostolici) che riconosceva un’autorevole preminenza alla Chiesa di Roma, raccomandando sempre di far capo ad essa in qualunque parte dell’orbe si trovassero le altre Chiese, come confermano le testimonianze (citate nel testo) di Sant’Ireneo e di sant’Ambrogio. Per mezzo della trasmissione di questo primato, in realtà, è san Pietro stesso che non cessa di reggere il timone della santa Chiesa, come insegnava san Leone Magno (testo citato) e continuare ad esercitare, in essa, la forza di pietra inoppugnabile. Già da queste prime consolanti battute possiamo trarre alcune importanti conseguenze. Anzitutto il carattere fondante e fondamentale, come garanzia di unità e di inoppugnabilità, che ha il ministero petrino nella vita della Chiesa. Le porte degli inferi non potranno mai scardinarla, perché la forza di roccia inespugnabile, stabilita da Gesù per sua volontà nel principe degli apostoli, prosegue ininterrotta nei suoi successori. È bene comprendere che tali caratteristiche sono proprie dell’ufficio del successore di Pietro, a prescindere dalle caratteristiche personali di chi, concretamente nel corso della storia, è chiamato ad assumerne pro-tempore la funzione di suo successore. Difendere il ministero petrino (che sempre esisterà nella Chiesa) significa, ad un tempo, affermare la sua invincibilità da parte di tutte le forze del male e la salvaguardia della sua unità. Minarlo, in qualunque modo, si risolverà sempre in un tentativo (che mai potrà riuscire) di scuoterne le basi, aprendo malaugurate porte ai suoi nemici. Ma la promessa del Signore vale per sempre e in essa ogni cattolico ripone la sua sicura speranza: “non praevalebunt”.

Articolo di Don Leonardo Maria Pompei — Blog.