Sulla base delle parole di Gesù nel Vangelo, la Dottrina
cattolica afferma che san Pietro fu costituito da Cristo Principe degli
Apostoli e capo visibile della Chiesa, con un vero e proprio primato di
giurisdizione e non semplicemente di onore, a differenza di ciò che confessano
le comunità ortodosse e protestanti.
Come a suo tempo accennammo, del primato di Pietro ebbe ad occuparsi in maniera approfondita, chiara ed esaustiva, la Costituzione dogmatica Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I (18 Luglio 1870). È bene darne una sostanziale (anche se succinta) presentazione per comprendere bene questo punto assolutamente fondamentale e basilare della vita della Chiesa, ricordando il celebre adagio di san Giovanni Bosco (condiviso, evidentemente, da tutti i santi) in base al quale “la Chiesa cattolica si regge sulle tre cose bianche: l’Eucaristia, la Madonna e il Papa” e chi osasse in qualche modo sminuire, minimizzare o, peggio, snaturare, una sola di queste tre preziosissime perle della Chiesa finirebbe con lo sferrarle un micidiale colpo al cuore, compromettendo la sua corretta e divina comprensione.
La Costituzione dogmatica Pastor Aeternus è composta da una breve introduzione seguita da quattro capitoli. Nell’introduzione si spiega che il primato di Pietro ha lo scopo di porre nella Chiesa un “visibile fondamento della duplice unità”: quella che il Concilio Vaticano II avrebbe, quasi un secolo dopo, definito unità degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro (cf Lumen Gentium 1: “La Chiesa è il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”). Nella Chiesa il Romano Pontefice è espressione visibile di questa unità: nell’unione e comunione gerarchica dell’episcopato con il Romano Pontefice, in particolare, si esprime l’unità della Chiesa con il suo Capo e delle sue membra tra di loro, secondo quella felice immagine di “Corpo di Cristo” che abbiamo a suo tempo approfondito. I quattro capitoli illustrano, rispettivamente: l’istituzione e il primato dell’apostolo Pietro; la trasmissione del primato a tutti i successori di Pietro; la natura e le caratteristiche di tale primato; il magistero infallibile del Romano Pontefice.
A suggello del conferimento a Pietro del primato sugli apostoli viene,
ovviamente, citato nel primo capitolo il celebre passo di san Matteo
(16,16-19), in cui solennemente il Signore afferma che sulla roccia di Pietro
edificherà la sua Chiesa
aggiungendo la promessa che le porte degli inferi non potranno su di essa
prevalere, nonché la consegna delle
“chiavi” del regno dei cieli con i relativi poteri ad esse annessi. La
costituzione specifica che si tratta di un “primato di giurisdizione su tutta
la Chiesa”, che tale primato fu conferito all’Apostolo in modo “immediato e
diretto” e che ciò comporta
l’anteporre il beato Pietro “a tutti gli altri apostoli, sia presi
individualmente che nel loro insieme”. Conseguentemente a ciò si può e si deve affermare, sotto pena di
ritrovarsi fuori della comunione con la Chiesa cattolica, che san Pietro fu
costituito da Gesù principe degli
apostoli e capo visibile della Chiesa, con un vero e proprio primato di
giurisdizione e non semplicemente di onore. Bisogna fare a questo punto una
piccola parentesi che sintetizzi, brevemente, le posizioni delle due aree
principali di fratelli separati dalla Chiesa cattolica circa il primato di
Pietro. Le comunità nate dalla riforma
protestante, nella loro stragrande maggioranza, non negano che Gesù abbia realmente dato a Pietro un tale
primato, ma negano che esso sia stato trasmesso ai suoi successori. Le chiese
ortodosse, dal canto loro, riconoscono sia il primato che la sua trasmissione,
ma negano che sia un vero primato di giurisdizione riducendo il ministero
petrino ad un ufficio primaziale soltanto sul piano dell’onore. Volendo dunque esemplificare, si può dire che mentre il primo capitolo
segna una distinta comprensione del primato da parte dei cattolici in relazione
alle posizioni delle Chiese ortodosse, il secondo marca la differenza che c’è tra il mondo cattolico e le comunità nate dalla riforma. Di esso ci
occuperemo ora, lasciando al prossimo articolo la trattazione degli ultimi due
capitoli. Nel secondo capitolo si afferma dunque che la trasmissione del primato di
Pietro fu istituita per volontà del Signore stesso, nel senso che chiunque succeda alla sua
cattedra (quella di vescovo di Roma) ottiene lo stesso primato del beato
apostolo su tutta la Chiesa. Tale asserto è confermato dalla Tradizione costante
della Chiesa (fin dai tempi dei padri apostolici) che riconosceva un’autorevole
preminenza alla Chiesa di Roma, raccomandando sempre di far capo ad essa in
qualunque parte dell’orbe si trovassero le altre Chiese, come confermano le
testimonianze (citate nel testo) di Sant’Ireneo e di sant’Ambrogio. Per mezzo della
trasmissione di questo primato, in realtà, è san Pietro stesso
che non cessa di reggere il timone della santa Chiesa, come insegnava san Leone
Magno (testo citato) e continuare ad esercitare, in essa, la forza di pietra
inoppugnabile. Già da queste prime
consolanti battute possiamo trarre alcune importanti conseguenze. Anzitutto il
carattere fondante e fondamentale, come garanzia di unità e di inoppugnabilità, che ha il ministero petrino nella
vita della Chiesa. Le porte degli inferi non potranno mai scardinarla, perché la forza di roccia inespugnabile,
stabilita da Gesù per sua volontà nel principe degli apostoli, prosegue
ininterrotta nei suoi successori. È bene comprendere che tali caratteristiche sono proprie
dell’ufficio del successore di Pietro, a prescindere dalle caratteristiche
personali di chi, concretamente nel corso della storia, è chiamato ad assumerne pro-tempore la
funzione di suo successore. Difendere il ministero petrino (che sempre esisterà nella Chiesa) significa, ad un tempo,
affermare la sua invincibilità da parte di tutte le forze del male e la salvaguardia della sua
unità. Minarlo, in
qualunque modo, si risolverà sempre in un tentativo (che mai potrà riuscire) di scuoterne le basi,
aprendo malaugurate porte ai suoi nemici. Ma la promessa del Signore vale per
sempre e in essa ogni cattolico ripone la sua sicura speranza: “non
praevalebunt”.

