NON MANGIARE LA CARNE IL VENERDI' E DIGIUNARE NEI GIORNI PRESCRITTI: L'ATTUALE DISCIPLINA PENITENZIALE DELLA CHIESA
Il terzo precetto
generale della Chiesa disciplina la santificazione canonica dei giorni di
digiuno e di penitenza: “non mangiare la carne nel venerdì e negli altri giorni
di astinenza e digiunare nei giorni prescritti”. Come si evince agevolmente
dalla lettura del testo, si tratta delle due opere penitenziali del digiuno e
dell’astinenza, la cui prassi, già ampiamente attestata sia nell’Antico che nel
Nuovo Testamento e raccomandata esplicitamente da Gesù, è universalmente
attestata fin dai primordi del cristianesimo. La disciplina dei giorni
penitenziali è andata variamente a comporsi lungo il corso della storia,
conoscendo dei momenti caratterizzati da estrema severità alternati a regimi
molto mitigati, quale è quello attualmente in vigore.
Prima di entrare nel merito e nel
concreto della trattazione ci sembra opportuno far riferimento ad un importante
documento del Magistero, la Costituzione apostolica “Paenitemini” di Papa Paolo VI, che individua i fondamenti dogmatici
e scritturistici del dovere, per ogni cristiano, di “fare penitenza”. (I corsivi delle citazioni sono stati apposti dal sottoscritto).
Il Pontefice si preoccupa anzitutto di
evidenziare l’origine biblica e veterotestamentaria del digiuno e delle opere
di penitenza: “Nell’Antico
Testamento si rivela con sempre maggiore ricchezza il senso religioso della
penitenza. Anche se ad essa l’uomo ricorre per lo più dopo il peccato per
placare l’ira divina, o in occasione di gravi calamità, o nell’imminenza di
particolari pericoli, o comunque allo scopo di ottenere benefici dal Signore,
possiamo tuttavia costatare come l’opera penitenziale esterna sia accompagnata
da un atteggiamento interiore di «conversione», di condanna cioè e di distacco
dal peccato e di tensione verso Dio. Ci si
priva del cibo e ci si spoglia dei propri beni - il digiuno è generalmente
accompagnato non solo dalla preghiera, ma anche dall’elemosina, - anche dopo
che il peccato è stato perdonato, anche indipendentemente dalla domanda di
grazie; si digiuna e si usa il cilicio per affliggere «la propria anima» (cf Lv 16,31), per umiliarsi al cospetto del
proprio Dio (cf Dn 10,12), per volgere la
faccia verso Iahvè, per disporsi con più facilità alla preghiera, per
comprendere più intimamente le cose divine, per prepararsi all’incontro con Dio.
La penitenza è quindi, già nell’Antico Testamento, un atto
religioso, personale, che ha come
termine l’amore e l’abbandono nel Signore: digiunare per Dio, non per se stessi”.
Più avanti il santo Padre
mostra come Gesù in persona visse e insegnò la penitenza: “Cristo, che sempre nella sua vita fece ciò che insegnò, prima di
iniziare il suo ministero, passò quaranta
giorni e quaranta notti nella preghiera e nel digiuno, e inaugurò la sua
missione pubblica col lieto messaggio: «Il regno di Dio è vicino», cui tosto
aggiunse il comando: «Ravvedetevi e credete nel Vangelo» […]. L’invito del
Figlio alla «metánoia» diviene più indeclinabile in quanto egli non soltanto la
predica, ma offre anche esempio di penitenza. Cristo infatti è il modello supremo dei penitenti: ha voluto subire
la pena per i peccati non suoi, ma degli altri”.
Dopo aver evidenziato la pratica e l’insegnamento del Maestro, ne spiega come la Chiesa sua sposa abbia recepito e vissuto tale importante aspetto della vita cristiana: “Dinanzi a Cristo, l’uomo è illuminato da una luce nuova, e per conseguenza riconosce sia la santità di Dio sia la malizia del peccato; attraverso la parola di Cristo gli viene trasmesso il messaggio che invita alla conversione e concede il perdono dei peccati, doni questi che egli pienamente consegue nel Battesimo. Tale sacramento, infatti, lo configura alla Passione, alla Morte e alla Risurrezione del Signore, e sotto il sigillo di questo mistero pone tutta la vita futura del battezzato. Seguendo perciò il divino Maestro, ogni cristiano deve rinnegare se stesso, prendere la propria croce, partecipare ai patimenti di Cristo; trasformato in tal modo in una immagine della sua morte, egli è reso capace di meritare la gloria della risurrezione. Seguendo inoltre il Maestro, dovrà non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e dovrà anche vivere per i fratelli, dando compimento «nella sua carne a ciò che manca alle tribolazioni di Cristo... a favore del suo corpo che è la Chiesa» (cf Col 1,24)”.
Dopo aver evidenziato la pratica e l’insegnamento del Maestro, ne spiega come la Chiesa sua sposa abbia recepito e vissuto tale importante aspetto della vita cristiana: “Dinanzi a Cristo, l’uomo è illuminato da una luce nuova, e per conseguenza riconosce sia la santità di Dio sia la malizia del peccato; attraverso la parola di Cristo gli viene trasmesso il messaggio che invita alla conversione e concede il perdono dei peccati, doni questi che egli pienamente consegue nel Battesimo. Tale sacramento, infatti, lo configura alla Passione, alla Morte e alla Risurrezione del Signore, e sotto il sigillo di questo mistero pone tutta la vita futura del battezzato. Seguendo perciò il divino Maestro, ogni cristiano deve rinnegare se stesso, prendere la propria croce, partecipare ai patimenti di Cristo; trasformato in tal modo in una immagine della sua morte, egli è reso capace di meritare la gloria della risurrezione. Seguendo inoltre il Maestro, dovrà non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e dovrà anche vivere per i fratelli, dando compimento «nella sua carne a ciò che manca alle tribolazioni di Cristo... a favore del suo corpo che è la Chiesa» (cf Col 1,24)”.
Davvero magistrale è,
infine, la sintetica spiegazione dei fondamenti dogmatici, antropologici e
morali del dovere per il cristiano di fare penitenza: “Il carattere
preminentemente interiore e religioso della penitenza, e i nuovi mirabili
aspetti che in Cristo e nella Chiesa essa assume, non escludono né attenuano in
alcun modo la pratica esterna di tale
virtù, anzi ne richiamano con particolare urgenza la necessità e spingono
la Chiesa, attenta sempre ai segni dei tempi, a cercare, oltre l’astinenza e il
digiuno, espressioni nuove, più atte a realizzare, secondo l’indole delle
diverse epoche, il fine stesso della penitenza. La vera penitenza però non può prescindere, in nessun tempo, da una
ascesi anche fisica: tutto il nostro essere, infatti, anima e corpo, anzi
tutta la natura, anche gli animali senza ragione, come ricorda spesso la Sacra
Scrittura, deve partecipare attivamente a questo atto religioso con cui la
creatura riconosce la santità e maestà divina. La necessità poi della
mortificazione del corpo appare chiaramente se si considera la fragilità della
nostra natura, nella quale, dopo il peccato di Adamo, la carne e lo spirito
hanno desideri contrari tra loro. Tale esercizio di mortificazione del corpo,
ben lontano da ogni forma di stoicismo, non implica una condanna della carne,
che il Figlio di Dio si è degnato di assumere; anzi, la mortificazione mira alla «liberazione» dell’uomo, che spesso si
trova, a motivo della concupiscenza, quasi incatenato dalla parte sensitiva del
proprio essere; attraverso il «digiuno
corporale» l’uomo riacquista vigore e «la ferita inferta alla dignità della
nostra natura dall’intemperanza, viene curata dalla medicina di una salutare
astinenza» (Messale Romano di S. Pio V, Colletta della feria V dopo la I
domenica di Passione)”.
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I fondamenti
dogmatici, ascetici e spirituali della penitenza cristiana, oggi ahimé, SONO non di
rado trascurati quando non proprio dimenticati o addirittura contestati.
Processo questo che iniziò, disgraziatamente, in concomitanza con la
celebrazione e la conclusione del Concilio Vaticano II, non certo per colpa o a
causa di inesistenti “nuove dottrine” formulate in merito dal Concilio, ma per
quella malaugurata tendenza ad attribuire al Concilio cose che non ha mai detto
in nome di un’ermeneutica della “discontinuità” contro cui ha dovuto lottare
strenuamente il papa emerito Benedetto XVI. In questo senso assai significativa è la
data di promulgazione della Costituzione: 17 Febbraio del 1966, solo pochi mesi
dopo la chiusura del Concilio.
Contro i novelli
propugnatori dell’antico errore luterano del “sola Scriptura”, il pontefice si preoccupò subito di evidenziare i
fondamenti biblici della penitenza. Digiuno, preghiera e elemosina sono
ampiamente attestati e praticati sin dall’Antico Testamento con queste
motivazioni: placare l’ira divina dopo il peccato, ottenere grazie e benefici
dal Signore, accompagnare con gesti penitenziali esteriori il cammino interiore
di rinuncia e distacco dal peccato, disporre l’anima ad una più profonda
intimità e unione con Dio. Nell’Antico Testamento sono attestate le pratiche penitenziali
di indossare il cilicio (cf Gen 37,34; 2Mac 3,19; Gl 1,13) di coprirsi il capo
di cenere (cf Gdt 9,1; Est 4,1; Lam 2,13), di dormire per terra (Sal 131,3) e
di indossare come veste un sacco (cf Ne 9,1; Is 37,). Né più né meno di ciò che
fece san Francesco (e tanti santi hanno fatto e fanno prima e dopo di lui).
Nostro Signore
Gesù Cristo fu il penitente per antonomasia (“il modello supremo dei
penitenti”): oltre all’umiltà, il lavoro e il nascondimento obbediente e
sottomesso dei trent’anni di vita a Nazareth, abbiamo l’inizio della vita
pubblica inaugurato dal grande digiuno di 40 giorni, la sua predicazione
esplicita sulle opere penitenziali e sul digiuno in particolare (cf Mt 6,16 ss;
Lc 5,33 ss), ma soprattutto le pene acerbissime della passione a cui si
sottopose come vittima di espiazione per i peccati del mondo intero (cf 1Gv
2,2).
I discepoli di Gesù hanno
ben compreso questo esempio e si sono, da sempre, uniti al mistero della
passione di Gesù infliggendosi penitenze e mortificazioni volontarie (si legga
l’elenco delle penitenze compiute da san Paolo in 2 Cor 11,24-27, dove l’Apostolo
parla, tra l’altro, di “veglie senza numero e frequenti digiuni”), sia per le
motivazioni già note nell’Antico Testamento, sia per le due “nuove” motivazioni
tipicamente neotestamentarie: anzitutto l’imitazione di Cristo e inoltre,
secondo le parole di san Paolo, “completare
nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo in favore del suo
corpo che è la Chiesa” (cf Col 1,24). Un motivo, quest’ultimo,
assolutamente inedito, che richiama la novità del digiuno cristiano annunziata
da Gesù (cf Mt 9,14-17) e che consiste nell’offrirsi, insieme al Maestro, non
solo in penitenza per i peccati propri ma per espiare i peccati altrui,
contribuendo alla conversione dei peccatori e alla riparazione dei debiti
contratti dall’umanità peccatrice con la divina giustizia. È questo il “vino
nuovo in otri nuovi?”, ovvero lo spirito nuovo con cui gli uomini nuovi (i
cristiani rinati da acqua e da spirito) compiono le opere penitenziali? A
parere di chi scrive sembrerebbe proprio di sì.
Dal punto di vista
prettamente ascetico–dogmatico, tuttavia, insieme a tutte queste nobilissime e
altissime finalità della penitenza, ce n’è una, radicata nella visione
antropologica cristiana dell’uomo, che fa comprendere come la penitenza sia non
solo utile e raccomandabile ma assolutamente
necessaria: la condizione
decaduta dell’uomo a causa della colpa d’origine, che ha ferito la natura umana
inclinandola inesorabilmente e costantemente verso il male e il basso, ferita
che nemmeno il sacramento del Battesimo chiude e rimargina e che rimane aperta
e infetta fino a quando l’uomo vive la vita terrena. Questa tendenza “al basso”
comporta un’inclinazione naturale verso i piaceri dei sensi, alcuni dei quali
sono leciti e altri illeciti. Dinanzi ad essi l’uomo si trova in situazione di
estrema debolezza, per cui facilmente cade nel godimento dei piaceri illeciti (si
pensi ai piaceri venerei al di fuori del matrimonio) e altrettanto facilmente
supera la misura e la moderazione in quelli leciti (si pensi ai piaceri della
tavola e al vizio capitale della gola). La mortificazione e la penitenza, in
questo senso, svolgono il compito di fortificare la volontà e abituare la
persona ad abbracciare la croce, in modo tale che possa essere più forte e
risoluta nel combattimento spirituale che bisogna affrontare contro i nemici
dell’anima (anzitutto la carne, poi il mondo e il demonio). La “carne”,
infatti, non va identificata “sic et
simpliciter” con il corpo, ma nella teologia paolina esprime esattamente la
debolezza dell’uomo nel tendere con estrema facilità verso le forme più basse
di piacere, alcune delle quali sono sempre e comunque illecite e costituiscono
materia grave (si pensi, per esempio, a tutto il vastissimo campo
dell’impurità) e che vanno represse e dominate a qualunque costo. Nessuno che
non abbia fatto un buon allenamento, può vincere queste battaglie.
Guai, dunque, guai e ancora
guai a chi si azzarda ad insegnare diversamente da queste sacrosante verità,
inoppugnabili dal punto di vista dogmatico e ascetico, biblicamente fondate e
insegnate e praticate dall’ininterrotta bimillenaria tradizione della Chiesa.
Oggi da qualche parte si osa cianciare dell’inutilità o addirittura della
peccaminosità della pratica della penitenza, specialmente corporale, sulla base
dello specioso pretesto (di per sé, per la verità, non sbagliato) che anche il
corpo sarebbe da rispettare e trattare bene in quanto creato da Dio e che Gesù
Cristo avrebbe già fatto abbastanza penitenza per noi, così che farla sarebbe
quasi offenderlo o dubitare dell’efficacia della sua passione. Si badi alla
sottile astuzia che sta dietro questi ragionamenti tendenziosi, che si confuta
solo con le argomentazioni da noi appena evidenziate, a commento di quanto
insegnato, quanto mai opportunamente, da Papa Paolo VI. Si ricordino i moniti
continui della Signora del cielo, che invita da due secoli gli uomini alla
preghiera e alla penitenza, con crescente premura e insistenza. Ognuno è libero
di scegliere da che parte stare: con la Chiesa e la Madonna o con qualche
sciagurato uomo di Chiesa che insegna dottrine di uomini, trasformandosi in “maestro
del nulla”. Sapendo che di questa, come di tutte le scelte morali, si dovrà
rispondere al Signore; e che sbagliare in questa materia comporta gravissime
conseguenze. In questa e nell’altra vita.

