Nel 2000 la dichiarazione
"Dominus Iesus" chiarì la famosa questione del "subsistit
in", ribadendo che l'unica Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa
Cattolica. Venne altresì affermato che la mancanza di unità tra i cristiani è
una ferita per la Chiesa non nel senso che Essa viene privata della sua unità,
ma in quanto ostacolo alla realizzazione piena della sua universalità nella
storia.
Occorre riportare per esteso gli splendidi passaggi dei paragrafi 16 e
17 della dichiarazione “Dominus Iesus” (2000) della Congregazione per la
Dottrina della fede, per comprendere appieno, come accennavamo al termine
dell’articolo precedente, il senso in cui intendere l’espressione che l‘unica
Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica. Il testo è assai lungo,
articolato e denso di importantissimi significati dottrinali. Per cui si
preferisce riportarlo appunto per esteso per presentarlo anzitutto
all’attenzione del lettore, riservando ad un secondo momento il suo commento
dettagliato.
“Perciò, in connessione con l’unicità e l’universalità della
mediazione salvifica di Gesù Cristo, deve essere fermamente creduta come
verità di fede cattolica l’unicità della Chiesa da lui fondata. Così come
c’è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola sua Sposa: «una sola
Chiesa cattolica e apostolica». Inoltre, le promesse del Signore di non
abbandonare mai la sua Chiesa (cf. Mt 16,18; 28,20) e di guidarla con il suo
Spirito (cf. Gv 16,13) comportano che, secondo la fede cattolica, l’unicità e
l’unità, come tutto quanto appartiene all’integrità della Chiesa, non
verranno mai a mancare.
I fedeli sono tenuti a professare che esiste una continuità storica –
radicata nella successione apostolica – tra la Chiesa fondata da Cristo e la
Chiesa Cattolica: «È questa l’unica Chiesa di Cristo [...] che il Salvatore
nostro, dopo la risurrezione (cf. Gv 21,17), diede da pascere a Pietro,
affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida (cf. Mt
28,18ss.); egli l’ha eretta per sempre come colonna e fondamento della verità
(cf. 1 Tm 3,15). Questa Chiesa, costituita e organizzata in questo mondo come
società , sussiste "subsistit in" nella Chiesa Cattolica, governata dal
Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui» (Lumen gentium, n. 8). Con
l’espressione «subsistit in», il Concilio Vaticano II volle armonizzare due
affermazioni dottrinali: da un lato che la Chiesa di Cristo, malgrado le divisioni
dei cristiani, continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa Cattolica,
e dall’altro lato «l’esistenza di numerosi elementi di santificazione e di
verità al di fuori della sua compagine » (ibidem), ovvero nelle Chiese e
Comunità ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa
Cattolica (Nota 1). Ma riguardo a queste ultime, bisogna affermare che «il loro valore
deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è stata affidata
alla Chiesa Cattolica» (Unitatis redintegratio, n. 3).
Esiste quindi un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa
Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con
lui. Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa
Cattolica, restano unite ad essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la
successione apostolica e la valida Eucaristia, sono vere Chiese particolari.
Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo,
sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non
accettano la dottrina cattolica del Primato che, secondo il volere di Dio, il
Vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa (Unitatis redintegratio, n. 3).
Invece le comunità ecclesiali che non hanno conservato l’Episcopato
valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico, non sono Chiese
in senso proprio; tuttavia i battezzati in queste comunità sono dal Battesimo
incorporati a Cristo e, perciò, sono in una certa comunione, sebbene
imperfetta, con la Chiesa. Il Battesimo infatti di per sé tende al completo
sviluppo della vita in Cristo mediante l’integra professione di fede,
l’Eucaristia e la piena comunione nella Chiesa.
«Non possono, quindi, i fedeli immaginarsi la Chiesa di Cristo come la
somma – differenziata ed in qualche modo unitaria insieme – delle Chiese e
Comunità ecclesiali; né hanno facoltà di pensare che la Chiesa di Cristo
oggi non esista più in alcun luogo e che, perciò, debba esser soltanto
oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e comunità» (n. 64). Infatti «gli
elementi di questa Chiesa già data esistono, congiunti nella loro pienezza,
nella Chiesa Cattolica e, senza tale pienezza, nelle altre Comunità». «Perciò
le stesse Chiese e comunità separate, quantunque crediamo che abbiano delle
carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e
di peso. Poiché lo Spirito di Cristo non recusa di servirsi di esse come
strumenti di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia
e della verità che è stata affidata alla Chiesa Cattolica» (Unitatis redintegratio, n. 3). La
mancanza di unità tra i cristiani è certamente una ferita per la Chiesa; non
nel senso di essere privata della sua unità, ma «in quanto la divisione è
ostacolo alla realizzazione piena della sua universalità nella storia»” [DI
16-17].
Nota
1 È perciò contraria al
significato autentico del testo conciliare l’interpretazione di coloro che
dalla formula subsistit in ricavano la tesi secondo la quale l’unica Chiesa di
Cristo potrebbe pure sussistere in Chiese e Comunità ecclesiali non
cattoliche. «Il Concilio aveva invece scelto la parola “subsistit” proprio per
chiarire che esiste una sola “sussistenza” della vera Chiesa, mentre fuori
della sua compagine visibile esistono solo “elementa Ecclesiae”, che – essendo
elementi della stessa Chiesa – tendono e conducono verso la Chiesa Cattolica»
(Congregazione per la Dottrina della Fede, Notificazione sul volume «Chiesa:
carisma e potere» del P. Leonardo Boff: AAS 77 [1985] 756-762)
